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Piccole e vulnerabili: le pmi rischiano un blocco prolungato

Piccole e vulnerabili: le pmi rischiano un blocco prolungato

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

08 Settembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Le pmi raccolgono il 75% dell’occupazione dei settori più colpiti dalla pandemia nei paesi Ocse e quasi il 90% in Grecia e Italia

  • Per le microimprese con meno di 10 dipendenti si parla rispettivamente del 30 e del 60% dell’occupazione, ma secondo gli esperti sono quelle più a rischio di una carenza di liquidità

Sono piccole e più vulnerabili a un blocco prolungato: una pmi su tre a livello globale è a rischio fallimento. Dal manifatturiero al real estate, i settori più colpiti raccolgono il 40% dei posti di lavoro dei paesi Ocse. E le donne sopportano il peso peggiore della crisi. Lo rivela il Committee for the coordination of statistical activities

Manifatturiero, real estate, ristorazione, ma anche trasporto aereo, costruzioni e riparazione di veicoli a motore. Sono solo alcuni dei settori direttamente interessati dalle misure di contenimento dei contagi attuate dai governi globali per frenare la diffusione dell’epidemia da coronavirus, piccole e medie imprese particolarmente vulnerabili al rischio di un blocco prolungato. Secondo i dati raccolti dal report How covid-19 is changing the world: a statistical perspective – Volume II realizzato dal Committee for the coordination of statistical activities, significativi problemi di liquidità continuano infatti a farsi sentire e circa una su tre è a rischio fallimento.

I settori più colpiti, spiegano i ricercatori, raccolgono il 40% dei posti di lavoro dei paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, di cui tre su quattro riguardano le pmi. Una cifra che fornisce un senso dell’impatto potenziale sull’occupazione in caso di un rallentamento prolungato, considerato anche il livello di sostegno che i governi metteranno in campo per aiutare le aziende a trattenere personale.

Piccole e vulnerabili: le pmi rischiano un blocco prolungato
Fonte: Committee for the coordination of statistical activities

“È probabile che anche la maggior parte dei settori, oltre a quelli qui menzionati, subisca ripercussioni negative, direttamente attraverso una chiusura temporanea o definitiva o indirettamente attraverso la carenza del personale, gli impatti sulla produttività o le difficoltà nella catena di approvvigionamento”, si legge nello studio. Particolarmente a rischio di un rallentamento prolungato sono le pmi, che registrano significativi problemi di flussi di cassa e rappresentano il 75% dell’occupazione dei settori più colpiti nei paesi Ocse e quasi il 90% in Grecia e Italia. Una percentuale che cala nel caso delle microimprese con meno di 10 dipendenti, che raccolgono rispettivamente il 30 e il 60% dell’occupazione, anche se secondo i ricercatori sono “probabilmente quelle più a rischio di una carenza di liquidità”.

In questo contesto, le ultime stime dell’International labour organization raccolte dal Committee for the coordination of statistical activities parlano di una contrazione del 5,4% delle ore lavorative a livello globale globale nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, equivalente a 155 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. E le donne risultano sopportare il peso peggiore della crisi per quattro ragioni. In primo luogo quasi 150 milioni di donne, vale a dire il 40% di tutte le occupate a livello globale, lavorano nei settori più colpiti dallo shock pandemico, come la ristorazione, il commercio all’ingrosso e al dettaglio, il manifatturiero e le attività immobiliari, commerciali e amministrative (nel caso degli uomini si parla del 36,6%). In secondo luogo, al 4 giugno 55 milioni di lavoratori nel mondo correvano un rischio significativo di perdere il lavoro e la stragrande maggioranza, circa 37 milioni, erano donne. In terzo luogo, le professioniste rappresentano oltre il 70% di coloro che lavorano nel settore sanitario e sociale, una percentuale che sale all’80% nelle regioni più sviluppate del pianeta. Tuttavia, spiegano i ricercatori, “tendono a essere impiegate in lavori poco qualificati e retribuiti, associati ai gap salariali più elevati”. Restano infine le domande di assistenza, incrementate nei mesi più caldi della pandemia a causa della chiusura delle scuole e dell’“indisponibilità dei parenti più anziani”. Una situazione ancora più esacerbata per i genitori single, il 78,4% dei quali sono donne.

Rita Annunziata
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