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Open innovation: l'Italia è in ritardo

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Virginia Bizzarri
Virginia Bizzarri

21 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 7 min
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  • Un nuovo report realizzato da Mind the Bridge con il supporto di Smau mostra un forte divario tra le aziende italiane e i leader mondiali dell’innovazione

  • Ad eccezione di Enel, le 25 principali aziende italiane per market cap sono ancora molto indietro in termini di propensione all’open innovation

  • “L’open innovation non è un’opzione, ma il modo con cui le aziende innovano e questo vale per qualunque dimensione e settore” spiega a We Wealth il presidente di Mind the Bridge Alberto Onetti, sottolineando che i player che non adotteranno questo approccio in tempo andranno inevitabilmente incontro alla disruption

Nonostante alcune note positive, gli ultimi dati contenuti nell’Open innovation outlook di Mind the Bridge mostrano un importante gap tra le aziende italiane e i leader internazionali in termini di open innovation

Il divario tra le aziende italiane e i leader mondiali dell’innovazione rimane sostanziale. Ma l’Italia mostra lenti segnali di miglioramento. Questo il quadro emerso dal report “Open innovation outlook Italy 2021” realizzato da Mind the Bridge con il supporto di Smau. Lo studio fornisce una panoramica sull’adozione dell’open innovation da parte delle aziende italiane, facendo un confronto con lo scenario internazionale.

“L’Open innovation è un approccio che riconosce la necessità per le aziende di fare leva su contributi innovativi di soggetti diversi da quelli tradizionali (tipicamente R&D). In primis startup/scaleup ma anche idee generate da dipendenti. Originariamente sviluppato da Henry Chesbrough, è un concetto in continua evoluzione” precisa a We Wealth Alberto Onetti, presidente di Mind the Bridge.

Stando al report, nonostante un lieve miglioramento rispetto allo scorso anno, le 25 principali aziende italiane per market cap (capitalizzazione di mercato), sono ancora molto indietro in termini di propensione all’open innovation (open innovation readiness) rispetto ai grandi player internazionali. Inoltre, guardando alla velocità di sviluppo dell’open innovation, i dati mostrano come le grandi aziende italiane si stiano muovendo con ritmi diversi, con molti player ancora in una fase iniziale. Nella maggior parte dei casi, si tratta infatti di primi tentativi, trainati spesso da finalità di marketing e comunicazione, piuttosto che di piani consolidati con risorse e budget dedicati. Non mancano però le eccezioni, come il colosso italiano dell’energia Enel che si colloca al livello dei campioni internazionali dell’open innovation. Guardando ai settori, nella top 10 delle aziende italiane più propense all’open innovation, 5 operano nell’ energia (oil&gas e multi-utilities) e 3 appartengono all’industria bancaria e assicurativa.

Se da un lato le aziende più consolidate sono anche quelle più attive in termini di open innovation, il report sottolinea che anche il mondo delle pmi, colonna portante del tessuto imprenditoriale italiano, sta iniziando ad aprirsi su questo fronte, soprattutto quelle imprese più grandi e strutturate. Al contrario, le aziende più piccole, salvo rare eccezioni, restano ancora ferme.

Alla luce dello scenario delineato sorge spontanea una domanda: dove sta il problema? Le aziende italiane fanno poca open innovation perché l’ecosistema startup nazionale è debole o, viceversa, è quest’ultimo a soffrire della loro limitata operatività?

A detta di Onetti è “difficile identificare una precisa relazione di causa-effetto”. “Ad ogni modo – prosegue – l’ecosistema italiano risulta ancora ben lontano sia in termini numerici che per qualità dai principali ecosistemi internazionali. A fine 2019 l’Italia conta solo 245 scaleup e, di queste, solo 5 sono state in grado di raccogliere più di $100M. Dati che la collocano ancora al decimo posto nella classifica europea e ben lontana dal campionato maggiore che si gioca in altri campi come la Silicon Valley, Israele, Cina, ma anche lontana da sistemi emergenti come, ad esempio, la Corea del Sud”

Al di là delle ragioni dietro al divario, il messaggio del report è chiaro: nonostante i progressi in corso per le aziende italiane è arrivato il momento di accelerare in maniera significativa, adottando approcci di open innovation più ambiziosi con una visione meno locale e più internazionale.

“Oggi l’italia è in ritardo e questo lo dicono i dati, anche perché si è mossa più tardi sul fronte startup. L’open innovation non è un’opzione, ma il modo con cui le aziende innovano e questo vale per qualunque dimensione e settore” spiega Onetti a We Wealth sottolineando che i player che non adotteranno questo approccio in tempo andranno inevitabilmente incontro alla disruption.

Virginia Bizzarri
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