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No al reshoring: le pmi puntano all’estero (e fanno bene)

No al reshoring: le pmi puntano all’estero (e fanno bene)

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

18 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • Secondo i dati del “China business report 2020” dell’American chamber of commerce di Shangai, il 71% delle imprese statunitensi non desidera chiudere i propri impianti nella Terra del Dragone

  • Lo stesso sembrerebbe accadere in Svezia, dove solo il 2% delle imprese intende ricollocare le fasi produttive sul suolo nazionale e il 15% incrementerà la quota di approvvigionamenti dal mercato interno per migliorare la gestione del rischio

  • Poco meno di un quarto delle imprese del manifatturiero italiano attive unicamente nel mercato domestico hanno mostrato un calo del fatturato superiore al 30%. Una percentuale che scivola al 13,7% per le imprese con impianti all’estero

Sebbene lo stop alla produzione legato alla crisi abbia evidenziato le vulnerabilità delle catene globali del valore, in Italia non risultano in atto diffusi fenomeni di reshoring. Al contrario, secondo un’analisi di Bankitalia, le pmi internazionalizzate sembrerebbero aver affrontato meglio l’emergenza. E i dati lo dimostrano

Lo standby della produzione nell’anno della crisi, secondo gli esperti, ha portato a galla la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento estese su più paesi. Eppure, evidenze internazionali suggeriscono come la maggior parte delle imprese non abbia ancora avviato una strategia per ricollocare le proprie attività nei mercati interni.

Secondo i dati del China business report 2020 dell’American chamber of commerce di Shangai, raccolti in una recente nota di Banca d’Italia, il 71% delle imprese statunitensi intervistate non desidera chiudere i propri impianti nella Terra del Dragone. C’è chi sta rilocalizzando una parte della produzione (si parla del 14%), ma “non sul suolo statunitense”, scrivono i ricercatori. A implementare una vera e propria strategia di reshoring, invece, è unicamente il 3,7%.

E lo stesso sembrerebbe accadere anche in Svezia. Un’indagine condotta dalla Confederation of swedish enterprise rivela infatti come unicamente il 2% delle imprese del paese intenda ricollocare le fasi produttive sul suolo nazionale e il 15% incrementerà la “quota di approvvigionamenti dalla Svezia al fine di migliorare la gestione del rischio”. Uno studio di Allianz, che ha coinvolto 1.200 multinazionali con sede negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, Germania e Italia, infine, rivela come meno del 15% del campione punti al reshoring, mentre circa il doppio “potrebbe rilocalizzare alcuni impianti nei paesi limitrofi” (in questo caso si parla di “nearshoring”, ndr).

Italia: solo l’1,9% delle pmi chiude con l’estero

Ma cosa sta accadendo in Italia? Secondo il Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi di Bankitalia, condotto tra settembre e ottobre 2020, oltre il 60% delle aziende tricolori con impianti all’estero non ha ridotto la propria presenza internazionale negli ultimi tre anni, né desidera farlo nel prossimo futuro. Inoltre, sebbene il 5,7% delle imprese internazionalizzate affermi di voler prendere in considerazione la chiusura di impianti fuori dal territorio nazionale, solo l’1,9% lo ha effettivamente fatto nell’ultimo triennio. E, col senno di poi, la controparte sembrerebbe aver preso la giusta decisione.

Stando all’istituto guidato da Ignazio Visco, infatti, le imprese internazionalizzate hanno gestito la crisi pandemica meglio di quelle che operano solo nel mercato interno. Nel settore manifatturiero, in particolare, “le perdite di fatturato tendono a ridursi al crescere del grado di internazionalizzazione”, scrivono i ricercatori. Poco meno di un quarto delle imprese del comparto attive unicamente nel mercato domestico “hanno mostrato un calo di fatturato superiore al 30%”, una percentuale che scivola al 13,7% per le imprese esportatrici che, al contempo, importano beni intermedi e riportano impianti all’estero. Passando al settore tessile e alla metalmeccanica, infine, il cluster di realtà produttive che partecipa alle catene globali del valore ha riportato un crollo delle entrate inferiore rispettivamente del 20 e del 15% rispetto a quelle attive solo nel mercato interno.

Rita Annunziata
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