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Muore il re Samsung, visionario imprenditore di Korea

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

26 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Presidente della società di elettronica dal 1987 al 2008, e poi dal 2010 al 2020, Lee Kun-hee era il terzogenito di Lee Byung-chul, fondatore del gruppo Samsung, in origine società esportatrice di frutta e pesce essiccato

  • Oggi la società, 300 miliardi di dollari, ha un peso economico pari a un quinto del pil coreano. Ed è attiva non solo nella fonia e nei tv, ma anche nell’edilizia e nelle assicurazioni

  • La svolta per Samsung arriva nel 1993, quando l’imprenditore si rende conto che la scarsa qualità delle merci prodotte non avrebbero mai reso il suo gruppo un leader globale. Lee alza il tiro: vuole battere Sony

Solo un imprenditore forte e visionario può trasformare una piccola azienda di elettronica nella Samsung, produttrice numero uno al mondo nella di smartphone e tv. E Lee Kun-hee lo era. La sua storia, dal negozio di frutta e pesce secco a rappresentate di un quarto del pil della Corea del Sud

Il nome di Lee Kun-hee forse non dirà molto agli italiani. Ma l’uomo che si è spento il 25 ottobre 2020 all’età di 78 anni dopo una battaglia lunga sei anni col suo cuore era il patron di Samsung. Colui che trasformò una piccola azienda di microchip di cattiva qualità nel primo produttore mondiale di smartphone, televisori e semiconduttori. Presidente della società di elettronica dal 1987 al 2008, e poi dal 2010 al 2020, Lee Kun-hee era il terzogenito di Lee Byung-chul, fondatore del gruppo Samsung, in origine società esportatrice di frutta e pesce essiccato. E lascia alla sua morte un’azienda che vale 300 miliardi di dollari. Il suo patrimonio personale si attesta invece a 18 miliardi di dollari.

Da commerciante di pesce secco a imprenditore creatore del colosso Samsung

Durante gli anni al timone della “chaebol” ossia della conglomerata familiare della Korea del Sud, Lee è stato in grado di trasformare quella che era una piccola azienda di elettronica di scarsa qualità nel colosso che tutti conosciamo. Samsung è oggi un marchio globale che non ha bisogno di presentazioni, con un peso economico pari al 20% del pil coreano, attivo anche nell’edilizia e nelle assicurazioni. Le uniche due increspature nel curriculum del magante sembrano essere le due condanne per evasione fiscale, nel 1996 e nel 2008. Ma in entrambi i casi arrivò però l’assoluzione per quello che nel 2014 Forbes classificò come la 35esima persona più potente al mondo nonché il coreano più potente dell’elenco con suo figlio Lee Jae-yong.

Le olimpiadi di Seoul, fattore vincente. E poi la “dichiarazione di Francoforte”

Lee diventa presidente di Samsung alla morte del padre, nel 1987, un anno prima delle olimpiadi di Seoul. Un’occasione ghiotta per il dirigente, che fa diventare la sua azienda sponsor dell’evento, diventando lui stesso uno dei delegati della International Olympic Committee. La svolta però arriva nel 1993, quando Lee si rende conto che la scarsa qualità delle merci prodotte non avrebbero mai reso il suo gruppo un attore mondiale sul palcoscenico sempre più brillante del tech. Lee alza il tiro. Vuole battere Sony. Sceglie allora di orientarsi alla qualità, anche se questo significa in prima battuta rinunciare alla quantità. Lo fa in maniera plateale, quasi bellica, con la “dichiarazione di Francoforte”, coinvolgendo tutti i suoi dirigenti. E, nel 2006, il sorpasso su Sony è realtà.

La dipartita di Lee Kun-hee apre la questione della successione. Dalla società ancora nessun commento, ma il figlio Lee Jae-yong, presidente de facto della Samsung dal 2014, potrebbe essere investito ufficialmente della carica. Ciò che Samsung dirama in comunicato, è la gratitudine al vecchio Lee, definito “un vero visionario che ha reso Samsung una società leader nell’innovazione a livello mondiale, trasformandola da una piccola azienda locale in una potenza industriale. Il suo lascito sarà eterno”.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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