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Liquidità per le pmi? L’innovazione viene premiata

Liquidità per le pmi? L’innovazione viene premiata

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

17 Luglio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il credito d’imposta per ricerca e sviluppo viene concesso dallo Stato italiano a tutte le imprese trasversalmente ai settori di appartenenza e alle forme giuridiche

  • A partire dal 2019 va dal 25 al 50% delle spese sostenute, per un importo non superiore a 20 milioni per ogni annualità

  • Per chi non ne ha ancora usufruito, è possibile presentare una dichiarazione integrativa pluriennale andando indietro fino all’anno d’imposta 2015

Per soddisfare la sete di liquidità delle pmi italiane i prestiti garantiti non sono l’unica soluzione: le aziende innovative possono usufruire anche del credito d’imposta per ricerca e sviluppo. Di cosa si tratta e come funziona? We Wealth ne ha parlato con con Elena Romagnoli e Cesare Suglia di Milano Global Advisors

L’innovazione potrebbe trasformarsi in una vera e propria oasi di liquidità per le piccole e medie imprese italiane. Mentre il ministero dello Sviluppo economico e Mediocredito Centrale continuano a segnalare un incremento delle richieste di finanziamento pervenute dagli intermediari al fondo di garanzia, che al 14 luglio superavano i 52,5 miliardi di euro di valore complessivo, il credito d’imposta per ricerca e sviluppo negli ultimi anni “è stata una delle pochissime opportunità per risparmiare tasse e avere liquidità e finanza a costo zero”. Che ruolo potrebbe avere in questo contesto e chi può usufruirne? We Wealth ne ha parlato con Elena Romagnoli e Cesare Suglia, rispettivamente responsabile agevolazioni fiscali e partner di Milano Global Advisors.

Come spiegano gli esperti, si tratta di un credito concesso dallo Stato italiano a fronte del sostenimento dei costi per le attività di ricerca e sviluppo, cui possono usufruire tutte le imprese trasversalmente ai settori di appartenenza e alle forme giuridiche, dalle società di persone alle ditte individuali. “Si tratta di una normativa volta a incentivare l’innovazione e il progresso del nostro Paese per aumentare, come rivela il Mise, lo stock di conoscenza negli specifici settori di riferimento delle aziende, in particolare le pmi che sono alla base del nostro tessuto imprenditoriale”, spiega la Romagnoli. Una legge, aggiunge Suglia, che premia le aziende in grado di competere in maniera innovativa, presentando prodotti e servizi sul mercato con una loro conoscibilità.

A partire dal 2019, il credito d’importa per ricerca e sviluppo va dal 25% al 50% delle spese sostenute, per un importo non superiore a 20 milioni per ogni annualità. I costi agevolabili riguardano il personale dipendente, le quote di ammortamento dei macchinari utilizzati, i contratti di ricerca con università, centri di ricerca, altre imprese, startup o professionisti, e i beni materiali (come software, brevetti e modelli). “Si punta soprattutto sul capitale umano – continua la Romagnoli – perché, agevolando il costo del lavoro, si incentiva anche l’assunzione, facendo girare l’economia nazionale”.

Come calcolarla: ecco un esempio

L’agevolazione si calcola in via incrementale. Considerando, ad esempio, che l’anno d’imposta di riferimento sia il 2015 e i costi agevolabili siano pari a 100, si calcola “quanti costi sarebbero agevolabili in termini di ricerca e sviluppo nel triennio 2012-2013-2014 – spiega la Romagnoli – Ipotizziamo che la media calcolata sia 30, si sottraggono ai 100 iniziali e si va a calcolare il delta sulle tipologie di costi, applicando le percentuali di agevolazione che sono variate nel corso degli anni”.

Inoltre, precisa l’esperta, per chi non ne ha ancora usufruito è possibile presentare una dichiarazione integrativa pluriennale, andando indietro fino all’anno d’imposta 2015. “Un aspetto molto positivo in un momento di crisi finanziaria e di liquidità come quello che stiamo attraversando oggi a causa della pandemia”, commenta. “Si tratta di costi che gli imprenditori dovrebbero comunque sostenere per gestire le aziende – aggiunge Suglia – Se però, anziché comprare un prodotto da terzi e poi rivenderlo, lo sviluppano in casa propria creando innovazione sulle proprie attività, lo Stato lo riconosce. Noi li supportiamo nell’analizzare i processi di innovazione, verificando come possano essere rappresentati e rendicontati in maniera corretta e coerente”.

Una misura complementare ai prestiti garantiti

Ma il credito d’imposta può essere considerato un’alternativa ai prestiti garantiti? “È assolutamente un’aggiunta, nel senso che il credito d’imposta è immediatamente compensabile con tutti i contributi e le tasse da pagare tramite il modello F24”, continua Suglia. Questo vuol dire, spiega, che se un’azienda ogni mese spende 150mila euro tra contributi per i dipendenti, iva e tasse, e ha ottenuto ad esempio un credito d’imposta di un milione, per i successivi otto mesi potrà non pagare gli F24 tramite uscite di denaro dai propri conti correnti. Una sorta di “contributo a fondo perduto”, conclude l’esperto: “non si tratta di un prestito da rimborsare, ma di un riconoscimento dello Stato per le aziende virtuose”.

Rita Annunziata
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