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Imprese, si riparte davvero nella fase 2?

Imprese, si riparte davvero nella fase 2?

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

05 Maggio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Quest’anno ogni famiglia registrerà una riduzione della spesa di circa 3mila euro

  • “Le famiglie continueranno a essere prudenti e a risparmiare anche a scopo precauzionale”, si legge in una nota di Confindustria

  • Il 12,5% delle imprese prevede che la ripresa dell’export dovrà attendere la fine dell’estate

Dopo il crollo della produzione industriale degli ultimi due mesi, le imprese italiane si preparano alla ripartenza. Ma la fase 2 rappresenterà davvero un nuovo inizio? Secondo Confindustria, un veloce recupero non è atteso. Intanto, il 19,1% degli operatori teme la chiusura entro la fine dell’anno

Secondo i dati raccolti dal centro studi di Confindustria, negli ultimi due mesi le imprese italiane hanno conosciuto un calo della produzione industriale superiore al 50%, trainate da un lato dal blocco delle attività e dall’altro da una riduzione sia della domanda interna che della domanda estera. Un dato senza precedenti storici, e l’inizio della fase 2 potrebbe non offrire nell’immediato i risultati sperati.

Come calcolato da Confesercenti, solo nel settore del commercio e del turismo resteranno inattive oltre un milione di imprese. Ma anche per chi riparte, il secondo trimestre potrebbe rilevare un calo della produzione di due volte superiore rispetto a quello registrato nei primi tre mesi dell’anno. Secondo Confindustria, infatti, la fine del lockdown “non genererà un veloce recupero perché le famiglie continueranno a essere prudenti e a risparmiare anche a scopo precauzionale” e le imprese hanno accumulato negli ultimi mesi delle scorte che devono ancora essere smaltite “prima che il ciclo produttivo possa tornare a ritmi normali”.

A tal proposito, Confesercenti rileva che quest’anno ogni famiglia registrerà una riduzione della spesa di circa 3mila euro, raggiungendo i livelli toccati nel 1999. Una flessione che riguarderà in particolare alberghi, ristoranti e pubblici esercizi per circa 25 miliardi di euro di ricavi, ma anche il comparto della ricreazione e della cultura per 13 miliardi, e il settore dell’abbigliamento, calzature, mobili ed elettrodomestici per 11 miliardi.

Gli effetti sull’export

A incidere sulla mancata ripartenza è anche il business estero che, secondo Confindustria, ha risentito della “diversa tempistica con la quale sono state introdotte misure restrittive nei partner commerciali dell’Italia dove si è diffuso il virus”. Sebbene, secondo un’indagine di Promos Italia, il 17,3% delle imprese sostenga di essere già ripartito, il 12,5% prevede che la ripresa dell’export dovrà attendere la fine dell’estate. E i mercati più colpiti sono quelli europei per il 25,4%, gli Stati Uniti e il Nord America per il 6% e la Cina per l’1,8%.

Una cattiva notizia per le imprese italiane esportatrici nei paesi a stelle e strisce che, secondo le elaborazioni dell’osservatorio economico del Mise, si posizionano al terzo posto nella classifica dei principali destinatari dei prodotti italiani, con un valore dell’export tra i mesi di gennaio e settembre 2019 pari a 33.174 milioni di euro. Anche se, in ottica ripartenza, chi esporta potrebbe avere comunque una marcia in più.

Il 19,1% delle imprese teme la chiusura

Intanto, il tessuto imprenditoriale italiano continua a essere intriso di sfiducia. Secondo i dati di Promos Italia, il 10,1% delle imprese è convinto che dovrà ricorrere a dei tagli nella fase della ripartenza, mentre il 19,1% teme la chiusura entro la fine dell’anno qualora non arrivassero aiuti concreti. È attesa, dunque, per il nuovo decreto del governo Conte, affinché nel mese di maggio possa rispondere alle mancanze e alle criticità delle precedenti disposizioni.

Rita Annunziata
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