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Imprese, saldo natalità-mortalità positivo nel 2° trimestre

Imprese, saldo natalità-mortalità positivo nel 2° trimestre

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

17 Luglio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Le nuove imprese tra aprile e giugno del 2020 sono 57.922, il 37% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno

  • La Campania guadagna il primo posto con 3.143 imprese in più

  • Secondo uno studio di Deloitte, cresce il numero di imprese alla ricerca di giovani competenti nelle discipline Stem

Nel secondo trimestre il bilancio tra aperture e chiusure delle imprese italiane è positivo. Secondo un’analisi di Unioncamere e InfoCamere, si parla di un incremento di quasi 20mila unità, con il sud che contribuisce al 45% del saldo nazionale. Ma l’ombra lunga del coronavirus continua a farsi sentire

Nonostante la crisi pandemica abbia contribuito a frenare il desiderio di fare impresa degli italiani, nel secondo trimestre dell’anno il saldo natalità-mortalità risulta positivo: tra aprile e giugno si contano oltre 19.800 unità in più, di cui quasi 13mila ditte individuali. Secondo l’analisi trimestrale Movimprese, condotta da Unioncamere e InfoCamere sulla base dei dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio, il sud e le isole trainano l’andamento positivo, con 8.905 imprese in più solo nel Mezzogiorno pari al 45% del saldo nazionale.

Eppure, se si considerano i dati anno su anno, l’impatto del coronavirus continua a essere evidente. Nel secondo trimestre del 2019 il bilancio tra aperture e chiusure segnava 29.227 unità in più. Le nuove imprese tra aprile e giugno del 2020 sono nello specifico 57.922, il 37% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Frenano tuttavia anche le cancellazioni, pari a 38.067 contro le 62.923 del 2019.

Su base regionale, nonostante l’iniziale nota positiva, le imprese del meridione hanno raccolto il peggior risultato del periodo degli ultimi 10 anni. Eppure, la Campania guadagna il primo posto con 3.143 imprese in più rispetto al 31 marzo scorso, seguita da Lazio (+2.386), Lombardia (+1.920) e Puglia (+1.859). Alle ultime posizioni, invece, si posizionano la Valle d’Aosta e il Molise, rispettivamente con 56 e 105 unità in più. Dal punto di vista della forma giuridica, invece, il 65% delle circa 20mila imprese in più sono ditte individuali, mentre frenano le società di capitale il cui tasso di crescita trimestrale risulta dimezzato rispetto al 2019, dall’1,03% allo 0,43%. In negativo le società di persone, con -1.230 unità.

In termini settoriali, tutti i macro-comparti segnano saldi positivi: al primo posto si posiziona il commercio con 6.291 unità in più, seguito dalle costruzioni (+5.222), dai servizi di alloggio e ristorazione (+3.425) e dal settore del noleggio, delle agenzie di viaggio e dei servizi di supporto alle imprese (+2.944). Ad aver registrato invece l’avanzamento più sensibile sono le attività finanziarie e assicurative, con un incremento nel trimestre pari all’1,1%, e le attività professionali, scientifiche e tecniche con l’1,3%.

E proprio la scienza e la tecnologia potrebbero caratterizzare i professionisti del futuro. Secondo un’indagine di Deloitte effettuata in collaborazione con Swg con il contributo di Monitor Deloitte, cresce il numero di imprese che ricercano profili competenti nelle discipline Stem (Science, technology, engineering e mathematics) anche se circa un’azienda su quattro fatica a trovarli. “L’Italia deve compiere uno sforzo eccezionale per reagire alla crisi e scongiurare la minaccia di una recessione senza precedenti: si tratta di una prova storica per il nostro Paese, che proprio in questi mesi si appresta a prendere il testimone della guida del G20, con l’obiettivo di riflettere sul nuovo mondo che vogliamo costruire”, spiega Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italy e Deloitte Central Mediterranean.

“I risultati che emergono ci fanno capire che il nostro Paese ha tutto il potenziale per invertire il trend e porsi all’avanguardia del settore dell’istruzione e della ricerca anche in ambito Stem – aggiunge Paolo Gibello, presidente della Fondazione Deloitte – Come mostrato dallo studio, emerge la necessità di intervenire nei tre principali momenti della vita di uno studente: partendo dalla fase di orientamento all’interno del panorama scolastico, passando per il vissuto durante gli anni della formazione, arrivando infine all’ingresso del mondo del lavoro e alle prospettive per il futuro”.

Secondo la ricerca, infatti, in Italia solo un giovane universitario su quattro frequenta facoltà Stem, anche se “esiste un potenziale bacino di studenti interessati alle materie tecnico-scientifiche”, si legge in una nota. A condizionarli sarebbero principalmente i familiari, mentre solo uno studente su sei dichiara di essere stato guidato dai centri di orientamento nella scelta dell’indirizzo scolastico. Chi predilige percorsi “non Stem”, spiegano gli esperti, è spinto dall’idea che siano maggiormente conformi alle loro capacità oppure associa ai percorsi Stem professioni poco ambite. Secondo la Fondazione Deloitte, bisognerebbe dunque puntare su quattro leve per capovolgere l’attuale orientamento: aumentare la pratica durante le ore di didattica, incrementare gli incontri con le aziende, eliminare le “distorsioni percettive sui percorsi Stem” e “contaminare i programmi Stem e non Stem”. “Le materie Stem sono il futuro”, aggiunge infatti Gibello che conclude: “plasmeranno il mondo di domani”.

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