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Imprese contro la crisi: continua la corsa al debito bancario

Imprese contro la crisi: continua la corsa al debito bancario

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

15 Dicembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Dal mese di giugno il 35,4% delle aziende ha deciso di accendere un nuovo debito bancario, anche attraverso le misure di sostegno introdotte dagli ultimi decreti in materia

  • Quanto agli strumenti non bancari, si riduce del 6,1% il numero di imprese che ricorrono alla modifica delle condizioni e al differimento dei termini di pagamento con i fornitori

  • Tra dicembre 2020 e febbraio 2021 il 61,5% si attende una contrazione del fatturato (nel 40% dei casi compresa tra il 10 e il 50%, nel 15,1% di oltre il 50% e nel 6,4% di meno del 10%)

Per soddisfare il fabbisogno di liquidità generato dalla crisi, le imprese tricolori continuano a ricorrere al debito bancario. Alla base, la necessità di finanziare l’attività corrente, ma anche la copertura dei costi fissi non comprimibili come i canoni di locazione. Cosa accadrà nel 2021?

Mentre il rubinetto della liquidità continua a scorrere a piccole gocce frenato dalla crisi pandemica e dalle conseguenti misure di contenimento dei contagi, le imprese tricolori cercano strumenti per soddisfare il proprio fabbisogno, finanziare l’attività corrente e coprire i costi fissi non comprimibili. Secondo l’indagine Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria covid-19 dell’Istat, condotta tra il 23 ottobre e il 16 novembre 2020, in particolare, da giugno il 35,4% delle aziende ha deciso di accendere un nuovo debito bancario, anche attraverso le misure di sostegno introdotte dagli ultimi decreti in materia. Ma sebbene resti la via d’uscita principale, l’incidenza risulta in calo rispetto alla prima fase dell’emergenza (quando si parlava del 42,6%).

Stando allo studio, infatti, a intraprendere questo percorso sono soprattutto le micro e le piccole imprese (rispettivamente il 35,1% e il 37,0%), attive nel settore dei servizi come le agenzie di viaggio e i tour operator (52,8%), l’alloggio e ristorazione (46,1%), ma anche nel manifatturiero (37,4% con picchi del 49,8% nel caso della fabbricazione di articoli in pelle). “Tra le altre forme di credito bancario – precisa l’istituto – ricorre all’utilizzo dei margini disponibili sulle linee di credito il 18,0% delle imprese, soprattutto quelle di media (22,8%) e grande dimensione (24,1%)”. Il differimento nei rimborsi dei debiti, invece, viene preferito dal 13,4% delle aziende, anche attraverso la moratoria per le pmi istituita dal decreto “Cura Italia”. Cresce, intanto, il numero di imprese in grado di fronteggiare l’emergenza epidemiologica con risorse proprie, con un’azienda su quattro che ritiene di poter soddisfare il proprio fabbisogno di liquidità “ricorrendo all’utilizzo di attività liquide già presenti nel proprio bilancio a partire dal mese di giugno 2020”, spiegano i ricercatori. Una competenza particolarmente diffusa tra le imprese di media (34,7%) e grande dimensione (37,4%).

Quanto invece agli strumenti non bancari, si riduce di 6,1 punti percentuali il numero di aziende che ricorrono alla modifica delle condizioni e al differimento dei termini di pagamento con i fornitori, ma anche con i clienti (in questo caso si parla complessivamente dell’8,3%). Il 6,8% delle intervistate, inoltre, si è orientata verso la rinegoziazione dei contratti di locazione e l’1,4% indica “strumenti di finanziamento più evoluti e alternativi al debito bancario, come obbligazioni, crowdfunding e piattaforme di prestito peer to peer”, aggiunge l’istituto. Un’impresa su tre, poi, ha fatto richiesta per i prestiti garantiti, quali il fondo centrale di garanzia per le pmi e le garanzie Sace per le grandi imprese. Si parla delle aziende del settore del commercio, trasporti e magazzinaggio, le attività di alloggio e ristorazione (42,3%) accompagnate da quelle attive nella produzione di beni alimentari e di consumo (42,0%) e dalla ristorazione (52,0%).

Ma quali sono le motivazioni alla base delle richieste di sussidio? Secondo lo studio, l’86,7% delle intervistate attribuisce un’importanza “elevata” al finanziamento dell’attività corrente dell’impresa, ma vengono citate anche la copertura dei costi fissi non comprimibili (58,7%), la necessità di ripagare i debiti in essere (49,7%) e di aumentare le scorte di liquidità a scopo precauzionale (49,1%). Considerando, inoltre, che tra dicembre 2020 e febbraio 2021 il 61,5% delle imprese si attende una contrazione del fatturato rispetto all’anno precedente (nel 40% dei casi compresa tra il 10 e il 50%, nel 15,1% di oltre il 50% e nel 6,4% di meno del 10%), nel primo semestre del 2021 il 60,5% delle aziende con meno di tre addetti punta all’autofinanziamento, ma anche al credito bancario a medio-lungo termine (21,3%) e a breve termine (16,7%). Oltre una su dieci, invece, considera il finanziamento pubblico tra le proprie strategie per il 2021, oltre ai crediti commerciali (6,8%), il leasing e factoring (3,1%), e il ricorso all’equity mediante aumento di capitale netto (9,9%). Chiudono il cerchio le forme di finanziamento più evolute come il private equity e il crowdfunding, selezionate dallo 0,1% delle imprese soprattutto di media e grande dimensione.

Rita Annunziata
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