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Giù gli investimenti diretti esteri, Promos Italia: pmi facciano squadra

Giù gli investimenti diretti esteri, Promos Italia: pmi facciano squadra

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

17 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Atteso un calo dei flussi di investimento verso l’Europa in una forbice compresa tra il 30 e il 45%

  • Nel 2019 l’Italia ha conosciuto un crollo degli investimenti diretti esteri in entrata da 33 a 27 miliardi

  • “L’m&a è un ambito da tenere sotto osservazione, fermo restando una predilezione per una strategia che favorisca gli investimenti greenfield”, commenta Alessandro Gelli

Secondo un’analisi dell’Unctad, la pandemia causerà un vero e proprio crollo degli investimenti diretti esteri. Entro la fine dell’anno è attesa una contrazione del 40%. Che ruolo giocheranno le pmi nel contesto italiano? Alessandro Gelli di Promos Italia ci aiuta a fare chiarezza sul tema

La crisi pandemica ha generato il peggior crollo degli investimenti diretti esteri dal 2005, portando il loro valore al di sotto del trilione. Secondo il World investment report della United Nations conference on trade and development, entro la fine dell’anno è prevista una contrazione a livello globale del 40%, che continuerà nel 2021 nell’ordine del 5-10% per poi risalire e toccare i livelli pre-covid nel 2022, ma solo nell’ipotesi migliore. Cosa sta accadendo in Italia in questo scenario e che ruolo svolgeranno le piccole e medie imprese in termini di attrattività del sistema? We Wealth ne ha parlato con Alessandro Gelli, direttore di Promos Italia.

Secondo lo studio dell’Unctad, l’impatto della pandemia varia di regione in regione, anche se i paesi in via di sviluppo potrebbero conoscere il crollo peggiore. In particolare, gli investimenti diretti esteri verso le economie sviluppate potrebbero crollare tra il 25 e il 40% rispetto al 2019, quando gli afflussi hanno toccato gli 800 miliardi di dollari. Solo nel mese di aprile, nel pieno della crisi pandemica, il numero di fusioni e acquisizioni transnazionali destinate alle economie sviluppate ha conosciuto una contrazione del 53% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre i progetti greenfield (volti a creare una nuova filiale o un nuovo stabilimento all’estero, ndr) sono crollati del -25%.

In particolare, è atteso un calo dei flussi di investimento verso l’Europa in una forbice compresa tra il 30 e il 45%. Sulla stessa linea d’onda anche l’Asia, mentre in Nord America si potrebbe sfiorare nella peggiore delle ipotesi il -35%. Ma le regioni più colpite risultano essere l’America Latina e i Caraibi, che potrebbero conoscere una contrazione dei flussi di investimento di circa il 50%.

Il caso italiano

Se si considerano i dati del 2019, l’Italia ha conosciuto un crollo degli investimenti diretti esteri in entrata da 33 a 27 miliardi, preceduta dalla Germania con 36 miliardi (seppure in calo dai 74 miliardi del 2018) e la Francia con 34 miliardi (contro i 38 miliardi dell’anno precedente). “In questo momento non si hanno certezze su quanto peserà il crollo degli investimenti diretti esteri paese per paese, ma riteniamo utile segnalare alcuni aspetti. Secondo la nostra esperienza, gli ide reagiscono in modo amplificato all’andamento dei mercati: se crollano, loro crollano ancora di più, se salgono, salgono più che proporzionalmente”, spiega Alessandro Gelli. “Negli ultimi due anni – precisa – gli investimenti diretti esteri a livello mondiale hanno conosciuto una contrazione del valore del singolo investimento. Sono più numerosi, ma sono diminuiti in termini di scala. Questo dimostra che anche le multinazionali stanno ragionando su progetti più smart, concentrandosi su settori di nicchia”.

In questo contesto, spiega, la crisi pandemica rappresenterà un “game changer”, aprendo le istituzioni a nuove sfide per mantenere e consolidare gli operatori già presenti sul territorio. “Un’azienda estera sarà più incentivata a investire in un territorio in cui ci sia un tessuto imprenditoriale e istituzionale che funzioni”, continua Gelli. E le piccole e medie imprese potrebbero giocare un ruolo di primo piano nel garantire l’attrattività del sistema anche se, in termini di fusioni e acquisizioni, in questo momento si potrebbero aprire delle opportunità ma anche dei rischi. “Almeno nel breve periodo è importante che le pmi possano far squadra tra di loro”, aggiunge Gelli, che conclude: “L’m&a è un ambito da tenere sotto osservazione, fermo restando una predilezione per una strategia che favorisca piuttosto gli investimenti greenfield”.

Rita Annunziata
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