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Cosa possono imparare le imprese dall’influenza spagnola?

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

11 Maggio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Uno studio della Fed e del Mit rileva che durante la pandemia da influenza spagnola solo negli Stati Uniti ci fu un crollo della produzione manifatturiera del 18%

  • “Il tessuto delle nostre pmi lavora con liquidità a due mesi, nella migliore delle opzioni. Siamo ormai quasi oltre i limiti”, spiega Paolo Trucco

Secondo alcuni economisti, nel 1918 le città che intervennero prima e con misure maggiormente restrittive per il contenimento del contagio hanno conosciuto poi una crescita economica più stabile e duratura. Cosa possono imparare le imprese dalla storia? Secondo Paolo Trucco del Polimi, ci sono tre fattori che rendono lo scenario odierno diverso dal secolo scorso. Ecco quali

Mentre la fame di liquidità continua a contrassegnare il tessuto imprenditoriale italiano e si discute sulla sufficienza e sulle modalità delle misure poste in essere dal governo, alcuni economisti hanno provato a posizionare sulla bilancia l’attuale pandemia con l’influenza spagnola del 1918, nel tentativo di offrire uno scenario di partenza nella ripresa post-covid.

Secondo uno studio della Federal Reserve e della School of Management del Mit, Pandemic depress the economy, pubblic health interventions do not: evidence from the 1918 flu, durante il secolo scorso la pandemia da influenza spagnola provocò oltre 50 milioni di vittime in tutto il mondo, colpendo lo 0,66% della popolazione americana. Si parlò solo negli Stati Uniti di un crollo della produzione manifatturiera del 18%, con una crescita dell’insolvenza di imprese e famiglie. Eppure, le misure di contenimento del contagio, paragonate dagli studiosi a quelle attuate nell’attuale contesto sanitario, mostrarono in alcuni casi degli effetti positivi. In particolare, le città che intervennero prima e con delle misure maggiormente restrittive sarebbero riuscite a mitigare gli effetti negativi della pandemia, conoscendo poi una crescita economica più stabile e duratura nel tempo. Ma fino a che punto può essere davvero effettuato un parallelismo con la pandemia da covid-19 e cosa possono imparare le imprese dalla storia?

“Ci sono tre fattori che rendono lo scenario odierno diverso da quello degli Stati Uniti nel 1918 – commenta Paolo Trucco, docente di Industrial risk management alla School of management del Politecnico di Milano – In primo luogo, oggi si parla di un’economia globalizzata. Se all’epoca l’effetto della pandemia sul lavoro e sull’economia era abbastanza localizzato, oggi subiamo impatti significativi delle strategie di gestione dell’emergenza da parte di altri paesi e allo stesso modo trasferiamo le nostre strategie su di essi”. In Germania, spiega ad esempio Trucco, l’industria automotive è stata impattata dalla gestione della fase 1 in Italia, perché una base importante di fornitori risiede proprio nel Belpaese. “La globalizzazione delle filiere è un driver che non esisteva all’epoca e che oggi condiziona fortemente l’effetto della gestione della pandemia sull’economia”, precisa.

Il secondo fattore riguarda le infrastrutture. Secondo Trucco, ci sono una serie di infrastrutture che erogano servizi essenziali per le persone, non rilevanti ai tempi dell’influenza spagnola, la cui esistenza potrebbe essere messa in crisi dalle misure di lockdown poiché hanno un certo livello di rigidità e una bassa resilienza nel sopportare periodi di crisi prolungati. Infine, un ultimo punto da considerare riguarda la gestione del contagio. “Noi abbiamo conoscenze e tecnologie che ci consentono una gestione attiva della pandemia e un contenimento del contagio anche con un certo grado di promiscuità sociale, cosa che allora non accadeva”, continua Trucco. Tutti fattori che renderebbero lo scenario attuale “radicalmente diverso”, dimostrando che oggi le strategie attuate nel 1918 potrebbe non generare gli stessi risultati.

Un approccio sistemico per reagire alla crisi

Secondo Trucco, è necessario piuttosto un approccio sistemico. “Innanzitutto perché la crisi che stiamo affrontando è una crisi altrettanto sistemica, che impatta direttamente sulle persone e indirettamente su tutti gli ambiti della vita sociale ed economica con cui interagiscono – spiega – Questo vuol dire garantire un pacchetto complessivo di misure tra loro coerenti sia in termini di sinergia sia in termini di compensazione. Finora questo si è visto abbastanza poco”. In secondo luogo, continua, ci stiamo muovendo verso uno scenario non noto, “poiché una ripresa delle attività in compagnia di covid genererà un assetto socio-economico diverso rispetto al passato, anche per questo non possiamo fare un parallelo con l’influenza spagnola del 1918”. Di conseguenza, precisa, bisogna “riuscire a essere adattivi nell’insieme delle misure che si propongono e si mettono in pratica, dotandosi di strumenti di osservazione puntuali per rivalutare le nostre azioni”.

Trucco: “Le pmi soffrono di sottocapitalizzazione cronica”

E sul tema della liquidità alle imprese la situazione sembra non essere delle migliori. “Il tessuto delle nostre piccole e medie imprese lavora con liquidità a due mesi – continua Trucco – Siamo ormai quasi oltre i limiti, e le misure di sostegno alla liquidità in larga parte non sono ancora giunte ai destinatari”. Secondo Trucco, nel medio termine bisognerà puntare su azioni finanziarie differenti. “Sappiamo che le nostre pmi soffrono di sottocapitalizzazione cronica e in questo momento rappresenta una grandissima vulnerabilità”, aggiunge Trucco, che conclude: “Dovremmo supportare delle azioni virtuose di ricapitalizzazione o operazioni di m&a per il consolidamento almeno di alcuni settori strategici in cui, come Paese, esprimiamo una leadership tecnologica e di mercato. Non possiamo permetterci che il covid-19 spazzi via queste eccellenze”.

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