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Verso una guerra mondiale delle sanzioni

Verso una guerra mondiale delle sanzioni

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Alberto Negri
Alberto Negri

13 Settembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Una guerra mondiale delle sanzioni sembra essere vicina. E il conflitto potrebbe diventare sempre più vasto, allargandosi al campo economico, energetico, militare

Con le tensioni nel Golfo del petrolio e nello Stretto di Hormuz siamo alla vigilia di una guerra mondiale delle sanzioni, forse preludio di un conflitto più vasto, economico, energetico e militare. È questa la situazione che hanno voluto gli Stati Uniti uscendo dall’accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 che adesso coinvolge in maniera diretta anche gli stati europei che hanno sanzionato alcuni alleati dell’Iran, come la Siria di Assad, e allo stesso tempo vorrebbero mantenere l’intesa con la repubblica islamica.

Sono passati 40 anni da quando venne usata l’espressione “arco della crisi” mentre nel 1979 in Iran saliva al potere Khomeini e stava per iniziare la guerra dell’Armata Rossa in Afghanistan. Un anno dopo Saddam Hussein attaccava Teheran incendiando il Golfo e le quotazioni del petrolio con una guerra da un milione di morti.

Adesso, mettendo l’Iran spalle al muro sull’export di petrolio, ci pensa direttamente Trump e la sua cerchia di neocon come Bolton e Pompeo a creare il nuovo arco della crisi: il presidente americano tratta con un dittatore con un arsenale nucleare come Kim Jong-un ma vuole strozzare Teheran che l’atomica non ce l’ha mai avuta e ha anche firmato il trattato di non proliferazione.

Ecco il perché: il controllo delle rotte del petrolio e dei rifornimenti mondiali e alla Cina è uno degli assi strategici in mano agli Usa, l’Iran è invece la carta “matta” da eliminare nel mazzo degli americani.

Ma le contraddizioni non finiscono qui. Le politiche sanzionatorie di Trump hanno già messo nel mirino Cina e Russia che hanno rapporti commerciali stretti con Teheran e con l’Europa. Gli Stati Uniti hanno colpito con sanzioni ad hoc una compagnia di stato cinese legata al petrolio, la Zhuhai Zhenrong Co Ltd, per (presunte) violazioni alle restrizioni imposte da Washington sul greggio della Repubblica islamica.

Washington ha quindi deciso di bloccare tutte le proprietà e gli interessi della compagnia di Stato cinese negli Usa. L’ambasciata cinese a Washington ha criticato con forza il provvedimento adottato dagli Stati Uniti, sottolineando una volta di più la propria opposizione alle “sanzioni unilaterali” e alla “cosiddetta giurisdizione dal lungo braccio” sulla Cina e altri Paesi”.

Pechino continua a importare petrolio iraniano nonostante sia scaduta l’esenzione di sei mesi concessa dagli americani a otto Paesi, periodo durante il quale per altro l’Eni (e l’Italia) non ha acquistato neppure una goccia di greggio persiano. Perché i nostri sovranisti davanti al vero Sovrano, quello americano, si sono già allineati con gli Usa, come ha suggerito la visita di Salvini a Washington.

Putin è quindi venuto recentemente a Roma non tanto per stringere nuovi accordi o eludere le sanzioni europee per l’Ucraina ma a controllare che l’Italia non riduca gli acquisti di gas russo se aumenteranno le pressioni americane sull’Europa. La questione delle sanzioni alla Russia, imposte per la crisi dell’Ucraina, può diventare scottante se in futuro gli Stati Uniti decidessero di emanare altre misure restrittive nei confronti di Mosca o di Pechino (vedi caso Huawei).

Basti pensare alle continue pressioni americane nei confronti delle importazioni europee di gas russo. Gli Usa hanno concesso alla Germania la possibilità di costruire il Nord Stream con Mosca solo in cambio di un acquisto di gas liquido americano. E le tensioni potrebbero aumentare quando verrà concluso il Turkish Stream tra Mosca e Ankara: la Turchia è il più importante acquirente di gas russo con la Germania e l’Italia.

E le frizioni sono destinate ad aumentare con la fornitura russa di S-400 ad Ankara: gli Usa per ora hanno congelato la consegna alla Turchia dei caccia F-35 ma è evidente che la questione non finisce qui. Erdogan ha sfidato la Nato e gli Usa che in Turchia hanno dozzine di basi, inclusa Incirlik, assai importante per i raid americani in Medio Oriente e che potrebbe essere usata contro l’Iran.

Molti si erano illusi che il viaggio di Putin a Roma potesse rappresentare una svolta per la sanzioni europee imposte a Mosca. Ma neppure il leader del Cremlino ha mai pensato una cosa del genere. E come in un incrocio di coincidenze, appena dopo la sua visita, sono state pubblicate negli Stati Uniti le intercettazioni su traffici di petrolio di esponenti russi con rappresentanti della Lega vicini a Salvini. Un “Russiagate” su presunti finanziamenti russi alla Lega di cui si deve ancora valutare la portata.

In realtà la missione a Roma del leader del Cremlino serviva alla Russia, insieme all’incontro in Vaticano con il Papa, per dimostrare agli Usa che Mosca in Europa non è isolata. E allo stesso tempo la visita di Putin è servita al governo per dare l’impressione che l’Italia sia un paese importante che ha altre carte da giocare, insieme a quella americana, nell’Unione europea.

Quando Putin viene da noi sa perfettamente che siamo un protettorato americano, ospitando 60 basi Usa, 10 mila soldati americani e 90 testate atomiche. Non pretende di cambiare la geopolitica italiana ma qualche buon affare vorrebbe farlo. Nel 1969 l’Italia fu il primo stato europeo a concludere con l’Urss un contratto per le forniture di gas e voleva sincerarsi che continueremo a essere importanti clienti del suo gas. In vista proprio delle nuova guerra delle sanzioni, cominciata con l’Iran ma che promettete di allargarsi a Russia e Cina.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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