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Unione bancaria europea sempre più vicina grazie al Mes

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

01 Dicembre 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Con questa riforma, il Meccanismo europeo di stabilità può creare il cosiddetto backstop, ossia fare da «prestatore di ultima istanza al fondo di stabilizzazione bancaria che è stato creato per la banking union». Fa sì che il sistema bancario europeo diventi davvero tale, che sia in grado di salvarsi con fondi europei e non con fondi nazionali

  • In caso di crisi bancarie ampie, il fondo di risoluzione bancaria potrebbe non bastare. Può intervenire allora il Mes: si tratta di un passaggio fondamentale verso il completamento dell’unione bancaria

  • Attenzione a non confondere il Mes ordinario con quello sanitario. Quest’ultimo gode di una libertà di spesa nemmeno paragonabile a quella del classico fondo salva-Stati. E a quella del recovery fund

Con la riforma del Mes, l’Europa barda il suo sistema bancario contro i rischi di una ripresa fragile e incerta. Dopo l’approvazione dei ministri delle Finanze nell’eurogruppo, tocca alle ratifiche nazionali. Il professor Carlo Altomonte (Università Bocconi) illustra le novità dello strumento

Rotta verso l’unione bancaria col motore del Mes

L’unione europea procede a passi spediti verso l’unione bancaria. In tal senso è da leggere la riforma del Mes (meccanismo europeo di stabilità), approvata all’unanimità da tutti gli stati (19) dell’eurozona. L’accordo raggiunto è quello che l’Italia aveva bloccato per un anno, dal 12 dicembre 2019. Perché? Parte della maggioranza temeva (e teme) la ristrutturazione semplificata del debito in caso di prestiti dal fondo salva-Stati (altro nome con cui è noto il Mes). «Ristrutturazione vuol dire quasi sempre abbassamento dei tassi e/o allungamento dei tempi di rimborso», chiarisce il professor Carlo Altomonte dell’Università Bocconi. A patto di severe politiche di rientro, come è noto.

Due le novità della riforma: una positiva, l’altra «da valutare». La prima è che, con questa riforma il Meccanismo europeo di stabilità può creare il cosiddetto backstop, ossia fare da «prestatore di ultima istanza al fondo di stabilizzazione bancaria che è stato creato per la banking union». Ciò vuol dire che il sistema europeo ha previsto un fondo – a suo carico – da utilizzare in caso di sforamento del tetto massimo di perdite.

Il Mes, scudo per l’unione bancaria europea

«In caso di crisi più ampie, il fondo [di risoluzione bancaria] potrebbe non bastare. Può intervenire allora il meccanismo europeo di stabilità, stabilizzando i rischi sistemici. Si tratta di un passaggio fondamentale verso il completamento dell’unione bancaria. Fa sì che il sistema bancario europeo diventi davvero tale, che sia in grado di salvarsi con fondi europei e non con fondi nazionali. Si va dunque verso una federalizzazione del sistema bancario europeo, il che a sua volta è un mattone decisivo per la finalizzazione dell’unione monetaria».

«La riforma ha chiarito le condizioni di accesso alle precautionary condition credit line (linee preventive, per esigenza di messa in sicurezza dei conti di un paese, prima della crisi conclamata), che saranno erogate senza ‘Memorandum of Understanding’, ossia senza i temuti ‘programmi’ di aggiustamento. Restano ovviamente in piedi le linee di credito enhanced condition credit line (le linee di credito emergenziali) che sono state utilizzate in passato».

Con questo passaggio si sono chiarite le condizioni di attivazione delle linee di credito prudenziali che non necessitano di condizionalità (memorandum of understanding). Restano comunque in piedi le linee emergenziale quelle «alla greca».

Non servirà più il doppio assenso

La seconda novità che la riforma ha introdotto si compone di due aspetti. A giudicare la sostenibilità del debito di un paese (condizione preliminare per ogni intervento del Mes verso gli Stati) deve essere non solo la Commissione ma anche il Mes stesso, dai critici giudicato potenzialmente più ‘severo’ della Commissione. In realtà il «Mes decide all’unanimità, con la regola dell’astensione costruttiva. Nel caso dei prestiti in condizioni di emergenza, la quota minima per decidere è dell’85% e il voto dell’Italia pesa il 17%, con diritto di veto. Inoltre, dal 2022, il nuovo debito emesso non avrà più il doppio assenso (double-limb clause) necessario per procedere alla ristrutturazione del debito precedente l’attivazione del prestito. Con l’introduzione delle clausole ‘single-limb’, basterà la maggioranza dei possessori del debito, e non anche la maggioranza dei creditori di ogni singola emissione. Questo semplifica le operazioni di ristrutturazione del debito».

Nessuna imposizione

Qualcuno vede in queste novità un possibile percorso che rende più probabile la ristrutturazione del debito. «Non è così. Quando un Paese in crisi ricorre al Fmi per farsi aiutare, la ristrutturazione preventiva del debito è abbastanza scontata. Qui si esclude invece ogni automatismo di questo tipo».

«Tuttavia bisogna accettare che se il debito diventa progressivamente europeo, a partire dai fondi di Next Generation EU, una ristrutturazione ‘ordinata’ del debito nazionale può avere luogo senza mettere in discussione l’impianto federale complessivo. Per esempio, se negli Usa uno Stato  dovesse ristrutturare il suo debito (è già successo in passato), questo non mette automaticamente in dubbio l’esistenza del dollaro. In Europa in prospettiva dovrà succedere la stessa cosa. Serve a garantire tutti i partner europei che se qualcuno pasticcia col proprio debito, a pagarne le conseguenze non sono tutti (tramite il sistema bancario), ma solo lo Stato pasticcione. Detto ciò, usare il Mes non è obbligatorio, è uno strumento paragonabile a un estintore. Un incendio si può spegnere in vari modi».

L’Italia (con Grecia, Portogallo e Cipro) è fra i paesi storicamente con un maggior numero di crediti bancari inesigibili, ma ha intrapreso un percorso di netto miglioramento in tal senso. I dati comunitari mostrano che le sofferenze bancarie italiane nette sono calate al 3%. Devono comunque raggiungere almeno il 2,5% per rientrare nei parametri europei.

L’approvazione è giunta contestuale al grido d’allarme di Kristalina Georgieva. La direttrice del Fondo monetario internazionale ha infatti messo in guardia Eurolandia da una ripresa 2021 che potrebbe non essere durevole, rischiando di provocare «importanti ammanchi di capitale» nelle banche.

Non confondere il Mes con il Mes pandemico

Infine, il Mes «sanitario» o «pandemico» non c’entra nulla con quello della riforma. «Si chiama “Mes” perché l’erogatore è il Mes», sottolinea il prof Altomonte. «Ma è uno strumento completamente disarticolato rispetto al quadro giuridico degli interventi precauzionali ed emergenziali del fondo salva-Stati. Non c’è condizionalità, non c’è memorandum of understanding, c’è una valutazione del debito fatta ex ante dalla Commissione europea. Non c’è di fatto nulla delle regole e delle procedure nulla del trattato Mes. C’è solo la disponibilità di un capitale».

Certo, lo strumento però non è usato. «In realtà il recovery – con la sua messa in comune del debito europeo e i fondi  a disposizione degli Stati – ha parzialmente svuotato la rilevanza della linea pandemica del Mes». Si badi però che «il fondo di ripresa e resilienza ha un sacco di condizionalità, non si può fare quel che si vuole con le sue risorse: servono progetti, piani di esecuzione, e riforme a queste collegate. L’uso dei soldi della recovery and resilience facility è molto dettagliato». Il Mes pandemico invece è molto più libero nell’utilizzo, si possono coprire tutti i costi diretti e indiretti legati alla pandemia. «I ristori, per esempio, sarebbero pagabili con i fondi del Mes sanitario», conclude il professore.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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