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Trump, gli omissis sul deficit e i mulini a vento

Trump, gli omissis sul deficit e i mulini a vento

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Contributor, Fabrizio Galimberti

28 Novembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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In due anni di guerra dei dazi il disavanzo commerciale statunitense è aumentato, anziché diminuire. Questo per ragioni strutturali, macroeconomiche e legate alle dinamiche dell’offerta che il presidente Usa, Donald Trump, finge di ignorare

Quando Donald Trump girava l’America con la sua aggressiva campagna presidenziale, uno dei problemi su cui tuonava nei comizi (e ‘cinguettava’ online), era quello del deficit commerciale americano. Un deficit che allora – i dati sono del trimestre immediatamente precedente alle elezioni del novembre 2016, cioè il terzo di quell’anno – toccava i 750 miliardi di dollari. E perché era così alto? Perché, diceva Trump, gli altri paesi si approfittano di noi, in primis la Cina.

Manipolando i cambi, vendendo sotto costo, mettendo ostacoli al nostro export, e adottando tanti altri trucchi di concorrenza sleale che danneggiano l’economia americana. Se vogliamo ‘make America great again’ dobbiamo annullare questo deficit e costringere i nostri partner a rinunciare a quelle losche pratiche commerciali.

Sulla base di queste premesse e di queste promesse, Trump fu eletto. Se è consentita una breve digressione, sì, Trump divenne presidente, cosa che non sarebbe successa se gli Usa avessero rispettato quell’elementare principio democratico che dice “un uomo, un voto”. Hillary Clinton infatti prese 2 milioni di voti in più di Trump, ma non fu eletta a causa delle complicate alchimie del Collegio elettorale.

Per concludere la digressione con una nota di colore, vale la pena ricordare che quando, nella notte delle elezioni del 2012, sembrava che Romney fosse in vantaggio su Obama nel voto popolare, pur se si profilava la sconfitta nel Collegio elettorale, Trump lanciò un paio di tweet indignati: “Questa elezione è una truffa totale e un travestimento. Non siamo una democrazia!”. E ancora: “Il Collegio elettorale è un disastro per la democrazia”. Come si sa, Obama poi vinse sia la presidenza che il voto popolare.

Tornando al deficit commerciale esecrato da Trump, sono passati quasi due anni da allora, e il deficit commerciale non è scomparso e neppure si è ridotto: anzi, è passato da 750 a quasi 900 miliardi di dollari (si tratta di valori annualizzati, le cifre mostrate nel grafico in pagina sono su base trimestrale).

Ma allora, i dazi sulla Cina, quelli sul Messico, quelli su altri paesi europei, tutta la guerra commerciale verso il Celeste impero, fatta di minacce, di un crescendo di tariffe daziarie, di negoziati spesso impantanati da melasse e muri di gomma (in cui i cinesi sono maestri), non hanno sortito nessun impatto? In verità, un piccolo effetto lo hanno avuto, ma solo nel senso che non è aumentato, come faceva prima.

Come si vede dal grafico, il disavanzo commerciale con la Cina, che in prima battuta si era notevolmente ingrandito (gli importatori Usa avevano fatto incetta prime dell’imposizione dei dazi), poi si è ridotto e oggi è all’incirca allo stesso livello del pre-Trump. Il problema è che, come si vede, è molto aumentato il disavanzo con gli altri paesi. I prodotti cinesi colpiti dai dazi sono stati sostituiti non con merci made in America, ma con altri prodotti provenienti da paesi a basso costo del lavoro diversi dalla Cina.

Ergo, il disavanzo commerciale complessivo è lievitato, cosa che Trump si guarda bene dal menzionare. Dietro questo andamento ci sono due cause fondamentali. La prima, macroeconomica, sta nel fatto che il saldo con l’estero di un paese dipende essenzialmente dallo squilibrio fra risparmio e investimenti.

Se un paese consuma più risorse di quante ne produce (o, se vogliamo, risparmia troppo poco) la conseguenza, frutto di una semplice identità contabile, deborda in uneccesso di import sull’export, cioè in un disavanzo del saldo corrente con l’estero. Ora, agli americani piace consumare, il loro tasso di risparmio interno è più basso di quello degli altri paesi, e Trump non può far molto per questa preferenza strutturale.

La seconda causa è anch’essa strutturale, ma ha a che fare con le dinamiche dell’offerta. Semplicemente, in America non c’è più la capacità (intesa come produzione potenziale) di produrre tanti aggeggi e ammennicoli che da tempo vengono ormai importati. E quindi, se non vengono dalla Cina verranno dalle Filippine o dal Vietnam o dall’Indonesia. C’è da sperare che Trump non dia un’occhiata a quel grafico, altrimenti si incaponirebbe in un altro assalto contro i mulini a vento.

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Contributor , Fabrizio Galimberti
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