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Salvatore Rossi, l'Italia ha bisogno di più investimenti per crescere

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

22 Novembre 2018
Tempo di lettura: 2 min
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  • L’economia italiana ha prodotto nel 2017 beni e servizi per oltre 1.700 miliardi di euro e a scambiato beni e servizi con gli altri paesi per un valore totale di poco più di 1.000 miliardi di euro

  • Nonostante ciò, la crescita economica, negli ultimi vent’anni, è stata in media del 70% tra i paesi Ocse e del 10% in Italia

Durante il Forum annuale “Media impresa italiana”, Salvatore Rossi ha spiegato come le aziende italiane facciano fatica a investire nell’innovazione e a svilupparsi. Questo aspetto ha però ripercussioni negative sulla crescita del sistema Paese

“L’economia italiana ha bisogno di una finanza evoluta”. Così Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass), descrive le esigenze future dell’Italia, durante il Forum annuale “Media impresa italiana” del 22 novembre 2018, aggiungendo che “l’economia italiana ha perso posizioni nel mondo avanzato negli scorsi 20 anni, ma conserva molte frecce al suo arco. Può riprendere la via dello sviluppo economico e del benessere diffuso a patto – ha precisato – che il suo sistema produttivo faccia un salto di qualità, con molte più imprese che vadano verso dimensioni e assetti organizzativi adatti a cavalcare l’onda tecnologica”.

L’economia italiana ha dunque bisogno di svilupparsi più dinamicamente e, secondo Rossi, lo può fare solo attraverso l’innovazione. Gli investimenti in questo settore sono però particolarmente rischiosi. “Le potenzialità di mercato di un nuovo prodotto – ha sottolineato Rossi – risultano infatti essere spesso di difficile misurazione, da parte di un intermediario finanziario tradizionale. Inoltre, molto spesso le imprese innovative hanno molto capitale intangibile, che difficilmente è utilizzabile come garanzia, in un rapporto bancario”. Secondo Rossi, la via maestra per finanziare l’innovazione è dunque quella di riuscire a emettere nuove azioni, da una parte, e dall’altra quella di accettare di diluire la propria quota (mantenendo controllo e direzione strategica) da parte dei proprietari originali dell’impresa. Le nuove azioni dovranno dunque essere collocate sul mercato o più probabilmente, nel caso di grandi aziende, presso investitori specializzati come i fondi di private equity o di venture capital. Due sfere che risultano essere ancora troppo poco sviluppate in Italia. E dunque, come fare per potenziarle? “Recentemente – ricorda Rossi – sono stati creati fondi a partecipazione pubblica che investono direttamente in startup innovative o in fondi di venture capital privati. Ma è ancora troppo poco. Nonostante questi passi avanti, il mercato italiano rimane infatti ancora troppo poco sviluppato, soprattutto in quei segmenti dedicati a imprese già da tempo esistenti, che non riescono a crescere”.

I piccoli fanno fatica a innovare

Un quadro economico-finanziario, quello italiano, che rende difficili ai piccoli investire in nuove tecnologie, in innovazione di processo e di prodotto, per far accrescere la propria competitività sui mercati internazionali. E a dirlo sono proprio i dati. Tra il 1998 e il 2017 gli investimenti in beni immateriali (costituiti per oltre la metà dal spese per ricerca e sviluppo e per brevetti) sono cresciuti meno del 40% in Italia, contro l’85% circa di Francia e Germania e il 60% della Spagna. Il problema italiano sta dunque nella quantità di imprese che non riescono a innovare. Le piccole e medie imprese, che caratterizzano il 70% dell’economia italiana, sono infatti caratterizzate da una finanza fatta di debito bancario. Inoltre, hanno anche una scarsa propensione all’innovazione e all’internazionalizzazione. Ostacoli che potrebbero essere superati riuscendo a trovare nuove fonti di credito, diverse dall’istituto di credito. Sul fronte opposto ci sono invece le grandi imprese, che possono permettersi di investire in tecnologia e cercare sempre nuovi mercati dove esportare i prodotti. “Queste imprese – sostiene Rossi – hanno riportato le esportazioni italiane in linea con quella dei principali concorrenti europei, non solo espandendo le proprie vendite nei paesi dove già erano presenti ma anche riuscendo a conquistare nuovi mercati di sbocco”. Il problema italiano rimane però sempre il numero. A livello quantitativo le imprese che investono in innovazione e, dunque riescono a trainare l’economia italiano, risultano essere troppo poche rispetto a quelle che arrancano.

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