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Passa dal Pakistan la sfida cinese agli Stati Uniti

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Alberto Negri
Alberto Negri

23 Ottobre 2018
Tempo di lettura: 7 min
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Gli accordi tra Cina e Pakistan segnalano le profonde trasformazioni in corso nell’ordine mondiale. Negli Stati Uniti il piano cinese viene considerato come una sfida diretta alla superpotenza americana

“Vogliamo lavorare per il successo del Corridoio sino-pakistano. Manderemo anche dei team in Cina per imparare come si allevia la povertà e si distribuiscono due pasti al giorno ai poveri”: questo è il testo del tweet inviato dal primo ministro Imran Khan, ex campione di cricket, dopo la vittoria elettorale che nel luglio scorso l’ha posto ai vertici del Pakistan. Non è certo un caso che l’ex playboy, ormai devoto dell’Islam e che piace anche ai generali – i veri detentori del potere in Pakistan – abbia sottolineato in maniera così clamorosa i legami con la Cina.

“E’ stato il Pakistan che nel 1972 aprì la strada allo storico viaggio di Nixon in Cina proprio grazie ai nostri buoni rapporti con Pechino. E ora i cinesi hanno deciso di stanziare per questo progetto 46 miliardi di dollari, il maggiore investimento straniero nella storia del Pakistan: questo significa in maniera concreta di come stanno cambiando gli equilibri interazionali”, dice nel suo ufficio di Islamabad Ahmad Chaudry, direttore dell’Istituto di Studi Strategici. Quanto conti la Cina per il Pakistan è davanti agli occhi di tutti: l’ambasciata cinese una volta era una villetta oggi è un compound di ettari circondato da muri e filo spinato, l’istituto di amicizia sino-pav kistana è grande quanto un ministero e gli uomini d’affari cinesi affollano gli hotel di Islamabad, Lahore, Karachi.

Con gli Usa non corre buon sangue, dopo che per alcuni decenni Wasghinton ha versato ai pakistani la non indifferente cifra di 33 miliardi di dollari. Il presidente Donald Trump non è soddisfatto della mancata collaborazione con Islamabad nella stabilizzazione dell’Afghanistan e nella lotta al terrorismo, dimenticando che furono proprio gli Usa a volere che il Pakistan usasse i jihadisti, allora chiamati mujaheddin,per sconfiggere negli anni Ottanta l’Urss che nel 1979 aveva occupato Kabul. Così Washington ha bloccato 300milioni di contributi alle forze armate pakistane e ora mette i bastoni tra le ruote Islamabad che per risollevare la sua economia vorrebbe ricorrere ai prestiti del Fmi.

Gli Stati Uniti si oppongono perché dicono che questi soldi andranno a rifondere i debiti del Pakistan con la Cina. E quando il segretario di Stato Mike Pompeo il 5 settembre è andato in visita a Islamabad il suo omologo pakistano non è neppure andato all’aeroporto a riceverlo. La ripicca di Pompeo è stata una delle visite americane più brevi della storia: si è fermato solo due ore per stingere la mano al nuovo primo ministro Imran Khan ed è volato via infuriato. Sullo sfondo ci sono i rapporti con l’India che occupa dal 1947 metà del Kashmir: Washington in questi anni, anche con i contratti militari, ha palesemente favorito gli indiani. Una tensione perenne tra due Paesi con l’atomica in un’area nevralgica del mondo.

Nel cuore del subcontinente indiano è in corso una vera e propria battaglia economica per l’influenza geopolitica in Asia. Perché gli americani sono cosi nervosi per l’influenza di Pechino in Pakistan? Il corridoio sino-pakistano è imperniato sul porto di Gwadar con cui Pechino intende aggirare lo Stretto di Malacca, riducendo di oltre 10 mila chilometri e 26 giorni la distanza marittima dagli strategici giacimenti di idrocarburi nella regione del Golfo. Con questo progetto la Cina si sottrae in poche parole al controllo della marina americana che, volendo, potrebbe chiudere quando vuole i rubinetti del rifornimento energetico cinese. Il China-Pakistan Economic Corridor (Cpsc) prevede entro il 2030 una rete imponente di ferrovie, autostrade e altre infrastrutture, comprese quelle energetiche, che collegheranno il porto pachistano di Gwadar con la città di Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang, a 3.200 chilometri di distanza.

Gwadar si affaccia sul Mare Arabico, la porzione dell’Oceano Indiano che, costeggiando l’India da un lato e il Corno d’Africa dall’altro, si incunea ai lati della penisola arabica. È un’area cruciale per la Cina perché copre il 44 per cento delle importazioni di greggio di Pechino (ma anche il 66 per cento dell’India e il 75 per cento del Giappone). Pechino non ha sbocchi sul Mare Arabico, una spina nel fianco per il Paese perché gran parte delle merci in uscita ed entrata via mare devono attraversare l’Oceano Indiano e incunearsi nello Stretto di Malacca per raggiungere i porti del Mar cinese meridionale. Attraverso lo Stretto di Malacca passano ogni giorno sulle petroliere oltre dieci milioni di barili di greggio. Il corridoio ferroviario e stradale destinato a collegare Kashgar con Gwadar può cambiare drasticamente la situazione: i container potrebbero raggiungere le coste del Pakistan via terra, su strada o ferrovia, per poi imbarcarsi su nave, evitando lo Stretto.

Oggi una portacontainer impiega 45 giorni dalla Cina al Medio Oriente mentre dal porto di Gwadar ne servono dieci. L’iniziativa del corridoio sino-pachistano si inserisce nella strategia cinese definita ‘filo di perle’ che consiste nel consolidare partnership strategiche con gli stati asiatici piazzando capisaldi lungo una linea marittima che collega il Mar Cinese Meridionale al Golfo del Bengala e poi all’Oceano Indiano e al Mar Rosso. Ecco perchéPechino ha insediato distaccamenti in porti tailandesi e birmani, nello Sri Lanka, in Bangladesh e a Gwadar, nel Beluchistan pachistano. La Cina propone progetti di grande portata come quello sottoposto alla Thailandia: il finanziamento con 30 miliardi di dollari di un canale, con annessa pipeline petrolifera, attraverso l’istmo di Kra che collega la Malesia al Ranong tailandese.

Pechino propone questi progetti ‘chiavi in mano’, facendosi carico, oltre che dell’investimento, anche della realizzazione, mobilitando migliaia di operai cinesi a sostegno delle maestranze locali. Nel corridoio sino-pachistano, a Islamabad viene offerta l’opportunità di porsi come piattaforma regionale dei traffici commerciali tra Asia, Medio Oriente e Africa, in alternativa all’India. Inoltre il Corridoio sino-pakistano è visto come fonte di benessere e quindi di stabilità per due regioni che sono fonte di gravi preoccupazioni tanto per Pechino che per Islamabad: il Belucistan pachistano e lo Xinjiang cinese.

Il primo, confinante con Afghanistan e Iran, è uno dei principali terreni dell’estremismo islamico. Il secondo, abitato dalla minoranza uighura di religione musulmana alimenta le principali minacce terroristiche per Pechino. La speranza dei due governi è che un migliorato tenore di vita possa allentare le tensioni. Gli accordi cino-pakistani segnalano leprofonde trasformazioni in corso nell’ordine mondiale e negli Usa il piano cinese viene considerato come una sfida diretta alla superpotenza americana.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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