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Monte Paschi, dopo la pulizia dei crediti si fa avanti Bpm

Monte Paschi, dopo la pulizia dei crediti si fa avanti Bpm

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

01 Luglio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Si rumoreggiava da mesi, ora le voci di un concreto interesse di Bpm verso la “ripulita” Monte Paschi si fanno più insistenti. Il percorso per un eventuale consolidamento bancario non è però tutto in discesa. Ecco perché

All’indomani del plauso degli analisti per la creazione della “bad bank”, Mps diventa ufficialmente una società appetibile per operazioni di m&a. La cessione dei crediti deteriorati alla Amco – Asset Management Company di Marina Natale ha aperto la strada all’uscita dal capitale di Monte dei Paschi. La rinnovata appetibilità della banca più antica d’Italia per operazioni di fusione e acquisizione sembra suscitare l’interesse di Bpm. Martedì 30 giugno, il numero uno dell’istituto di piazza Meda Giuseppe Castagna si è recato presso la sede milanese di Mps. Qui, ha incontrato la nuova presidente dell’istituto senese, Patrizia Grieco. Fonti dell’istituto hanno smentito che l’incontro milanese tra Castagna e Grieco sia servito per parlare della fusione. Ma…

Monte Paschi e Bpm: questo matrimonio s’ha da fare?

Secondo quanto ricostruisce la Stampa, Castagna vedrebbe però con favore l’operazione. Un’eventuale fusione fra i due istituti di credito consentirebbe infatti a Bpm di uscire dal cono d’ombra in cui la getterebbe l’ops fra Intesa e Ubi Banca. A favore di Bpm gioca la figura del suo presidente Massimo Tononi. L’ex dirigente ministeriale fu infatti già presidente di Banca Monte Paschi. E si dice essere in ottimi rapporti con il direttore generale del Ministero dell’economia e delle finanze, Alessandro Rivera, occhio attento ai giochi bancari.

Gli ostacoli all’operazione

Il compratore dei crediti deteriorati Mps, Amco, è un soggetto pubblico. Per questo motivo Bruxelles chiede di separare definitivamente i destini di good bank e bad bank, che resta in mano pubblica.

Sul fronte politico, si fanno strada i malumori dei pentastellati, non contenti della soluzione prospettata. Il versante finanziario invece vede le difficoltà di Bpm. Secondo alcune fonti, per l’operazione Mps a Bpm servirebbero almeno 4 miliardi, parte dei quali da reperire sul mercato. Aspetto quest’ultimo considerato difficile al momento, data la crisi covid.

Per gli analisti, “un’aggregazione prematura”

Equita Sim conferma la raccomandazione buy e il prezzo obiettivo a 1,8 euro su Banco Bpm (-0,75% a 1,318 euro) e il rating hold con target price a 1,3 euro su B. Mps (+1,2% a 1,596 euro). L’ops di Intesa Sanpaolo su Ubi B. accelera il percorso di consolidamento del settore e rende necessario un rafforzamento degli altri player. Le opzioni a disposizione per Banco Bpm dal punto di vista della crescita esterna, escludendo Mps, sono sostanzialmente inesistenti”, dicono gli analisti. “Lo scenario di un’aggregazione tra” i due istituti “ci sembra però molto prematuro visto che Mps deve completare il piano di derisking annunciato ieri entro fine anno”.

I nuovi valori di solidità post fusione

“È tuttavia evidente che – post cessione degli 8 miliardi di npe ad Amco – con un npe ratio al 4% e un cet1 dell’11%, Mps diventa un target di m&a molto più appetibile rispetto al passato”, dice Equita. Secondo gli analisti, l’istituto risultante dalla fusione “avrebbe un npe ratio del 7% (9,2% stand-alone per Banco Bpm) e un cet1 dell’11,9% (Banco Bpm stand-alone 12,6%). Ipotizzando un’operazione carta contro carta e un concambio di un’azione Banco Bpm per ogni Mps (che implica un premio del 18% a Banco Bpm), la partecipazione del Mef si ridurrebbe dal 64% al 25%. Ipotizzando 1,1 miliardi di oneri di ristrutturazione per ridurre l’npe ratio al 5% (4 miliardi di cessione) e il numero di dipendenti del 10%, il cet1 scenderebbe a circa l’11,2%, da cui deriverebbe una probabile necessità di aumento di capitale”.

Però, prosegue Equita, “oltre alla ricapitalizzazione, che potrebbe però essere l’occasione per ridurre ulteriormente la quota del Mef”, uno dei principali ostacoli a una fusione è dato dalle “cause legali in capo a Mps”. Equita ricorda poi che “Anima ha degli accordi di partnership sia con Mps (fino al 2030) che con Banco Bpm (fino al 2037). Stimiamo che rappresentino rispettivamente il 10% e il 26% degli asset in gestione di Anima (o 15-20% e 48% ex aum di Poste). Un’operazione tra le due banche ridurrebbe in maniera significativa i dubbi sulle prospettive di Anima relative al canale di distribuzione con Mps, uno dei principali timori sul titolo”, concludono gli analisti.

Teresa Scarale
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