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L'industria italiana ha bisogno di un sistema paese all’altezza

L'industria italiana ha bisogno di un sistema paese all’altezza

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Andrea Goldstein
Andrea Goldstein

17 Agosto 2018
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Scenario sull’Italia con un focus particolare sulle sfide che l’industria nazionale dovrà affrontare per sedere da protagonista ai tavoli che contano

Quali prospettive si aprono per l’industria italiana, e la sua ricerca di spazio nella continua ricomposizione della proprietà e del controllo che interessa il capitalismo mondiale, con l’arrivo al potere di una nuova maggioranza politica? È una questione fondamentale per capire come il Paese, ancora convalescente dopo la Grande Recessione, sarà in grado di tenere il passo del cambiamento tecnologico, della sfida cinese, delle nuove regolamentazioni (innanzitutto, ma non solo, ambientali), del peso crescente dell’immateriale e dell’intangibile nelle catene del valore, Industria 4.0.

Anche all’apogeo del fordismo e delle sue grandi fabbriche, l’industria italiana era popolata soprattutto da imprese e stabilimenti di ridotte dimensioni e la questione dimensionale è stata croce e delizia del dibattito sulla crescita economica. I distretti industriali sono spesso portati ad esempio, per dimostrare che “piccolo è bello”, ed effettivamente costituiscono la colonna vertebrale delle 4A (abbigliamento/moda, arredo-casa, agroalimentare e automazione-meccanica) del made in Italy.

Ma pure i nuovi campioni del Terzo Capitalismo che competono spesso ad armi uguali con più blasonati rivali non hanno le dimensioni dei grandi gruppi degli anni 70/80 che sono nel frattempo scomparsi (Olivetti, Ferruzzi, Montedison, la stessa Alitalia), hanno trasferito altrove la propria sede (Ferrero, FCA), sono stati acquistati da gruppi esteri (Zanussi, Pirelli, Parmalat, Indesit). La crisi del Meridione, poi, è senza dubbio associata alla “deindustrializzazione precoce” di una parte rilevante di Paese che sta perdendo rapidamente grande industria prima ancora di averne accumulata a sufficienza per generare nuova imprenditorialità, soprattutto nei servizi.

Sono a rischio quei pochi esempi di presenza produttiva articolata intorno alla grande fabbrica, come l’Ilva a Taranto, la petrolchimica a Siracusa e la stessa Fiat a Melfi. Non sorprende che siano rari i grandi gruppi italiani che entrano anche nel top ranking globale dei rispettivi settori industriali: se guardiamo la Top 10 di Mediobanca, solo alcune società a controllo pubblico (Eni, Enel, Gse, forse Leonardo, difficilmente Saipem), mentre quelle a capitale privato sono dei nanerottoli (la principale è Telecom Italia, che occupa la 13° posizione mondiale tra gli operatori telefonici, laddove Supermarkets Italiani non è neppure nella Top 10 europea di settore).

Il caso Fincantieri ha messo a nudo la difficoltà che un’impresa italiana ha nel realizzare operazioni di consolidamento su scala continentale nei settori strategici e non è andata tanto meglio ad Atlantia che, per conquistare Abertis, è dovuta scendere a patti con gli spagnoli. Chi negli ultimi mesi ha portato a casa dei successi lo ha fatto annacquando la propria italianità, si pensi in particolare a Luxottica che è stata incorporata da Essilor e trasferirà presso il suo quartiere generale Oltralpe. Forse l’unico vero global player del manifatturiero tricolore è Prysmian, che al mercato della corporate governance ha scambiato le fiches del capitalismo di relazioni con quelle della public company.

L’industria nazionale appare insomma vulnerabile e generalmente incapace di sedere da protagonista ai tavoli che contano. Fenomeno che suscita preoccupazione perché lascia il Paese alla mercé delle decisioni altrui nel reagire al complesso evolversi delle vicende dell’economia mondiale. Pesano gli errori, i ritardi e le miopie della classe dirigente, pubblica e privata, dove la meritocrazia lascia troppo spesso strada all’obbedienza e la strategia collettiva di lungo periodo ai tatticismi di corto respiro.

Negli ultimi anni qualche tentativo è stato fatto per contrastare modestia e provincialismo della classe dirigente, e questo è il momento per dotare l’Italia di un Sistema Paese all’altezza. Le piste da attivare sono molteplici e in teoria non c’è che l’imbarazzo della scelta per cominciare. È finita la campagna elettorale, anche se non sembra, e in pratica è fondamentale evitare di buttar via in modo sconsiderato ciò che di buono è stato fatto in anni recenti. Provvedimenti come il Jobs Act, la patent box, la riforma delle banche popolari, il piano straordinario per il made in Italy, l’alternanza scuola-lavoro, o Industria 4.0, ancorché perfettibili come tutte le policies, sono indubbiamente servite a rafforzare l’industria italiana. Che ha bisogno di certezze per riavviare un circolo virtuoso di investimenti, innovazione, assunzioni, salari più alti e ripresa della domanda interna. Nel segno dell’Europa (lasciando quindi nell’oblio delle cose senza senso che a tutti capita di dire in momenti di disattenzione le dichiarazioni contro la moneta unica e gli accordi di libero scambio) e nella convinzione che le imprese italiane saranno allora capaci di giocare da protagoniste sui mercati globali.

Andrea Goldstein
Andrea Goldstein
Fino a poche settimane fa chief economist di Nomisma, ha lavorato in numerose organizzazioni internazionali (Banca mondiale, Commissione economica dell’ONU per l'Asia e il Pacifico, Banca interamericana di sviluppo) e soprattutto all'OCSE; attualmente alla Divisione degli Investimenti in qualità Senior economist. È anche editorialista del Sole 24 Ore ed autore di libri e articoli sull’economia globale.
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