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La Libia, i migranti e l'influenza dell'Italia

La Libia, i migranti e l'influenza dell'Italia

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Alberto Negri
Alberto Negri

25 Ottobre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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L’Italia ha perso potere e influenza sul paese. Gli italiani in Libia non servono perché hanno un “peso” ma perché fanno da eventuale contrappeso alla presenza altrui: siamo l’accessorio di un’antica bilancia basculante dove altri distribuiscono sui piatti la vera potenza. E la politica di potenza non è affar nostro. L’analisi di Alberto Negri

Tanto per cominciare il prossimo vertice sulla Libia non si farà in Italia, come alcuni dei precedenti, ma in Germania. Berlino dice che vuole fermare il traffico illegale di armi verso le fazioni libiche, in realtà per farlo dovrebbe mettere in campo aerei e una flotta e già che c’è magari dare anche la caccia agli scafisti. In realtà sono cose che la Germania non ha nessuna intenzione di fare a meno che non le venga dato il comando di una rinnovata missione europea Sophia che finora era stata guidata dall’Italia.

Ecco perché improvvisamente i tedeschi hanno interesse per la Libia: intendono dire la loro nel Mediterraneo visto che la Francia e l’Italia non si sono messe mai d’accordo per stabilizzare la regione. Il loro obiettivo è inoltre quello di rinnovare l’accordo con la Turchia di Erdogan per bloccare la rotta balcanica dei migranti e siccome servono tanti soldi da dare ad Ankara a Berlino serve una mossa di prestigio nel Mediterraneo.

È evidente che l’Italia, reduce in Libia nel 2011 dalla maggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale, ha perso potere di influenza. Non solo in Libia. In Tunisia, dove ormai pur avendo tanti affari è un Paese secondario, e soprattutto in Egitto dove per il caso Regeni le relazioni sono a uno stallo totale.

Se non interverranno con una mediazione gli americani presso il generale Al Sisi resteranno così ancora per molto tempo con effetti negativi anche sulla Libia dove il Cairo sostiene il generale Khalifa Haftar nemico giurato del governo di Tripli di Al Sarraj appoggiato dall’Italia. In questa situazione il governo Conte Bis ha dato così grande risalto all’accordo di Malta sui migranti.

Qual è la differenza tra la propaganda e la realtà? Il nostro governo lo ha venduto come un accordo “storico”, una svolta epocale e con frasi del genere: “In Europa non siamo più soli”. Va bene che bisogna mettere in un angolo Salvini e il governo precedente ma non esageriamo. La propaganda impazza sulla questione dei migranti anche più in generale, quando viene indicata come una causa di crisi economica dai sostenitori della chiusura delle frontiere.

Al vertice di Malta l’Italia ha ottenuto un accordo che forse è il migliore che poteva concludere con gli altri Paesi europei ma non si è per niente trattato di un’intesa storica. E’ un passo avanti, non di più. Innanzi tutto l’intesa tra Italia, Malta e l’Unione europea riguarda soltanto la redistribuzione delle persone salvate in mare dalla Ong ma non i migranti che arrivano in maniera autonoma, che sono la maggior parte.

Restano molte questioni aperte: la volontarietà dell’adesione, la provvisorietà dell’accordo, la definizione di eventuali sanzioni per i Paesi che non aderiranno all’intesa, oltre al fatto che, come si è detto, verrà applicato soltanto a una minoranza degli arrivi di migranti: sono esclusi non soltanto quelli vengono da soli ma pure coloro che provengono da altre rotte come l’Egeo o il Mediterraneo occidentale.

Oltre a questi limiti evidenti c’è qualche cosa di ancora più sconcertante. Il problema principale sono gli accordi con la Libia e la collaborazione con la guarda costiera di Tripoli, formata da corpi paramilitari legati alle milizie, accusate di pesanti violazioni dei diritti umani e in gran parte inaffidabili.

L’accordo di Malta chiede di cooperare con la guardia costiera libica ma che la Libia non sia un porto sicuro non è un’opinione, è una certezza. Tanto più che potrebbe scattare, prima della conferenza di Berlino sulla Libia, una nuova pesante offensiva militare del generale Khalifa Haftar verso Tripoli affiancato adesso anche da brigate di mercenari russi.

Le cifre reali degli sbarchi danno un’idea di quanto sia limitato l’accordo maltese. Nel 2019, scrive El Paìs, sono arrivati irregolarmente in Europa, attraverso l’Italia, la Grecia e la Spagna, 67mila immigrati. Il 13 per cento in Italia, il 39 per cento in Spagna, il 57 per cento in Grecia. E’ interessante notare tra l’altro che Spagna e Grecia non erano invitati al vertice di Malta. Con la politica dei porti chiusi Salvini ha ottenuto che il 4 per cento dei migranti venisse redistribuito in altri Paesi europei.

Si stima che secondo questo nuovo accordo la cifra raddoppierebbe, pur restando abbastanza irrilevante rispetto al totale degli arrivi in Europa. Insomma il governo Conte bis potrà forse sbandierare un risultato ma non cosi eclatante come si tenta di far credere. Certo l’idea è di usare questo accordo per la riforma del regolamento di Dublino, che impone gli obblighi più pesanti ai Paesi di primo arrivo, ma per cambiarlo ci sarà bisogno di una maggioranza assoluta degli stati aderenti che oggi sembra assai lontana.

Dobbiamo guardare la situazione con un certo realismo, anche quando si parla del peso economico delle migrazioni. Martin Wolf sul Financial Times, in un lungo articolo sulla crisi del capitalismo, scrive che le conseguenze economiche dell’immigrazione sono contenute, per quanto grande possa essere lo “shock provocato dallo straniero” dal punto di vista politico e culturale.

Le ricerche dimostrano con chiarezza che l’effetto dell’immigrazione sui salari reali della popolazione nativa e sui conti pubblici dei Paesi di accoglienza sia in molti casi addirittura positivo. Insomma tra realtà e propaganda c’è una bella differenza anche su questioni complesse e brucianti come l’immigrazione.

Sulla Libia poi non dobbiamo nutrire troppe speranze. Gli italiani in Libia non servono perché hanno un “peso” ma perché fanno da eventuale contrappeso alla presenza altrui: siamo l’accessorio di un’antica bilancia basculante dove altri distribuiscono sui piatti la vera potenza. E la politica di potenza non è affar nostro.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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