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Cottarelli: "Crescita Italia a rischio, puntare sulle imprese"

Cottarelli: "Crescita Italia a rischio, puntare sulle imprese"

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Francesca Conti
Francesca Conti

12 Novembre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • Per Cottarelli l’incertezza generata dallo spread potrebbe aumentare l’effetto espansivo della manovra in materia di spesa pubblica

  • Secondo l’economista è poco probabile che in assenza di crescita il governo decida di effettuare dei tagli

  • Non siamo ai livelli della Grecia – spiega l’economista – ma il rischio è quello di tornare allo status dell’intera Ue nel 2011

In un’intervista esclusiva a We Wealth, l’economista Carlo Cottarelli spiega perché la manovra giallo-verde non lo convince. Secondo il mancato premier, per stimolare la crescita servirebbero misure che facciano ripartire le imprese

Economista, 64 anni, Carlo Cottarelli ha le idee chiare sulle scelte dell’esecutivo giallo-verde in materia di conti: le stime di Bruxelles sulla crescita italiana sono “ottimistiche” e la pace fiscale incentiva a non pagare le tasse. Per ‘l’uomo dei tagli’, oltre che mancato premier, il Paese deve fare attenzione a non tornare ai livelli del 2011. Come? Cercando di liberarsi dalla burocrazia e sostenendo le imprese nazionali.

Per il governo la manovra dovrebbe riuscire a spingere la crescita italiana fino all’1,5%. Per la Commissione europea no. Chi ha ragione?

La previsione della Commissione europea sulla crescita è di per sé piuttosto ottimistica. E’ stata fatta prima che l’Istat pubblicasse il dato della crescita zero nel terzo trimestre. Quindi è un numero già di per sé datato. Il governo sta aumentando la spesa, che nel 2019 salirà del 3,6%. E’ il più forte aumento, mi sembra, dal 2009. Ed è proprio attraverso questo aumento della spesa e del deficit pubblico che il governo spera di dare una spinta verso l’alto al Pil, raggiungendo una crescita media nel corso d’anno dell’1,5%. Ma ci sono due problemi.

Cioé?

Il primo è l’effetto d’inerzia: l’economia italiana non sta crescendo. Nel terzo trimestre la crescita è stata zero e gli indicatori disponibili per il quarto trimestre danno una crescita intorno al +/- 0,1%. Quindi l’inerzia è forte e potrebbe prolungarsi all’inizio del 2019. Per arrivare a una crescita dell’1,5% in media occorre una forte accelerazione dal secondo, terzo e quarto trimestre del 2019. Si dovrebbe viaggiare, il prossimo anno, ad una velocità annualizzata del 3%. Se vado piano prima o poi dovrò accelerare molto rapidamente.

E il secondo?

Il secondo problema è che questa accelerazione potrebbe anche non verificarsi perché lo spread è aumentato. Diverse dichiarazioni sono state fatte anche dal governo rispetto al fatto che lo spread generi incertezza e questo potrebbe addirittura aumentare l’effetto espansivo dell’aumento della spesa pubblica.

In caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di crescita lo stesso governo ha già preventivato dei possibili tagli. Non basta?

Sì, ma mi chiedo: è credibile questa cosa? E’ credibile che questo governo, che dice: “Noi vogliamo cambiare strategia e per risvegliare la crescita vogliamo spendere di più”, dica anche: “Se c’è meno crescita allora noi tagliamo?”. E’ una completa contraddizione e mi sembra poco credibile pensare che in assenza di crescita il governo sia pronto a tagliare di più. Anzi, che avvi dei tagli, perché per il momento stanno programmando un’espansione della spesa. Non c’è ancora una lista di cose che verranno tagliate in presenza di una crescita più bassa del previsto.

Se la crescita si ferma, quale strada si dovrebbe percorrere?

Se ci muoviamo in tempo io credo che per avere più crescita in Italia bisogna fare delle riforme che aumentino la nostra competitività e la nostra produttività. Mi riferisco prima di tutto a misure volte a semplificare l’Italia: la burocratizzazione del Paese è la cosa più importante secondo me. Soltanto compilare i moduli costa alle piccole e medie imprese più di 30 miliardi l’anno. Questi sono costi che riducono la competitività dell’Italia, che riducono le nostre esportazioni. Si dovrebbe anche rendere la giustizia civile più veloce – anche questo un costo per le imprese – combattere l’evasione fiscale, perché le imprese esportatrici di una certa dimensione di solito le tasse le pagano, ma devono pagarne di più perché qualche furbo non paga le tasse.

La pace fiscale non è secondo lei una misura in questo senso?

No fa esattamente il contrario, premia chi non ha pagato le tasse e quindi incentiva a non pagare le tasse in futuro facendo pensare che tanto ogni due anni c’è un condono.

Quindi per crescere le riforme andrebbero riscritte da zero?

Insomma quelle che sono state fatte adesso non mi sembrano portare ad una crescita. Nel contratto di governo c’è anche l’idea di sburocratizzare l’Italia o di rendere la giustizia più veloce. Qualche misura di semplificazione è stata fatta, ma mi sembrano abbastanza modeste. Speriamo che facciano queste cose al più presto.

All’epoca dell’intervento della Troika in Grecia, lei era direttore del Fiscal Affairs Department del Fmi. Adesso molti fanno un confronto tra quella Grecia e l’Italia di oggi. Il paragone è lecito?

No, non siamo messi come la Grecia. Il paragone va fatto, prima di tutto, con l’Italia del 2011. Anche noi eravamo in crisi nel 2011, non soltanto la Grecia. Non siamo ancora nella stessa situazione. Nel 2011 l’intera economia europea aveva problemi molto grossi, i tassi di interesse – a parte lo spread, anche i tassi di interesse pagati dalla Germania – a quell’epoca erano più alti. Bisogna fare in modo di non arrivare a quei livelli, di non ripetere quella esperienza.

Ha parlato di spread, le chiedo: esiste un punto di non ritorno? Cosa succederebbe se, per esempio, arrivassimo a 400 punti base?

Ovviamente più alto è e peggio stiamo. Sembrerebbe che quando arrivi a 400 ci siano problemi abbastanza seri per alcune banche di piccola dimensione. Io credo che sia più che altro una cosa continua: più alto è, più diventa difficile riportarlo giù e maggiori sono i danni per l’economia. Non credo ci sia una soglia limite dafinibile a priori. Però, certo, a 400 staremmo peggio di come stiamo ora.

In caso di ulteriore innalzamento dello spread ci sarebbe il rischio di un intervento statale per salvare le banche?

A un certo punto c’è un livello per cui, perlomeno, si deve per necessità. Potrebbe essere necessario, ma bisognerebbe considerare i casi specifici. E’ anche importante considerare che non sarebbe solo colpa dello spread, ma dell’andamento dell’economia in generale. Le banche soffrono se c’è una recessione e aumentano le sofferenze, cioè i prestiti che non vengono riscossi. E’ chiaro che in una situazione simile ci sarebbe il rischio di un intervento statale. E’ proprio quello il meccanismo per cui si può creare un circolo vizioso: perchè se lo Stato deve intervenire i conti pubblici peggiorano, lo spread aumenta ancora di più e così via.

Cambiando argomento, il caso Atac ha riacceso l’attenzione sulla questione privatizzazioni. Secondo lei qual è l’assetto che dovrebbe avere una municipalizzata?

Ci sono trasporti pubblici locali gestiti dal settore pubblico che vanno benissimo. Ce ne sono altri che invece sono un po’ un disastro. Non ci può essere una risposta in generale. Quando si parla di trasporto pubblico locale è legittimo, secondo me, avere un’azienda pubblica che si occupi di questo. Poi ci sono casi talmente seri e deteriorati in cui dopo decenni di settore pubblico uno dice: “Proviamo col settore privato”.

E per quanto riguarda Alitalia? Gli italiani non hanno già dato?

Direi di sì. Ci sono state molte perdite, anche se negli ultimi mesi, con l’amministrazione straordinaria, mi sembra che le cose siano migliorate. Attendo i dati che verranno pubblicati dall’Osservatorio conti pubblici italiani per esprimere un giudizio più completo.

Francesca Conti
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