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Bce, Italia eccezione infelice tra i Paesi dell’Ue

Bce, Italia eccezione infelice tra i Paesi dell’Ue

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Francesca Conti
Francesca Conti

21 Marzo 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • Secondo la Bce, l’avanzo fiscale primario serve all’Italia “per stabilizzare o ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil”

  • La Fed stima una crescita del 2,1% a/a nel 2019 rispetto al 2,3% stimato nel mese di dicembre

Secondo l’ultimo Bollettino economico della Bce, l’Italia è l’unico Paese dell’Eurozona ad aver bisogno di un avanzo fiscale primario per stabilizzare il rapporto tra debito pubblico e Pil. Un ritratto in chiaroscuro che arriva dopo la decisione della Fed del 20 marzo di non voler procedere con un aumento dei tassi per tutto il 2019

L’Italia torna a distinguersi – in negativo – tra i Paesi dell’Eurozona. Citando quanto evidenziato dalla Commissione europea nelle previsioni d’autunno, la Bce nell’ultimo Bollettino economico sottolinea come l’Italia sia l’unico Paese dell’area euro a mostrate un differenziale positivo tra il tasso di interesse medio e il tasso di crescita nominale della propria economia. In altri termini, il Pil nazionale cresce a velocità minore rispetto al costo del costo del debito, quindi per ridurre il peso dell’indebitamento è necessario che ci sia dell’avanzo fiscale primario.

L’Italia – avverte Francoforte – è l’unico Paese dell’Eurozona ad avere bisogno di un avanzo fiscale primario, ovvero di una differenza positiva tra spesa pubblica ed entrate al netto degli interessi sul debito, “per stabilizzare o ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil”. Lo Stato deve registrare quindi un avanzo positivo, al netto delle spese e prima del saldo degli interessi sul debito stesso. Sebbene le proiezioni della Commissione Ue “prevedano un aumento del differenziale in 12 Paesi dell’area entro il 2020 – evidenzia l’Eurotower – questo valore dovrebbe rimanere in territorio negativo per tutti i Paesi, a eccezione dell’Italia“. Da qui la necessità di un avanzo primario.

La Bce sposta il suo sguardo anche sui conti pubblici dei Paesi dell’area euro. In questo caso l’Italia non è sola: insieme a lei, anche Cipro e la Grecia presentano “squilibri eccessivi” nei conti. Per quanto riguarda l’Italia, i rischi derivano “dalla sostenibilità delle finanze pubbliche e dalla situazione di sostanziale stallo e arretramento sul fronte delle riforme”, elementi che stanno “mettendo in ombra i progressi compiuti negli anni precedenti”.

Segnali in chiaroscuro dalla Fed

Segnali di un’economia in frenata arrivano anche dall’altra parte del globo. Il 20 marzo, la Fed statunitense ha rafforzato il proprio tono da colomba, non solo lasciando invariati i tassi di interesse al 2,25%-2,50%, ma anche annunciando di non voler effettuare più alcuna stretta nel corso dell’intero 2019. Eppure neanche quattro mesi fa aveva lanciato il segnale contrario, pronosticando due aumenti per l’anno. L’annuncio coincide con il taglio delle stime di crescita degli Stati Uniti: gli esperti della Fed prevedono un ritmo del 2,1% a/a nel 2019 rispetto al 2,3% stimato nel mese di dicembre. Anche le previsioni per l’inflazione sono state anche riviste al ribasso: 1,8% nel 2019 (1,8% a dicembre) e 2% nel 2020 (2,1% a dicembre).

“La politica accomodante e volta al compromesso, vista nella riunione della Fed di ieri sera (20 marzo 2019 ndr), è un altro chiaro segnale che le condizioni macroeconomiche stanno rapidamente decelerando a livello globale, con gli Stati Uniti che non fanno eccezione”, commenta Olivier Marciot, senior portfolio manager, Cross Asset Solutions di Unigestion. Per Marciot “l’attività economica sta rallentando velocemente ed è al di sotto del potenziale in tutto il mondo. Le banche centrali hanno compiuto un’inversione di marcia e sono ora pronte ad allentare le condizioni monetarie per spezzare questa spirale discendente e ritardare il più possibile la fine di questo ciclo eccezionale. Storicamente, le banche centrali non sono mai riuscite a contrastare le recessioni, e le loro azioni tendono di solito a coincidere con le contrazioni economiche”.

“Nonostante gli ultimi dati che da misti sono risultati leggermente positivi negli Stati Uniti, le aspettative di inflazione appaiono ridotte, cosa che ha costretto la mano della Fed a mantenere tassi più bassi, più a lungo”, spiega Nick Maroutsos, co-head of Global Bonds and portfolio manager di Janus Henderson. “I mercati – aggiunge – si sentono a proprio agio con messaggi stabili e coerenti” e “qualsiasi messaggio contrario comporterebbe probabilmente un aumento della volatilità, di conseguenza l’investitore resta prudente”. Secondo il manager, per gli investitori ci saranno “delle opportunità nel credito high yield Usa” e consiglia di “possedere più duration in Paesi come l’Australia e la Nuova Zelanda”.

Per Arnaud Masset, analista di Swissquote, “la questione principale ora è se il mercato si focalizzerà sul fatto che la Fed ha messo in stand-by il quantitative tightening (che significherebbe che siamo tornati al “tanto peggio tanto meglio” e che si tradurrebbe in soldi gratis) o se si preferirà porre l’attenzione sulla riduzione delle stime di crescita economica, il che significa che non bisogna escludere neppure una recessione”. Anche secondo l’analista “gli operatori si faranno sempre più cauti per proteggersi da eventuali risvolti negativi all’orizzonte”.

Secondo l’analisi di Anna Stupnytska, global economist di Fidelity International, “la combinazione di condizioni finanziarie più favorevoli, di una continua stretta dei mercati del lavoro e di un leggero miglioramento nella crescita e nell’inflazione nel corso dell’anno potrebbe richiedere un altro orientamento politico, rimettendo la Fed sulla traiettoria di una normalizzazione della politica”. “La ripresa del ciclo di rialzo dei tassi – verso la fine di quest’anno o nel 2020 – rimane il nostro caso base. Considerando i prezzi attuali, i mercati sarebbero vulnerabili in questo scenario. Nel frattempo, con Powell saldamente al suo posto, sembra si sia tornati in piena modalità risk-on”, conclude Stupnytska.

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