PREVIOUS ARTICLENEXT ARTICLE

Affari con la Cina, Italia al fanalino di coda

Affari con la Cina, Italia al fanalino di coda

Salva
Salva
Condividi
Alberto Negri
Alberto Negri

10 Aprile 2019
Tempo di lettura: 3 min
Tempo di lettura: 3 min
Salva

In Europa, la Germania è il primo partner commerciale del paese asiatico con un interscambio di 186 miliardi seguita dalla Francia (70 miliardi). Distanziata di molte lunghezze segue l’Italia, con 42 miliardi. Attraverso il Principato di Monaco, Parigi potrebbe aprire le porte anche a Huawei

Ora che il polverone da sindrome cinese si è depositato sulla vecchia Europa si può svelare qualche retroscena e guardare in faccia la realtà. Nonostante il famoso Memorandum sulla Via della Seta, l’Italia resterà sempre indietro negli affari con Pechino: recuperare il gap con i concorrenti europei è quasi impossibile oppure richiederà molti anni e cambiamenti epocali che non sono in vista. Anzi, la Francia di Macron firmando commesse per 30 miliardi con Airbus da subito ha già allargato il divario con l’Italia. I numeri parlano chiaro. La Cina è il primo partner commerciale della Germania nel 2017 con 186 miliardi di euro, la Francia ha un interscambio con Pechino di 70 miliardi di euro, l’Italia di 42.

La Gran Bretagna in Europa è la prima meta degli investimenti della Cina, l’interscambio tra i due paesi è pari a 79 miliardi di dollari. Londra tra l’altro è uno dei fondatori dell’Asian infrastructure investment bank (Aiib), per finanziare le infrastrutture cinesi. In dieci anni la Cina ha fatto 227 acquisizioni in Gran Bretagna, 225 in Germania, 89 in Francia, 85 in Italia. In totale nel resto d’Europa gli investimenti cinesi in imprese e attività varie hanno superato 100 miliardi di euro, in Italia siamo intorno ai 13.

Anche sui porti ci sarebbe da dire, visto che si è parlato molto dell’interesse cinese per Trieste e la sua zona franca. A parte che i cinesi hanno già investito oltre 1,3 miliardi di dollari tra Venezia, Mestre Porto Marghera nel campo dei container, i cinesi sono già azionisti primari nei porti di Rotterdam e in Belgio, oltre che proprietari dell’aeroporto di Francoforte e del porto del Pireo. L’adesione dell’Italia al Memorandum sulla Via della Seta in realtà non cambia niente rispetto a quanto già fanno tedeschi e francesi che molto si vantano di mettere i paletti a Pechino. Il Memorandum of Understanding non costituisce un accordo da cui possano derivare impegni stringenti. Non c’è nessun obbligo giuridico o finanziario, quanto piuttosto un’intesa che individua nuove modalità di cooperazione. Gli altri fanno e faranno molto di più.

Ed ecco la sorpresa. La realtà racconta sull’Europa una storia completamente diversa da quella propalata da Macron, Merkel e Juncker, persino per quanto riguarda il sensibilissimo argomento 5G e Huawei. Contrariamente alle richieste degli Usa, il Consiglio europeo, in materia di telecomunicazioni e 5G, ha chiesto agli Stati di attenersi a standard di sicurezza capaci di evitare il rischio di backdoor (la possibilità per chi gestisce le reti di scaricare dati sensibili) lasciando ai singoli membri il tempo per le necessarie verifiche di sicurezza.

Saranno quindi i singoli paesi a stabilire eventuali barriere all’ingresso degli operatori. Considerando che la Germania aveva già espresso la propria intenzione di valutare Huawei come qualsiasi altra compagnia, ecco quale sarà il vero cavallo di Troia dei cinesi che farà infuriare Donald Trump. Il presidente cinese Xi Jinping nel suo viaggio in Europa ha concluso accordi importanti con il principato di Monaco desideroso di diventare una smart city e ben felice di intraprendere una strada comune con la Cina. La Francia che a parole è sembrata la più riluttante verso il gigante cinese in realtà, attraverso alcune complesse operazioni finanziarie e compartecipazioni, potrebbe veder entrare Huawei nel suo mercato grazie agli accordi cinesi con il principato di Monaco dei Grimaldi. Un bel gioco di prestigio, non c’è che dire. Quando si parla di Huawei infatti si intende il 5G, una nuova era di reti mobili ultrarapide e ad alta capacità in grado di alimentare l’Internet commerciale di applicazioni e infrastrutture basate sull’intelligenza artificiale. Huawei, dunque, oltre ad aver eroso gran parte del mercato degli smartphone ai concorrenti (in Europa tallona Samsung dopo aver già superato Apple) potrà giocarsela con Cisco, Ericsson e Nokia per quanto riguarda la connessione super veloce 5G, pur rimanendo sotto osservazione delle autorità comunitarie europee. Vedremo adesso quali saranno le reazioni da parte di Trump. Anche perché sulla Huawei gli Usa non hanno certo mollato la presa. Negli ultimi mesi è accaduto di tutto: prima la figlia del fondatore, nonché responsabile finanziaria dell’azienda, Meng Wanzhou, è stata arrestata in Canada e poi liberata ma in attesa di estradizione negli Usa. Come risposta la Cina ha arrestato diversi cittadini canadesi. Poi è intervenuto direttamente il boss della Huawei, Ren Zhengfei avvisando gli Usa che ormai la corsa della sua azienda è inarrestabile. Intanto in Polonia sono stati incarcerati due cinesi, uno dei quali dipendenti della Huawei, con l’accusa di spionaggio. Eventi che danno un’idea dei contorni globali dello scontro tra Stati uniti e Cina.

In questa partita strategica Cina-Usa-Europa anche l’Italia ha subito pressioni. Nei giorni in cui stava per arrivare a Roma Xi Jinping, Conte, Di Maio e i loro staff hanno ricevuto visite e telefonate continue degli americani, anche da parte dell’ambasciatore Eisenberg. Noto per essere il finanziere che ha guadagnato 300 milioni di dollari con una sola operazione, Eisenberg ha tirato le orecchie a un nostro sottosegretario per gli accordi con la Cina. Ma gli Usa non dicono nulla a Israele dove Pechino si è comprato il porto di Haifa, lo scalo della marina americana. In Italia gli Usa hanno dozzine di basi militari, 13 mila soldati e 70 testate nucleari, e ancora dicono di non sentirsi al sicuro.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU:Società e IstituzioniCinaEuropa
ALTRI ARTICOLI SU "Società e Istituzioni"
ALTRI ARTICOLI SU "Cina"
ALTRI ARTICOLI SU "Europa"