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Banca Mediolanum, la Borsa non è per tutti (ma conviene)

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Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda

19 Maggio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • L’ad di Banca Mediolanum è convinto che gli investimenti azionari siano quelli che offrono maggiori gratificazioni sul lungo termine, ma non sono adatti a ogni tipologia di investitore (*)

  • Il Rischio Italia può valere fino al 20/30% del portafoglio finanziario

  • Le misure iniziali adottate dal governo non sono state efficaci perché la terapia era sbagliata, soprattutto per le imprese dei settori più colpiti

Massimo Doris, ad di Banca Mediolanum, spiega a We Wealth qual è la strategia corretta per superare i momenti di forte volatilità, con l’aiuto di alcuni automatismi che aiutino a fare la cosa giusta. E dice la sua anche sulle misure di sostegno alle imprese promosse dal governo

I mercati azionari sono il veicolo in assoluto più efficiente per facilitare il raggiungimento degli obiettivi di lungo termine della famiglia, in tema di finanza personale. Non sono adatti, però, a tutti i risparmiatori. E l’ennesima dimostrazione è arrivata sotto i colpi inferi dalla pandemia alle Borse di tutto il mondo, segnate da perdite nell’ordine del 30/40%, prima del poderoso rimbalzo: chi è uscito nel momento di massima tensione si è condannato a capitalizzare le perdite, precludendosi la possibilità di cavalcare la successiva fase di recupero. Quale strategia mette al riparo dagli errori dettati dall’emotività? E quali sono gli strumenti della finanza che possono favorire l’accesso al capitale da parte delle imprese, alla disperata ricerca di liquidità? We Wealth lo ha chiesto a Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum, tra le maggiori reti di consulenza finanziaria con asset in gestione pari a 75 miliardi di euro attraverso una squadra di oltre quattromila banker?

Quale lezione possiamo trarre da questa crisi, sul piano degli investimenti?

Il risparmiatore che vende in un momento di panico non avrebbe mai dovuto entrare in Borsa. Se non comprende la dinamica dei mercati finanziari, non è in grado di collocare l’investimento nelle giuste coordinate temporali e non tollera l’idea di mettere in conto delle perdite, lungo il percorso, i listini azionari non fanno per lui.

Come si possono convincere gli investitori a restare investiti in fasi molto volatili come quella attuale?

Se quando le cose andavano bene non si è lavorato nel modo giusto, può essere un’impresa titanica. L’approccio corretto, in fase di pianificazione, è suddividere il capitale tra obiettivi di breve, medio e lungo termine. Solo chi è disposto a inquadrare una parte dei propri risparmi su un orizzonte di 8 o 10 anni e sa che durante il percorso non avrà bisogno farvi ricorso, può prendere in considerazione l’azionario.

 

La fase più critica in Borsa è alle spalle?

Nessuno sa dove si troveranno le quotazioni tra una settimana, un mese o tre mesi. Ma sono assolutamente certo che tra 10, 15 o 20 anni, i prezzi saranno molto più alti rispetto a dove si trovano oggi. L’economia globale va avanti, al netto di temporanee e dolorose battute d’arresto. E se il mondo avanza, anche i mercati sono destinati a salire. Se sposiamo questa idea, allora si capisce che la crisi attuale può essere, in realtà, un’opportunità. Purché si mantenga un portafoglio ben diversificato sul piano geografico e settoriale. Investire su singoli titoli o settori è pericoloso.

 

Razionalmente è difficile non essere d’accordo. Nella pratica, però, mantenere un approccio disciplinato è molto più complicato.

Per questo bisogna dotarsi di meccanismi automatici che aiutino a fare la cosa giusta. Un esempio concreto: noi abbiamo appena lanciato una promozione sul servizio Double chance. Una strategia d’investimento che si rivolge ai clienti che desiderano investire nei mercati finanziari, sfruttando gli effetti della volatilità: attraverso un piano programmato di versamenti, due volte al mese, vengono trasferite somme di importo costante dal conto a una selezione di prodotti e servizi d’investimento della banca. In questo modo, si entra gradualmente sui mercati mondiali beneficiando al contempo di un rendimento certo e interessante, fino al 2% annuo lordo, sulla giacenza del conto non ancora investita.

 

Se c’è un meccanismo automatico che aiuta a fare la cosa giusta, allora si può fare a meno del consulente finanziario…

Certo che no. Il banker è fondamentale, basta vedere la nostra raccolta del mese di marzo che supera il miliardo di euro. Senza la guida di un bravo consulente, il risparmiatore non fa la cosa giusta. E poi i banker non si limitano a gestire il portafoglio finanziario: assistono la famiglia nel percorso di pianificazione, protezione dai rischi, fino al passaggio generazionale.

 

Il sistema finanziario è il perno attraverso cui passa larga parte delle misure di sostegno predisposte dal governo per sostenere le imprese in questa emergenza. Cosa sta funzionando e cosa no?

La burocrazia, va detto, è tanta, ma in qualche modo si sta cercando di fornire liquidità alle imprese.

 

Le misure del governo a sostegno delle imprese sono sufficienti?

Per le aziende di alcuni settori offrire un ponte per superare il bisogno temporaneo di liquidità può essere sufficiente. Ma per molte altre, pensiamo a quelle che lavorano nel turismo o nella ristorazione, non bastano i finanziamenti garantiti. Bisogna erogare risorse a fondo perduto. Non c’è via di uscita. Senza questo aiuto, le imprese che in questi mesi subiscono un calo del fatturato nell’ordine del 50, 60 o 70% rischiano di chiudere. Aumentando a dismisura le fila dei disoccupati.

 

Come si stabilisce quanto e a chi dare? E non sarà un problema per il debito futuro?

Assolutamente sì. Ma senza misure di sostegno diretto, le conseguenze saranno molto più gravi. Non dico che sia un percorso facile, ma è ormai necessario per la sopravvivenza di molte imprese e, quindi, dei posti di lavoro che queste garantiscono.

 

Il Btp Italia in asta a maggio, interamente destinato a finanziare l’extra-deficit per le misure anti-crisi è una risposta convincente?

I Btp sono una strada, ma gli investitori privati sono poco propensi a investire direttamente in titoli del Tesoro a lunga scadenza: oggi queste emissioni valgono solo il 4% dei portafogli delle famiglie italiane. Indirettamente, però, l’esposizione è sicuramente più ampia, attraverso strumenti del risparmio gestito.

 

Qualcuno inizia a parlare di covid-Pir, immaginando una declinazione dei piani individuali di risparmio per sostenere l’economia reale…

Dovremo arrivarci, perché, anche se non avranno un effetto immediato, di brevissimo termine, possono contribuire a far affluire capitali a favore delle imprese di media dimensione. Lo stesso discorso vale per i Pir alternativi proposti da Assogestioni. Ma stiamo parlando di strumenti chiusi, illiquidi, accessibili a investitori diversi da quelli al dettaglio.

 

Quanto può valere complessivamente il rischio Italia nel portafoglio di un investitore privato che vive e lavora in Italia?

Fino al 20/30% può essere un’esposizione ragionevole.

 

Come si rimettono in moto i 1.500 miliardi di euro di ricchezza finanziaria che sono parcheggiati sui conti correnti e di deposito delle famiglie italiane?

Guardi questo è un falso mito. Quei soldi non sono affatto “parcheggiati”. Vengono impiegati dalle banche per erogare prestiti a famiglie e imprese. Ha senso, in ogni caso, far confluire una parte di quelle risorse a favore di strumenti che offrano un profilo di rischio e rendimento più attraente per gli investitori. Meglio ancora se, nel contempo, danno un contributo per sostenere l’economia reale.

 

(*) Intervista tratta dal numero di maggio del magazine We Wealth

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
Direttore del magazine We wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, ha coordinato la redazione di Forbes Italia da gennaio 2018 a settembre 2019. Collabora con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza. Caporedattore del Magazine AdvisorPrivate tra il 2015 e il 2017, in passato ha scritto per l’Espresso, il Mondo, il Messaggero, Capital, Patrimoni, Panorama, Mf e Wall Street Italia. È laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano
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