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A chi piace il gioco di squadra

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Contributor, Nicola Ronchetti

03 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Secondo una recente indagine di Finer, quasi sette consulenti finanziari su 10 sono interessati a inserire figure junior a supporto della propria attività. La percentuale è molto più bassa tra i banker dipendenti. Le ragioni di un approccio differente tra reti e banche

Il dato è sorprendente. Il consulente finanziario, da sempre – a torto o a ragione – considerato un battitore libero o un lupo solitario, oggi è più propenso dei suoi colleghi a farsi affiancare nella sua attività da giovani professionisti. Questo è quanto emerge dagli osservatori Finer Finance Explorer che hanno coinvolto 7.190 professionisti tra consulenti finanziari, consulenti finanziari private, private banker dipendenti e gestori bancari dedicati alla clientela affluent (fonti: Finer® cf, cf top, bank manager, pb explorer 2019).

Il 69% dei consulenti finanziari private (che hanno cioè un portafoglio e una presenza di clienti private superiori alla media) si è infatti dichiarato molto interessato a inserire giovani leve a supporto della propria attività, rispetto al 46% dei private banker dipendenti. Come mai questa differenza? Quando un professionista raggiunge i propri obiettivi ed è sicuro di sé e della fedeltà dei propri clienti, non solo non teme di condividerne la gestione con altri collaboratori, ma anzi ne vede l’assoluta necessità. Detto in altri termini: è chiaro a tutti come un dipendente bancario in un momento di forte pressione legata anche ai continui annunci di esuberi sia molto più geloso dei propri clienti, che spesso vede come una vera e propria assicurazione sulla sua vita professionale, rispetto a chi vive una situazione decisamente più positiva. L’inserimento di giovani collaboratori nel team, oltre a portare aria nuova, consente ai professionisti più affermati di delegare le attività a minor valore aggiunto per focalizzarsi su quelle più strategiche come lo sviluppo e la gestione della clientela top.

Il ricambio generazionale passa anche dalla consapevolezza che ogni singolo professionista ha di sé e della qualità del proprio lavoro. Oggi i tuttologi hanno vita breve: l’innesto di competenze nuove e di nativi digitali nei team dei consulenti porta un indubbio vantaggio nella gestione ordinaria della propria attività, consentendo di sfruttare le competenze digitali che il consulente finanziario – oggi mediamente 55enne – raramente è in grado di governare. Esiste quindi un tema di presa d’atto del professionista circa la necessità di essere supportato nella gestione della sua attività in una prospettiva di sviluppo: è un’enorme opportunità per ringiovanire la professione e al contempo valorizzare al massimo le competenze dei professionisti più maturi.

Un altro tema è quello della capacità di attrarre giovani talenti da parte di un settore, quello bancario e finanziario che nel suo complesso non gode ultimamente di ottima fama. La generazione dei millennial, che comprende ragazzi dai 24 ai 39 anni, è nata e cresciuta con il mito delle startup e della exit: il 44% degli italiani di età compresa trai i 25 e di 35 anni mette al primo posto come obiettivo quello di realizzare una propria startup con la prospettiva di venderla al miglior offerente dopo qualche anno e solo il 7% dichiara che vorrebbe lavorare in banca (fonte Finer Finance mirror). Quindi il tema del ricambio generazionale della professione di private banker, consulente o dipendente che sia, passa anche e soprattutto dalla sua stessa valorizzazione mediatica.

La generazione dei baby boomer italiani (nati tra il 1945 e il 1964) è cresciuta con la deferenza verso il sistema bancario, sia per i ricordi post bellici che per il boom economico che ne è seguito. A Milano chi usciva dalla Bocconi negli anni ‘80-‘90 con una laurea in finanza aveva come figure di riferimento Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia. Oggi Mark Zuckerberg, Larry Page, Sergey Brin popolano i sogni di tanti giovani. Altro aspetto da non trascurare è quello demografico e della qualità della vita: in Italia si vive bene, abbiamo un’aspettativa media di vita alla nascita di 85 anni, siamo il quarto paese dell’Ocse per longevità. Negli anni ‘90 un 65enne era un pensionato, un 55enne un professionista a fine carriera, oggi si parla di “super-adulti” e di quarta età. Un ultra sessantenne può costituire un’azienda, viaggiare, fare sport, è maturato seguendo i valori di libertà, indipendenza, intraprendenza e pensiero critico della fine degli anni ‘60, in molti casi rappresenta l’ancora di salvezza per le generazioni più giovani di figli, nipoti e – appunto – colleghi, che riconoscono in lui una persona sulla quale poter contare e imparare.

Nessuno si può immaginare un consulente finanziario che ogni giorno, da trenta anni, è abituato a parlare di investimenti e progetti con decine di clienti e, raggiunti i 65 anni, lasci tutto ciò per dedicarsi ai nipotini o alla osservazione dei cantieri stradali. Viceversa molti hanno in testa più di un esempio di consulenti finanziari della cosiddetta Silent generation (nati prima del 1945) molto attivi e proattivi.

Questi grandi professionisti con oltre 40 anni di esperienza sono il vero patrimonio della professione, è importante che l’industria del risparmio gestito e della consulenza finanziaria ne valorizzi la storia e li trasformi in icone per attrare giovani ambiziosi che si possano riconoscere nella loro storia e nei loro progetti. Lo spirito imprenditoriale che anima la professione del private banker consulente finanziario può certamente rappresentare un ottimo traguardo per un giovane ambizioso e capace. Basterebbe iniziare a divulgare il valore anche sociale di questa bellissima professione.

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Contributor , Nicola Ronchetti
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