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Sempre più private nei mercati finanziari

13 Marzo 2019 · Riccardo Sabbatini · 3 min

Uno studio di JP Morgan segnala che le imprese guardano con crescente attenzione al mondo private per finanziare la propria crescita. Dall’inizio della crisi della finanza globale, infatti, la quota degli asset private è raddoppiata in rapporto alla capitalizzazione della Borsa statunitense

Se la Borsa è utilizzata sempre più come bancomat dagli azionisti delle società quotate, le imprese guardano con crescente attenzione al mondo private per finanziare la propria crescita. Dall’inizio della crisi della finanza globale (2008) è raddoppiata la quota degli asset private in rapporto alla capitalizzazione della Borsa statunitense (indice Msci) passando dal 10 al 20 per cento. E la crescita appare destinata a proseguire anche nel futuro a testimonianza dei cambiamenti strutturali in corso nei mercati finanziari. A spiegare la direzione di questo trend è un report recente di Jp Morgan (“managing illiquidity risk across pubblic e private market”) inserito nelle “assumpion” di inizio anno della banca americana.

Tra le fine degli anni ’60 e gli anni ’80 – spiega il report – i mercati azionari hanno funzionato perseguendo lo scopo che la letteratura economica gli ha sempre assegnato, quello di raccogliere capitali per la crescita delle imprese. Negli ultimi decenni tuttavia, e con maggiore intensità dopo il fallimento di Lehman Brothers, il flusso per il finanziamento dell’attività produttiva si è progressivamente indebolito. I motivi sono stati diversi. Soprattutto gli investitori sono andati alla ricerca dei flussi di reddito che le società quotate erano in grado di erogare sotto forma di dividendi (o, periodicamente, di buyback). E hanno concentrato le loro scelte proprio sulle imprese che assicuravano una redditività abbondante e costante nel tempo. Se storicamente (nella media degli ultimi 25 anni) sono venuti da lì circa la metà dei guadagni di Borsa, nei prossimi anni si stima che la stessa percentuale si attesterà all’85 per cento. Il risultato per la finanza d’impresa è deprimente: sono maggiori le risorse che le aziende restituiscono agli investitori sotto forma di dividendi e buyback – il “bancomat””, appunto – rispetto alle risorse che il mercato, sotto forma di Ipo (sempre di meno) o di aumenti di capitale, mette a disposizione delle società per crescere. Le analisi di Jp Morgan non rappresentano, su questo punto, una novità assoluta ed è da tempo che, ad esempio, la Consob segnala il “tradimento” della Borsa rispetto alla sua funzione originaria.

Anche visto dal punto di vista delle stesse società è cambiata l’attrazione del mercato azionario, sempre più percepito come un luogo – spiega Jp Morgan – che genera “moneta per acquisizioni”, visto che il valore assegnato alle azioni è poi spendibile negli scambi “carta contro carta” dell’attività di M&A.

Ed il mondo private? Quella destinazione d’investimenti è stata favorita anche dalle più ridotte barriere regolamentari rispetto agli obblighi crescenti imposti negli ultimi anni sui mercati pubblici, come risposta alla crisi della finanza mondiale. Il principale driver che sta spingendo verso quella direzione risorse finanziarie crescenti è stata comunque la discesa dei tassi d’interesse, giunti negli ultimi anni quasi in prossimità dello zero. Di fronte ad attività finanziarie che non generavano risorse sufficienti, gli investitori si sono rivolti altrove e hanno trovato quel che cercavano nel mondo private dove era possibile sfruttare a proprio vantaggio un illiquidity premium, cioè la possibilità di ottenere un extra rendimento per investimenti bloccati per un lungo periodo di tempo. Private equity, private debt, distressed debt, venture capital, infrastructure, real estate, commodity, energy: tutte le diverse modalità con cui può essere declinato il mondo private condividono questa caratteristica. E sono proprio le nuove forme di investimento che stanno prendendo il posto dei mercati pubblici nel finanziare la crescita dell’attività produttiva. Per la verità il rischio di illiquidità appartiene anche ai mercati tradizionali come ben sanno gli investitori quando alcuni di quei segmenti vengono colpiti da improvvisi turmoil. Ma in quel caso – osserva il report di Jp Morgan – il rischio di evaporazione degli scambi associato alle difficoltà del ciclo economi- co non viene remunerato a sufficienza.

Il nuovo mondo degli investimenti illiquidi non è comunque praticabile per tutti gli investitori e non è adatto a tutte le tasche. Chi guadagna da queste esperienza – è ancora sottolineato nel report – sono poi coloro che si affidano a gestori con performance sopra la media del mercato. Sembra una banalità ma in realtà non lo è, perché nel nuovo scenario occorre uno scrutinio ancora più attento di coloro che per un lungo periodo di tempo sono chiamati a compiere le scelte di investimento nell’interesse dei clienti. Infine è fondamentale avere spalle finanziariamente robuste per assorbire shock di mercato e la tentazione di chiudere in perdita posizioni, nel momento peggiore, per il timore di perdite ulteriori. Ed ecco perché gli asset private crescono progressivamente all’aumentare dei patrimoni in gestione.

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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