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Poste Italiane, leader silenziosi

Poste Italiane, leader silenziosi

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Contributor, Nicola Ronchetti

19 Novembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Da qualche mese Poste Italiane ha lanciato in gran segreto il servizio di private banking

  • Nella Finer Bank Manager Explorer 2019 le preferenze dei lavoratori BancoPosta

La consulenza finanziaria dedicata alla clientela private, erogata da BancoPosta sotto la guida di manager di alto profilo, può contare su alcuni punti di forza che i competitor farebbero bene a non sottovalutare

Ricorda un po’ il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, la discesa in campo di Poste Italiane. In particolare di BancoPosta, nell’arena del risparmio gestito e della consulenza finanziaria. Tutti, soprattutto le banche, ne aspettano e per certi versi ne temono l’avvento ma, diversamente dal giovane ufficiale Giovanni Drogo destinato all’antica Fortezza Bastian, in attesa dei tartari che non arriveranno mai, nel nostro caso Poste Italiane e il suo braccio armato BancoPosta sono ormai una realtà più che consolidata.

Numeri

Con 35 milioni di clienti, oltre 13mila filiali sul territorio, ottomila professionisti, una rete Postamat in crescita e – recentemente – forte di una partnership appena siglata con Moneyfarm, specializzata in portafogli etf, Poste Italiane va già considerata una realtà vincente in Italia. Quello che le banche sanno bene è che non è che l’inizio. Per i più distratti giova ricordare che BancoPosta è, e non da oggi, governata da manager di altissimo livello provenienti da esperienze importanti nel gruppo Intesa Sanpaolo, vera fucina di talenti (Laura Furlan, da oltre cinque anni in Poste Italiane, da poco promossa a head of BancoPosta, e Antonello di Mascio, head of affluent client, da meno di due anni in Poste, dopo una vita in posizioni di grande rilievo in banche private e reti di consulenti finanziari).

E come non citare Andrea Novelli, promosso recentemente a head of retail & sme network – responsabile mercato privati, dopo due anni come head of BancoPosta, seppur poco più che quarantenne, vanta un’esperienza in banche d’affari come JP Morgan e poi Cassa depositi e prestiti e Alberto Castelli, da tre anni ceo di BancoPosta Fondi sgr, una carriera in banche d’affari e gruppi bancari.

Altre alte professionalità provenienti dalla prima linea del blasonato mondo del risparmio gestito e da prestigiose banche completano la squadra guidata da Matteo Del Fante che vanta un curriculum vitae da fare impallidire i top manager di altre realtà.

Tutto questo per dire cosa?

Che una squadra così ben assortita non ha certo intenzione di fare melina o peggio di stare in panchina. Infatti con lo stile molto understatement che caratterizza da sempre Poste Italiane, anche considerato l’azionista di riferimento (Mef e Cdp con il 65%), di fatto è già una realtà nel mercato della consulenza finanziaria, in particolare nel segmento affluent o upper affluent (individui con consistenze finanziarie comprese tra i 100mila ed i 500mila euro) il più numeroso in Italia (oltre due milioni di individui) e nel mondo (oltre 80 milioni) e anche quello caratterizzato dal maggior tasso di crescita (+5% all’anno). Si tratta di un segmento di clientela strategico, in quanto via di mezzo tra il mass market ed il private e che come tale è lasciato molto spesso scoperto a causa delle logiche omologanti che affliggono in questo momento alcune delle banche italiane.

A supportarci nella convinzione che Poste Italiane con la divisione BancoPosta stia lavorando nella direzione giusta ci sono anche alcune evidenze empiriche. In particolare i risultati di una ricerca annuale che Finer promuove e conduce annualmente tra giugno e settembre (Finer Bank Manager Explorer 2019) che coinvolge oltre duemila gestori bancari affluent dei principali dieci gruppi bancari italiani tra cui un campione di gestori di BancoPosta.

Il risultato più sorprendente è chedalla ricerca emerge come il 22% dei gestori di BancoPosta impieghi il proprio tempo nello sviluppo di nuova clientela contro la media dei gestori bancari che viaggia su una media del 12%, complici anche le molte incombenze burocratiche che gravano sulle filiali bancarie. Come se non bastasse chi lavora in BancoPosta è mediamente più ottimista sia sul proprio futuro professionale (68% vs. 55% dei gestori delle altre banche) che su quello della propria azienda (75% vs. 63%). Chi lavora in BancoPosta è un po’ più disposto a collaborare con giovani colleghi (86% vs. 80%) un po’ meno a lavorare in team (59% vs. 65%), segno di una professione in via di maturazione. È anche molto interessante vedere come BancoPosta venga percepita dai gestori bancari che lavorano nelle principali banche italiane e quale sia la sua immagine presso questi stessi professionisti. Anche in questo caso il dato è sorprendente, BancoPosta si posiziona al terzo posto, ancorché molto distante dalle prime due – Intesa Sanpaolo e UniCredit – in base al Finer Thermometer Index 2019 (indicatore sintetico che considera la top of mind, oltre venti attributi di immagine e la reputazione dei principali dieci gruppi bancari). C’è chi dice che BancoPosta stia alle banche come l’Ikea ai mobilieri tradizionali e chi dileggia i tanti professionisti che vi lavorano chiamandoli “postini”. Appare superfluo sottolineare il successo di Ikea. Aspettiamo solo di vedere di cosa sono capaci i “postini”.

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Contributor , Nicola Ronchetti
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