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Oltre Intesa e Ubi, il risiko fa bene al private banking

Oltre Intesa e Ubi, il risiko fa bene al private banking

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

16 Marzo 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Nel concreto, cosa comporterebbe per il wealth management italico l’acquisizione Intesa – Ubi? Funaro individua alcuni fattori critici nell’industria finanziaria italiana. Innanzitutto, l’inadeguatezza della remunerazione del capitale

  • Per quanto riguarda Intesa Sanpaolo, posizionarsi con maggiore forza nel nord del Paese grazie all’acquisizione di Ubi Banca significa anche ampliare l’ombrello del wealth management. Sinergie che si trasmetterebbero anche alle fabbriche prodotto

  • “La scala è un elemento critico per generare ritorni adeguati sul commercial banking. La diversificazione della strategia di portafoglio è pure un elemento chiave. Il wealth management è uno dei prodotti più attrattivi per gli investitori, e chi è quotato in Borsa vuole enfatizzare questa componente in modo maggiore”

Con la proposta Intesa – Ubi, il mese di febbraio ha visto muoversi le pedine del risiko bancario italiano ed europeo, wealth management incluso. Adesso, nel pieno del gioco tattico delle parti, è ora di chiedersi cosa cambierebbe per il mondo della gestione patrimoniale. Ce lo ha raccontato Daniele Funaro, partner di Bain & Company, financial services practice

Era la tardissima serata del 17 febbraio 2020 quando Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, scuoteva il mondo della finanza italiana ed europea lanciando la sua offerta pubblica di scambio sulla “seconda migliore banca del Paese dopo di noi”, ossia sulla dirimpettaia Ubi Banca. Tempismo scenico perfetto: una manciata di ore prima che il coronavirus si prendesse tutta la scena.

Nei giorni successivi, iniziavano a snocciolarsi le mosse di rito. Rafforzamento del gruppo degli azionisti di riferimento da parte di Ubi, irremovibilità sul prezzo (17 azioni di nuova emissione Intesa ogni 10 azioni di Ubi Banca, per un corrispettivo totale di 4,86 miliardi di euro) da parte di Ca’ de Sass. Nel concreto, cosa comporterebbe per il wealth management italico l’acquisizione Intesa – Ubi? Ha espresso a We Wealth la sua visione in merito Daniele Funaro, partner di Bain & Company, financial services practice.

La ratio dietro il risiko bancario di Intesa e Ubi

Funaro individua alcuni fattori critici nell’industria finanziaria italiana. Innanzitutto, l’inadeguatezza della remunerazione del capitale: i ritorni sugli investimenti sono molto bassi. Il che, nel caso dell’Italia, è legato non solo ai sottostanti dell’economia-paese “non molto dinamica”, ma anche al tipo di prodotti in carico alle banche. Rispetto alle geografie anglofone e germaniche infatti, in Italia la parte del credito “insiste molto sul modello delle banche, a fronte di una minore leva finanziaria”. L’aspetto culturale del tessuto economico italiano vi gioca un ruolo importante: in Italia, l’imprenditore medio ricorre (o cerca di ricorrere) sostanziosamente al credito bancario e per caratteristiche meno ai mercati dei capitali.

Vi è poi la questione dei bassi tassi di interesse, impattanti ormai il disegno strategico delle banche italiane ed europee. L’erosione di valore generata da un mondo a tassi negativi spinge gli istituti di credito a ricercare margine nelle economie di scala, vale a dire nel fattore dimensionale: più sono grande, più guadagno. A ciò, si aggiunge la strategia di diversificazione del portafoglio, mirante a nuove linee di business complementari e da valorizzare sull’attuale base clienti. Integrare e valorizzare il proprio modello bancario nello scacchiere strategico del consolidamento è fondamentale per vincere (e sopravvivere). Per quanto riguarda Intesa Sanpaolo, posizionarsi con maggiore forza nel nord del Paese grazie all’acquisizione di Ubi Banca significa anche ampliare l’ombrello del wealth management. Sinergie che si trasmetterebbero anche alle fabbriche prodotto. In Italia ormai le boutique sono poche.

La forza delle sinergie

L’aggregazione storicamente ha sempre creato valore. Nell’ambito delle fabbriche prodotto si sta andando su due situazioni estreme. Da una parte, vi sono i grandi operatori di scala, con piattaforme prodotto attive o passive; dall’altra, gli operatori specializzati, di nicchia. Nel mondo delle banche invece attualmente si stanno osservando due aspetti. Uno: la specializzazione nel wealth management paga. Se sei specializzato hai maggiori ritorni. Per specializzarti però hai bisogno di piattaforme più grandi. Quindi di economie di scala, quindi di aggregazione.

Dall’altra però la pressione sui margini è molto forte. Non solo a causa del fattore regolamentare (Mifid e trasparenza), ma anche del mercato stesso, che espone a pressioni sui ricavi, sulle management fee [commissioni di gestione, ndr], sulle performance fee [commissioni di performance, ndr]. Vi sono poi costi di compliance molto più elevati. Si pensi solo ai costi della manutenzione della clientela e alla frequenza con cui la banca deve valutare e profilare i clienti, fare verifiche. Anche in questo caso, l’elemento dimensionale è il fattore chiave per costruire una fabbrica che sia redditiva”.

Il wealth management parte importante del risiko bancario (oltre Ubi e Intesa)

Considerazioni queste che non valgono solo nel mondo del wealth management “ma anche in quello del consumer private e di tutte le altre fabbriche. Probabilmente valgono di più nel wealth perché di fatto la regolamentazione sta ponendo in essere tutta una serie di paletti”. Prosegue Funaro, “La scala è un elemento critico per generare ritorni adeguati sul commercial banking. La diversificazione della strategia di portafoglio è pure un elemento chiave.

Il wealth management è uno dei prodotti più attrattivi per gli investitori, e chi è quotato in Borsa [come Intesa, ndr] vuole enfatizzare questa componente in modo maggiore. Peraltro, perseguire il successo nel wealth management presuppone che si abbia un’elevata specializzazione delle competenze. In altri termini, che si sia posizionati in alto sulla curva di esperienza”, agevolato a sua volta dal solito fattore scala. “Vi è dunque una win-win strategy [una strategia in cui le ricadute sono positive per tutti gli attori, ndr] legata all’aggregazione”, conclude Daniele Funaro.

Le prossime mosse sullo scacchiere (indiscrezioni)

I rumores di mercato intanto lasciano suppore che sul tavolo ci siano altri dossier. Qualche nome: Monte dei Paschi innanzitutto; poi, come target ci potrebbero essere Carige, Creval e la Banca Popolare di Sondrio. È possibile che su qualcuna di queste realtà si faccia avanti Banco Bpm, il quale rischia di restare a bocca asciutta se dovesse andare in porto l’operazione Intesa – Ubi. Altri buyer potrebbero essere Credit Agricole e Bnp. Non resta che attendere l’esito del risiko in atto.

Teresa Scarale
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