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La strategia di Aipb per far fluire il denaro private verso le pmi

La strategia di Aipb per far fluire il denaro private verso le pmi

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Laura Magna
Laura Magna

15 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 5 min
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  • Sono oltre 660mila le famiglie hnwi italiane e detengono 1150 miliardi di euro di capitale finanziario. Sono quelle da coinvolgere nel supporto alle industrie in crisi ma con fondamentali solidi ed elevato potenziale di ripresa

  • Per spingere il mercato ci vogliono azioni che rendano l’investimento attraente per chi lo domanda; che spingano le pmi ad avvicinarsi a fonti di finanziamento alternative alle banche e che facciano dell’Italia un asset appetibile per gli istituzionali globali

Secondo Antonella Massari, segretario generale di Aipb, l’incertezza generata dal Covid ha frenato il trend virtuoso degli investimenti verso l’economia reale che era appena iniziato. E anche gli Hnwi hanno preferito scelte più prudenti. Per farli tornare sul terreno degli illiquidi è necessario adeguare l’offerta e accelerare sulla creazione della categoria dei semiprofessionali, che si muovono su direttrici diverse rispetto al retail

Investire in economia reale. Il tema è al centro della scena nell’era del Covid. E non è difficile comprenderne le ragioni: dal punto di vista dell’investitore l’economia reale rappresenta un asset alternativo decorrelato rispetto al mercato con rendimenti interessanti (a fronte, certamente, di un rischio elevato che dipende essenzialmente dal suo carattere illiquido). Dal punto di vista del mercato, far fluire liquidità alle pmi ferite dalla crisi può contribuire alla loro ripresa e in generale a quella dell’economia.

Come contribuire al rilancio delle pmi

“Le pmi rappresentano il cuore dell’attività produttiva del Paese e hanno oggi quanto mai bisogno di sostegno e risorse che possono arrivare dal risparmio privato degli italiani, in particolare dal segmento private”, dice a We Wealth Antonella Massari, segretario generale di Aipb (Associazione Italiana Private Banking). Il segmento private coincide con gli Hnwi, i detentori di patrimoni finanziari superiori ai 500mila euro che sono “più propensi al rischio e a orizzonti di lungo termine, che sono ciò che è richiesto a chi punta sull’economia reale”.

Il Covid ha reso gli Hnwi più prudenti

In questo momento storico di profonda incertezza, tuttavia, anche gli Hnwi sembrano essere diventati più prudenti: il 65% delle famiglie private (dal 48% del 2019) non è disposto a investire nel lungo periodo, secondo un sondaggio Ipsos per Aipb. “Per questo c’è bisogno di interventi a presa rapida con impatti positivi su tutti i soggetti chiave del processo: risparmiatori, imprese, gestori specializzati: in questa ottica, va inquadrato per esempio l’emendamento sulla defiscalizzazione delle perdite per i Pir Pmi, introdotto nell’ultima legge di bilancio. È una misura che va nella giusta direzione e rappresenta un riconoscimento da parte delle istituzioni del ruolo centrale del risparmio privato a supporto del rilancio del Paese”. La norma a cui Massari fa riferimento è l’articolo 35-bis della legge di Bilancio che istituisce un credito d’imposta per le eventuali perdite relative agli investimenti dell’anno 2021 in Pir Pmi, i panieri che includono al loro interno titoli di aziende non quotate. In particolare, la legge fissa la possibilità di detrarre fino a un valore massimo di 60.000 euro (pari al 20% del tetto di 300mila euro investibili ogni anno nello strumento) in 10 rate annuali in compensazione con F24. Lo si può fare solo alla fine dei cinque anni di detenzione, dunque la detrazione scatta a partire dal 2026.

La defiscalizzazione delle perdite? Una buona idea per superare l’impasse

Ci sono state alcune polemiche ad accompagnare questa misura, ma secondo Massari è una norma buona nella sua eccezionalità. “Si tratta di un paracadute fiscale che si configura oggi come un intervento necessario per arginare gli effetti di breve termine della crisi che stiamo vivendo. È centrale, infatti, che il risparmio privato trovi canali preferenziali per finanziare l’economia reale italiana, aiutando le imprese a fare un salto culturale verso fonti di finanziamento alternative. E, nello stesso tempo, che si apra una importante finestra di opportunità a tutti gli operatori specializzati per la creazione di nuovi strumenti atti ad alimentare le stesse pmi”. Secondo Massari dunque la defiscalizzazione delle perdite va proprio in questa direzione.

… ma servono ora azioni strutturali

Perché debbano essere gli Hnwi ad alimentare il flusso delle risorse verso le pmi è chiaro: si tratta di investitori che possono sopportare un maggior rischio e un orizzonte temporale di lungo periodo. In Italia sono “660.800 famiglie a cui fanno capo complessivamente 1.150 miliardi di euro di ricchezza finanziaria”, dice Massari sottolineando come la pandemia abbia frenato bruscamente il processo di investimento di capitali privati in economia reale italiana, che era lentamente partito appena prima dell’inizio della crisi. “Anche gli Hnwi, in periodi come quello attuale con incertezza e volatilità a livelli record, hanno ripiegato verso impieghi più liquidi e cautelativi o in strumenti finanziari che investono in imprese ed emittenti esteri ritenuti più sicuri”. Tuttavia, sempre secondo il già citato sondaggio Ipsos per Aipb, anche oggi i clienti private sarebbero disposti a tenere fermo per almeno 10 anni in investimenti illiquidi il 16% del loro patrimonio, in cambio di rendimenti interessanti (o incentivi fiscali). Insomma, c’è spazio per far crescere questa dinamica virtuosa. Anche perché le strategie specializzate in economia reale sono pari solo allo 0,4% dei portafogli finanziari.

Investitori, pmi, gestori: tutti devono remare nella stessa direzione

Le azioni che vanno intraprese devono essere indirizzate verso tutti gli stakeholder del’ecosistema: ovvero gli investitori, che devono trovare conveniente investire in fondi specializzati in pmi italiane; le imprese, che devono ritenere vantaggioso ricorrere a fonti di finanziamento di lungo periodo complementari al credito bancario. E infine i gestori. “Interventi focalizzati solo su uno dei tre attori coinvolti rischierebbero di far dirottare sui mercati esteri quel risparmio di cui andiamo giustamente orgogliosi e di bloccare le nostre imprese nell’eterna emergenza, impossibilitate a portare finalmente avanti le lancette dell’orologio della crescita”, dice Massari.

Potenziare il fronte dell’offerta

Si deve agire dunque, secondo Aipb, sia sul fronte dell’offerta sia su quello della domanda. “Ancora oggi il nostro Paese presenta caratteristiche culturali che non favoriscono lo sviluppo dei cosiddetti private market – spiega Massari – solo una minoranza di pmi è disposta ad aprirsi al mercato dei capitali di terzi, come dimostra anche la sottocapitalizzazione della nostra Borsa. Questo limita fortemente il bacino di soggetti su cui investire. Dal lato dell’offerta, dunque, le opportunità di investimento per i risparmiatori sono ancora troppo limitate”. A questo si aggiunge una ridotta presenza di professionalità esperte nella selezione delle opportunità presenti sul territorio nazionale. “Si tratta di figure indispensabili, perché il loro lavoro riduce l’asimmetria informativa fra chi offre e chi richiede capitali, dal momento che è molto complicato valutare correttamente una Pmi”.

E accelerare sulla classificazione degli investitori semiprofessionali

Sul fronte della domanda, sarebbe invece auspicabile, secondo Massari “accelerare sul fronte della creazione di una definizione armonizzata a livello europeo della categoria intermedia di investitori semi professionali, basata sulla dimensione minima del portafoglio finanziario e sul livello di servizio, che va dalla consulenza finanziaria di portafoglio fino alla gestione patrimoniale. Si stabilirebbero in tal modo le peculiarità della clientela private rispetto al retail, da cui la prima si differenzia per obiettivi e dinamiche di investimento”. Una categorizzazione di questo tipo servirebbe inoltre a rimuovere i limiti generati dall’applicazione dalla Mifid 2, “che ha avuto molti meriti sul fronte della tutela dell’investitore retail, ma una serie di conseguenze negative per i clienti con patrimoni elevati in termini di limitato accesso al premio di illiquidità, di minore opportunità di diversificazione e decorrelazione, di scarso accesso ai benefici fiscali”, conclude Massari.

Laura Magna
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