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Denominatore Pil: via gli “zombie” dall’economia italiana

Denominatore Pil: via gli “zombie” dall’economia italiana

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

15 Novembre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • La ricetta della stabilità del sistema finanziario italiano è tanto semplice negli ingredienti quanto difficile nella realizzazione, dice il professor Franco Bruni nel corso del XV forum dell’Aipb

  • Il mercato del capitale in Italia deve fare il suo lavoro in modo più produttivo ed efficiente, posizionando risorse là dove rendono di più per far crescere il Pil dell’economia italiana

  • “Il riflesso finanziario della politica è però spento dalle attuali politiche monetarie super espansive. In Italia inoltre la disciplina finanziaria è ridotta anche dagli acquisti di titoli pubblici da parte delle banche”

  • Il private banking italiano ha la capacità e gli strumenti per essere vincente nella “riscossa del Pil”, a patto di intervenire proprio laddove ce ne è più bisogno

Il futuro dell’economia italiana (e dell’Italia…) risiede in un unico numeretto, il Pil. Non da solo però, ma come denominatore di quanto spende lo Stato. Sembra macchinoso? No, e il private banking può essere un’arma vincente. Ecco perché

Economia italiana e Pil, l’annosa questione

“Per stabilizzare il sistema politico italiano occorrono stabilità politica, disciplina di mercato, riduzione rapporto debito/Pil tramite l’aumento del denominatore”.

Ovvero della crescita: se si guadagna di più si può spendere di più, senza andare in rovina. In una ricetta tanto semplice negli ingredienti quanto difficile nella realizzazione risiede la chiave della stabilità del sistema finanziario italiano. A parlare è il professor Franco Bruni, vice presidente ISPI e senior professor di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi, in apertura del suo intervento nell’ambito tavola rotonda del XV forum del private banking 2019 tenutosi a Palazzo Mezzanotte a Milano il 15 novembre 2019. La crisi della produttività italiana è molto grave da vent’anni, come mostra la serie storica dei dati 1999/2017. Ma ciò che è peggio, sono le proiezioni della crescita, ad oggi disastrose.

Franco Bruni, vicepresidente Ispi e senior professor di Teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi

Perché l’Italia, con le sue sacche di eccellenza, cresce zero virgola?

Franco Bruni va dritto al dunque: l’Italia cresce poco a causa della “misallocazione” di capitale e lavoro. Ossia, i due fattori produttivi principi di un’economia sono utilizzati male, con inefficienza. La riallocazione di questi due elementi in Italia è cruciale. La principale imputata non è, come si potrebbe pensare, la forza lavoro, ma il capitale, sorprendentemente. E qui entrano in scena le banche, responsabili di aver finanziato o finanziare ancora imprese “zombie”, non solo improduttive ma già morte, a discapito di promettenti startup, magari. Il mercato del capitale in Italia deve fare il suo lavoro in modo più produttivo ed efficiente, posizionando risorse là dove rendono di più. Insieme con il lavoro.

Ad oggi, i dati mostrano una crescita esponenziale dell’indice di misallocazione dal 1995 al 2015 (dati professor Gianmarco Ottaviano, Università Bocconi). L’aumento dell’indicatore ha subito una battuta d’arresto solo in prossimità del 2008, momento in cui “sono morte molte imprese davvero poco efficienti”. La distanza fra “zombie” ed “eccellenti” si allarga.

Italy: evolution of aggregate misallocation. Increasing distance between excellences, mediocrities and zombies. Note the GFC’s darwinism Fonte: Gianmarco Ottaviano et al.
Crescita Pil economia italiana ostacolato
L’incertezza geo-economico-politica globale è grande e cresce. Global economic policy uncertainty index. Fonte: Scott Baker, Nicholas Bloom, Steven Davis  Vox, 17 September 2019

Il meccanismo politico europeo ad un’impasse?

La frammentarietà dello scenario politico non aiuta. E non si tratta di un fenomeno soltanto italiano o dei paesi europei cosiddetti periferici. Recentissimi dati (Commissione europea) mostrano infatti che in Europa nell’ultimo decennio la percentuale di voti di chi vince le elezioni è drammaticamente calata, mentre è salita la percentuale dei partiti con più dell’1% di voti. Parafrasando, la democrazia s’è fatta a pezzi, o per lo meno il voto è diventato debole, e vincere le consultazioni elettorali non garantisce più la governabilità.

L’incertezza riguarda direttamente anche l’Ue

Gli indicatori del rischio finanziario globale parlano chiaro, ma i mercati internazionali sembrano sordi. L’Italia invece fa moderatamente eccezione: lo spread italico è un indicatore sensibile e pronto. Nel Belpaese, “gli stress politici hanno un qualche riflesso finanziario”, prosegue Bruni. “Il riflesso finanziario della politica è però spento dalle attuali politiche monetarie super espansive. In Italia inoltre la disciplina finanziaria è ridotta anche dagli acquisti di titoli pubblici da parte delle banche”.

Antonella Massari, segretario generale AIPB

Economia italiana, non solo Pil. Dalla lentissima crescita reale alla lenta crescita della ricchezza finanziaria

In Italia, la ricchezza finanziaria privata sta crescendo più lentamente che altrove. Il paragone con le altre macro regioni globali è impietoso e destinato ad aumentare almeno fino al 2022. Nel nostro Paese la crescita media annua della ricchezza private è stata dell’1,6% dal 2014 (1000 miliardi di dollari) al 2018 (1100 miliardi di dollari) e si attesterà su un 4% cumulato dal 2018 al 2022 (1300 miliardi di dollari). Ecco invece gli stessi dati per Europa, Nord America e Asia Pacifico. Europa: +2% dal 2014 (11.000 miliardi) al 2018 (12.000 miliardi), +8% dal 2018 al 2022 (16.000 miliardi). Nord America: +11% dal 2014 (48.000 miliardi) al 2018 (65.000 miliardi), +6% dal 2018 al 2022 (81.000 miliardi). Asia Pacifico: +11% dal 2014 (13.000 miliardi) al 2018 (18.000 miliardi), + dal 2018 al 2022 (31.000 miliardi). Questo l’affresco che la moderatrice Antonella Massari, segretario generale Aipb, dipinge in apertura della tavola rotonda.

I nuovi flussi di ricchezza private in Italia risultano quindi contenuti, ma il trend di crescita è costante. E a fine 2019 secondo le stime si raggiungeranno i 1.100 miliardi di euro. Ciò che desta preoccupazione però non è lo stock di ricchezza, quanto la sua evoluzione tendenziale: il divario con gli altri paesi resta ampio e, ceteris paribus, non verrà colmato.

Il private banking può incidere sul Pil dell’economia italiana

In che modo? Per via diretta e indiretta. In primo luogo, tramite la performance finanziaria. Ossia, con l’allungamento delle scadenze degli investimenti e la selezione delle migliori opportunità nell’ambito mercati privati. Poi, tramite il sostegno agli investimenti produttivi, focalizzandosi laddove l’economia è maggiormente recettiva e fertile e tralasciando le imprese “zombie”. In tal senso, il private banking può influire sulla produttività del sistema – paese tramite la consulenza ai clienti imprenditori per un maggiore ricorso ai mercati dei capitali, un miglioramento della governance di impresa, per esempio. Infine, il mondo del private banking può agire in sinergia e complementarietà con gli altri attori del sistema, dialogando con istituzioni, regolatori, responsabili dei mercati regolamentati e fabbriche dei prodotti finanziari.

Dello stesso avviso, gli altri relatori della tavola rotonda moderata da Antonella Massari. Da Saverio Perissinotto (Vicepresidente AIPB), a Gloria Bartoli (Docente Università Luiss), passando per Carmine Di Noia (Commissario Consob), Roberto Tasca (Assessore a Bilancio e Demanio del Comune di Milano) e Stefano Venturi (Vice Presidente Assolombarda). Perissinotto in particolare sottolinea che “gli investitori devono imparare ad andare al di là della logica di breve periodo”, puntando a una prospettiva di crescita strutturale.

Saverio Perissinotto, vicepresidente AIPB
Teresa Scarale
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