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L’arte non è più un bene rifugio, è un asset alternativo

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

12 Gennaio 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • «L’ottica del bene rifugio è ormai da abbandonare. All’epoca dei bassissimi tassi di interesse, l’arte è un investimento core. la diversificazione è tanto più efficace e funzionale se viene seguita da un consulente»

  • «Qualche anno fa Isp ha innovato le modalità di rendicontazione, valutazione di bilancio delle opere d’arte di sua proprietà, adottando il principio del fair value. Si è trattato di una scelta netta, per dare un significato aggiuntivo alla nostra collezione d’arte»

  • Il mercato dell’arte è molto cambiato nell’ultimo decennio, risvegliando l’interesse di analisti, banche, investitori. L’arte si sta emancipando dal concetto di bene rifugio

  • I volumi degli scambi ammontavano a oltre 64 miliardi di dollari nel 2019. E non tutti i segmenti si muovono nello stesso modo. Grande attenzione la conquistano gli artisti viventi, circa il 47% del totale». Desta particolare interesse l’ultra-contemporaneo: «I collezionisti vogliono investire in opere che si apprezzeranno»

Da sempre relegata ai margini della gestione patrimoniale, l’arte nel nuovo millennio è assurta a vero e proprio asset, soprattutto nell’ultimo decennio. Lo sa bene Intesa Sanpaolo, leader indiscussa nella valorizzazione del patrimonio. Parlano Tommaso Corcos, Michele Coppola, Gregorio De Felice

«Siamo gestori di ricchezze. Soprattutto siamo consulenti a tutto tondo per il cliente private. Esserlo, significa oggi non occuparsi solo della parte finanziaria, ma avere una consapevolezza di tutti quelli che in realtà sono degli asset fondamentali, punti di riferimento per la ricchezza del cliente». A parlare è Tommaso Corcos, amministratore delegato Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking, nell’ambito della presentazione della ricerca Collezionisti e valore dell’arte in Italiaprima edizione di una serie di studi dedicati al mercato dell’arte promossi proprio da Isp in collaborazione con Miart. «Il mondo dell’arte per Intesa Sanpaolo è particolarmente importante».

Come dargli torto, del resto: la massa immensa di liquidità in circolazione nell’era dei tassi a zero chiama asset alternativi a quelli tradizionali, spesso forieri di rendimenti pallidi se non negativi. Prosegue Corcos, «l’arte è un mercato che è cambiato tantissimo nel corso degli ultimi anni, anche a causa dell’enorme liquidità che vi si è riversata». Ciò però non vuol dire che acquistare opere d’arte è diventato semplice. «È anche vero che nel mondo dell’arte è tradizionalmente difficile reperire delle informazioni – vi è molta asimmetria informativa – e per questo si può incorrere in investimenti sbagliati». Occorre perciò avvalersi di un esperto. «L’ottica del bene rifugio è ormai da abbandonare. All’epoca dei bassissimi tassi di interesse, l’arte è un investimento core. la diversificazione è tanto più efficace e funzionale se viene seguita da un consulente».

Michele Coppola, executive director Arte Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo, dice che «ogni impresa italiana in salute dovrebbe dedicarsi al supporto dell’arte e della cultura» in quanto trattasi di asset che «va valorizzato in senso strategico per il paese». Per Intesa Sanpaolo è senz’altro così. Non è certo un caso che «qualche anno fa Isp ha innovato le modalità di rendicontazione, valutazione e misurazione per il bilancio delle opere d’arte di proprietà della banca, adottando il principio del fair value. Si è trattato di una scelta netta, per dare un significato aggiuntivo alla collezione d’arte di Isp». È vero che «c’è un valore storico, critico, artistico delle opere, ma non si può non riconoscerne il valore economico», il quale non mette in secondo piano le ragioni storiche, critiche e artistiche della collezione. Anzi: «Deve contribuire ad assegnarne centralità».

Poi, un annuncio. «Dopo Milano, Napoli, Vicenza, oggi Intesa guarda alle quarte Gallerie d’Italia, quelle di Torino, dedicate alla fotografia e all’arte contemporanea», conclude Coppola.

Gregorio De Felice, responsabile direzione studi e ricerche Isp, aggiunge che il mercato dell’arte è molto cambiato nell’ultimo decennio, risvegliando l’interesse di analisti, banche, investitori. L’arte si sta emancipando dal concetto di bene rifugio. Quelli in arte, sono investimenti complementari a quelli tradizionali. «Oggi abbiamo una quantità e disponibilità dati che è di gran lunga superiore a quella di dieci anni fa. La critica di opacità ed elevata discrezionalità al mercato dell’arte comincia a vacillare. Il mercato è sempre più trasparente, accessibile. Contano molto senso di responsabilità e reputazione di chi vi opera. Vi sono nuove generazioni di acquirenti e molti lavorano per elaborare indici di rendimento piuttosto sofisticati per la gestione del rischio».  E non potrebbe essere diverso, in un mercato ormai globale, in cui si opera in modo transfrontaliero.

I volumi degli scambi ammontavano a oltre 64 miliardi di dollari nel 2019. E non tutti i segmenti si muovono nello stesso modo. Prosegue De Felice, «vi sono comparti che destano maggior interesse, come quello degli artisti del dopoguerra o dell’arte contemporanea. Grande attenzione la conquistano gli artisti viventi, circa il 47% del totale». Desta poi particolare interesse l’ultra-contemporaneo: «I collezionisti vogliono investire in opere che si apprezzeranno». Quanto allo spaccato geografico, «il 40% degli scambi avviene sul mercato Usa, poi c’è il mercato del Regno Unito col 22%. La nuova entrata è la Cina. Infine, dopo la Brexit si affaccia prepotentemente la Francia come sostituta della Gran Bretagna per raggruppare tutto il potenziale del mercato europeo».

E l’Italia? Siamo i soliti piccoli-piccolissimi-troppo piccoli? Affatto: quello italiano «può sembrare un mercato molto piccolo, ma in realtà non è così. Molti artisti italiani vendono in altri paesi. Così come vari collezionisti italiani acquistano su piazze estere». Nel nome di una economia sempre più interconnessa, specie in ambito hnwi.

Teresa Scarale
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caporedattore
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