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Parità uomo-donna: obiettivo raggiunto (quasi) in Banca Generali

Parità uomo-donna: obiettivo raggiunto (quasi) in Banca Generali

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Maria Giovanna Arena
Maria Giovanna Arena

12 Novembre 2018
Tempo di lettura: 5 min
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A fine 2017, le ripartizione uomo/donna tra i lavoratori delle sedi di Milano e Trieste si attestava al 50%: in una struttura meritocratica non occorrono norme ad hoc per le quote rosa

Se l’accesso e la carriera in un settore sono impostati su criteri di meritocrazia non ci sono barriere all’ingresso per le donne e non occorrono norme ad hoc per favorire la quota femminile. I problemi ci sono per quei settori in cui c’è ancora un limite culturale ad accettare la presenza femminile in ruoli considerati tipicamente maschili, ad esempio nei consigli di società con partecipazioni pubbliche ma non solo. La realtà è che bisogna ancora darsi da fare per portare avanti una rivoluzione culturale per favorire la presenza femminile in ogni ambito professionale”. E quella delle donne, sosteneva lo storico Eric Hobsbawn, è l’unica rivoluzione non fallita di questo secolo: anche se non ancora compiuta.

La parità uomo-donna in Generali

Enrica Lucchi, executive manager e top banker di Banca Generali, tra
i responsabili di portafogli più significativi e socia della Fondazione Marisa Bellisario, in questa intervista a We Wealth parla del tema della diversity e della parità di genere, anche sulla base della sua esperienza in una
società come Banca Generali, tra le realtà al vertice del mondo private in Italia con oltre il 70% delle masse complessive (58,1 miliardi al 30 giugno) riconducibili a clientela con disponibilità finanziarie oltre il mezzo milione di euro.

Enrica Lucchi

L’intervista

Iniziamo dall’organizzazione in cui lavora, quale è la situazione su questi temi?

Alcuni numeri parlano da soli. Il consiglio di amministrazione di Banca Generali, ad esempio, è composto da 4 consiglieri donne su 9, percentuale che sale alla perfetta parità se si conta anche il segretario del consiglio.
E’ ben oltre la quota di un terzo richiesta dalla legge Golfo-Mosca per i consiglieri del genere meno rappresentato. Inoltre, a fianco alle iniziative rivolte alla rete (vedi box dedicato) l’impegno di Banca Generali verso le donne si concretizza anche a livello di lavoratori dipendenti. A fine 2017, infatti, la ripartizione uomo/donna tra i lavoratori delle sedi di Milano e Trieste si attestava al 50%. Se allarghiamo, invece, l’analisi all’intero settore mi capita ancora oggi di essere tra le poche donne presenti in riunioni di lavoro.

I vantaggi derivanti da politiche mirate alle diversity sarebbero tangibili. Un recente studio della Consob sul periodo 2008-2016, ad esempio, ha valutato che la presenza delle donne nei consigli di amministrazione può aumentare la redditività delle società se le donne hanno un’incidenza di almeno il 17-20% sul totale dei consiglieri. Eppure, secondo alcune ricerche, sono ancora poche le società che formalizzano i progetti relativi alla parità di genere. Perché, secondo lei, occorre affrontare il tema della diversità di genere?

Oggi il nostro settore deve fare i conti con due grandi sfide per il futuro: il passaggio generazionale della ricchezza nelle mani delle nuove generazioni e l’aumento della clientela femminile che avrà sempre più indipendenza in materia finanziaria. Secondo alcune ricerche le donne investitrici negli ultimi dieci anni sono raddoppiate ma non raggiungono ancora il 30% del totale. Le consulenti e private banker donna hanno un ottimo rapporto. Dovuto soprattutto all’affinità di interessi, con i clienti di genere femminile con cui spesso sviluppano un rapporto più stretto. Questo però non vuol dire che debba esserci un inevitabile rapporto consulente e cliente dello stesso sesso ma solo che bisogna tenere conto delle differenze di genere per
prestare un servizio di consulenza e gestione di un patrimonio mirato.

Secondo alcune ricerche le donne tendono a considerarsi meno esperte in materia di cultura finanziaria: un’indagine condotta da GfK per Aipb (Associazione italiana private banking) riporta che il 61% delle donne intervistate ritiene di avere una scarsa competenza finanziaria contro il 41% degli uomini. E anche al crescere del patrimonio le cose non cambiano molto: secondo dati rilevati da Spectrem Group le donne Hnwi (High net worth individual) nell’85% dei casi si dichiarano meno esperte degli uomini intervistati (66%). Per quanto riguarda l’assunzione
di rischi, poi, alle donne viene spesso attribuita una bassa propensione. Lei riscontra questa differenza di genere nell’approccio agli investimenti?

Io opero in un’area geografica particolare, il Veneto, caratterizzato da un tessuto economico in cui la presenza di imprenditori è molto elevata e questo ha un impatto diretto sul modo di fare consulenza sulla gestione dei
patrimoni. Nell’approccio al rischio, ad esempio, riscontro differenze marcate tra chi esercita un’attività imprenditoriale (uomo o donna che sia) e chi ha un lavoro diverso. Il cliente imprenditore, infatti, ha una propensione maggiore al rischio poiché si basa sulla sua esperienza d’impresa e in una fase di turbolenza dei mercati è più portato ad entrare sui mercati in fase
di ribasso se intravede prospettive di crescita a medio termine. Le donne con responsabilità imprenditoriale hanno lo stesso approccio ma sono ancora la minoranza per una serie di ragioni non ultimo il fatto che, in fase di successione, venivano spesso assegnati alle donne gli immobili e agli uomini le quote e la gestione dell’azienda.

Nella mia esperienza ho riscontrato, inoltre, che la rapporti di gestione patrimoniali e finanziari che prima venivano concentrati in un unico istituto bancario tradizionale sono gestiti adesso in maniera differenziata a seconda degli obiettivi, come è giusto che sia. Quando si gestisce un patrimonio bisogna, innanzitutto, comprendere a quali bisogni deve rispondere il patrimonio in esame e come questi cambino nel tempo. Per questo la fase di ascolto e di comprensione delle necessità dell’investitore e della sua famiglia sono un aspetto imprescindibile della mia attività. Se ci sono dei problemi
non è mai un problema di prodotto ma di scarsa conoscenza delle esigenze del cliente. La sensibilità di Banca Generali per la protezione patrimoniale e i servizi di wealth management aiutano in questo senso, consentendo di arrivare a cogliere con servizi specializzati anche le esigenze più complesse dei clienti.

E’ vero che è più difficile conquistare la fiducia di una donna investitrice? Secondo alcune ricerche le donne sono meno legate al banker che segue la gestione del loro patrimonio e tendono a non seguirlo se cambia istituto (69% delle donne vs 62% degli uomini-fonte GfK per Aipb).

Ritorniamo al discorso di prima sulla conoscenza delle esigenze del cliente. In genere la clientela femminile non è interessata solo al rendimento nel brevissimo termine, più spesso i suoi orizzonti di riferimento sono più ampi e prendono in considerazione anche le necessità dei familiari. Ascoltare le richieste e avere la sensibilità di verificare nel tempo come variano queste
richieste è sempre una carta vincente.

La consulenza in rosa di Banca Generali

Banca Generali è stata tra le prime reti ad organizzare dei percorsi ad hoc per la valorizzazione delle consulenti donna e il numero di donne nell’organico conferma la validità del progetto “Consulenza in rosa” e l’attenzione della banca al tema. Oggi le donne presenti in Banca Generali sono 350 su circa 2000 consulenti, vale a dire con un’incidenza del 17%, un
numero leggermente superiore alla media di settore ma ancora non ritenuto soddisfacente dall’istituto guidato dall’amministratore delegato Gian Maria Mossa che vuole accelerare sulle professionalità al femminile. Di particolare interesse è il crescente numero di consulenti donna al top, con portafogli che vanno anche oltre i 100 milioni.

Quantità, oltre che qualità

“Vogliamo aumentare numericamente e migliorare qualitativamente la presenza delle donne all’interno della nostra rete di private banker e per questo abbiamo delineato progetti di formazione e comunicazione ad hoc per loro” spiega Marco Bernardi, Vice Direttore Generale di Banca Generali. In quest’ottica la società ha messo in campo le expertise di consulenti, formatori e contributi universitari per creare un vero e proprio
percorso di formazione che aiuti le consulenti a rafforzare tutte quelle caratteristiche per rispondere alla crescenti sfide della professione”.

Le banker di Banca Generali vengono supportate nella crescita professionale, lasciando loro ampi spazi per coniugare l’equilibrio vita-lavoro, una delle principali problematiche per questa professione. All’interno del percorso sono poi previsti modelli e momenti di
confronto per agevolare l’inserimento di professionalità provenienti dal mondo bancario, alle prese con le novità dell’esperienza di rete.

Lanciato due anni fa, il percorso “Consulenza in rosa” punta a coinvolgere tutte le professionalità della banca cogliendo i punti di forza e le sensibilità sulle tematiche da valorizzare. Durante gli incontri personalizzati studiati
dai manager sul territorio l’attenzione alle tematiche di advisory e, in generale, di wealth management ha trovato notevole interesse, essendo la pianificazione familiare una delle caratteristiche distintive del loro approccio alla professione.

Maria Giovanna Arena
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