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Trimestrali, i primi segnali dagli Usa sono positivi

Trimestrali, i primi segnali dagli Usa sono positivi

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Francesca Conti
Francesca Conti

16 Luglio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Goldman Sachs ha registrato nel secondo trimestre un utile netto di 2,2 miliardi di dollari, in calo del 6,4% su base annua, ma migliore delle attese dagli analisti

  • I ricavi da trading, la divisione maggiore di Goldman, sono scesi a 3,48 miliardi di dollari, sopra le attese degli analisti che scommettevano su un calo maggiore

  • JP Morgan Chase ha chiuso il secondo trimestre con un utile netto ‘record’ pari a 9,65 miliardi di dollari

  • Per Bloomberg le banche Ue dovrebbero registrare 17,16 miliardi di euro di ricavi in meno e 1,49 miliardi di maggiori accantonamenti

I primi risultati trimestrali, di Goldman Sachs e JP Morgan Chase, aprono la stagione delle trimestrali dando segnali positivi. Ma gli analisti di Bloomberg tagliano le stime sui ricavi delle principali banche Ue, mentre Moody’s lancia un endorsement verso le banche italiane

Nonostante i venti contrari, la prossima stagione delle trimestrali potrebbe regalare risultati migliori delle attese. I primi segnali, positivi, vengono dai conti di due tra le maggiori banche di investimento made in Usa: Goldman Sachs e JP Morgan Chase. La prima ha riportato risultati in discesa, ma migliori del previsto. La seconda invece, nel secondo semestre ha registrato un utile netto da record. Segnali di sfiducia sembrano invece provenire dai principali istituti di credito europei. Il team di analisti finanziari di Bloomberg ha infatti rivisto al ribasso le attese sui ricavi delle banche del Vecchio Continente.

I conti di Goldman Sachs

Il secondo trimestre del 2019 per Goldman Sachs ha visto risultati migliori delle attese, nonostante il continuo calo delle commissioni dell’investment banking e dei ricavi generati dai trader. La banca statunitense ha registrato un utile netto di 2,2 miliardi di dollari, in calo del 6,4% su base annua, ma che riportato per azioni e rettificato per le voci eccezionali, si è attestato a 5,8 dollari contro 4,89 dollari attesi dagli analisti. I ricavi sono diminuiti dell’1,8% a 9,46 miliardi di dollari, un livello superiore agli 8,83 miliardi previsti dai mercati.

I ricavi da trading, la divisione maggiore di Goldman, sono scesi a 3,48 miliardi di dollari, sopra le attese degli analisti che scommettevano su un calo maggiore. “Siamo incoraggiati dai risultati della prima metà dell’anno. La nostra posizione di forza ci posiziona per distribuire capitale agli azionisti, incluso un significativo aumento del dividendo nel terzo trimestre”, afferma l’amministratore delegato David Solomon.

I risultati di JP Morgan

Risultato netto in crescita del 16%, invece, per JP Morgan. La società ha chiuso il secondo trimestre con un utile netto ‘record’ pari a 9,65 miliardi di dollari, alimentato dal buon andamento delle sue tradizionali attività di prestito alle famiglie e alle Pmi e da un aumento delle spese da parte dei titolari di carte bancarie. I ricavi trimestrali aumentano del 4,1% a 29,6 miliardi, ben al di sopra dei 28,91 miliardi previsti dai mercati, nonostante un costante calo (-6%) delle entrate generate da attività di intermediazione, negoziazione di obbligazioni, materie prime, valute e altri prodotti finanziari.

“Abbiamo registrato un secondo trimestre e un primo semestre solidi che hanno beneficiato del nostro modello di business diversificato”, ha commentato il chairman e ceoJamie Dimon. A calare è stata in particolare la performance della divisione Corporate&Investment banking, che a causa delle maggiori incertezze macroeconomiche e geopolitiche ha riportato utili per 2,935 miliardi, in flessione dell’8%, su ricavi per 9,64 miliardi. La call che ha accompagnato la presentazione dei conti trimestrali ha segnato il debutto della direttrice finanziaria Jenn Piepszak, promossa in quel ruolo lo scorso aprile. Per gli analisti è stata la prima occasione per giudicare la donna vista come un potenziale successore del 63enne Jamie Dimon, ceo dal 2005.

Le attese sulle principali banche europee

Intanto gli analisti di Bloomberg segnalano ricavi più bassi all’orizzonte. In base al consensus degli analisti, scrive Milano Finanza, gli istituti di credito dovrebbero registrare 17,16 miliardi di euro di ricavi in meno e 1,49 miliardi di maggiori accantonamenti causati soprattutto da tassi sempre negativi e dalle difficoltà del Pil europeo di avviarsi verso una giusta crescita a causa anche di conflitti commerciali a livello globale.

Unicredit, spiega Bloomberg, dovrebbe registrare per il 2020 un miliardo netto in meno di ricavi e qualche accantonamento in meno (13 milioni). Per Intesa Sanpaolo, la flessione dovrebbe riguardare 1,05 miliardi di ricavi e nel contempo di 60 milioni in più di accantonamenti. La situazione degli istituti italiani è comunque più favorevole rispetto a quella di Hsbc. Per l’istituto Uk le previsioni di ricavi al 2020 sono di 2,94 miliardi in meno con ulteriori accantonamenti per 934 milioni di euro.

Bnp Paribas dovrebbe registrare minori entrate per 2,18 miliardi e 191 milioni di accantonamenti in più al 2020, Société Générale dovrebbe invece vedere 2,2 miliardi in meno di ricavi e 39 milioni in più di accantonamenti. Nessuna buona nuova anche per le chiacchierate Deutsche Bank e Commerzbank. Usando il metodo di calcolo che mette a confronto il prezzo del titolo rapportato al capitale per il 2020 (PNav), Db e Commerz – spiega Mf – sono scese dalle prime tre posizioni rispettivamente, alla 33esima e nona posizione anche dopo il drastico piano di ristrutturazione annunciato da Deutsche Bank .

Ottimismo sulle banche italiane

Da Moody’s è invece arrivato un endorsement per le banche italiane. La qualità degli attivi, scrive l’agenzia di rating, “è nettamente migliorata” per lo stock di crediti deteriorati che “è diminuito drasticamente negli ultimi due anni e si ridurrà ulteriormente nel 2019”. Gli economisti di Moody’s individuano il principale alleato degli istituti italiani nel meccanismo della garanzia pubblica Gacs, che ha “trainato” la pulizia dei conti insieme con l’appettito degli investitori istituzionali.

La spinta alla pulizia del sistema è stata data dalle cinque maggiori banche: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Mps e Ubi Banca. Moody’s avverte però che il rapporto del 9,3% tra i crediti deteriorati lordi e il totale dei crediti, a fine 2018, è rimasto ben al di sopra della media Ue del 3,2%. Resta, insomma, del lavoro da fare. Secondo l’agenzia, l’approccio “più rigoroso” della vigilanza Bce “costringerà le banche italiane a ridurre ulteriormente il proprio stock di crediti problematici nei prossimi anni”.

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