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PwC, i segreti dei ceo italiani per i prossimi anni

PwC, i segreti dei ceo italiani per i prossimi anni

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Francesca Conti
Francesca Conti

27 Maggio 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • Nei prossimi anni il 70% dei ceo italiani intende puntare sull’efficienza operativa, il 54% sulla crescita organica e il 46% sul lancio di un nuovo prodotto o servizio

  • Il 35% dei ceo italiani guarda all’ingresso in un nuovo mercato, il 31% a nuove operazioni di M&A e il 28% ad alleanze strategiche o joint venture

  • La preoccupazione principale dei ceo italiani (54%) è la disponibilità di competenze chiave

  • L’intelligenza artificiale viene considerata dalla maggior parte dei ceo italiani (73%) un fattore che rivoluzionerà la gestione del business

La fotografia scattata dall’Annual Global ceo survey di PwC mostra che i ceo italiani sono al contempo pronti a guardare alle opportunità oltre i confini nazionali, ma anche prudenti. La maggioranza infatti è più orientata a migliorare la propria efficienza operativa, piuttosto che a lanciarsi su un nuovo prodotto o servizio

I ceo italiani? Pronti a espandere la propria società all’estero, ma anche prudenti nel non lanciarsi in imprese rischiose, visto il crescente clima di incertezza dato dal quadro economico. Sono solo alcuni dei dati emersi dalla Annual Global ceo Survey di PwC, presentata in occasione del World Economic Forum di Davos e riproposta il 27 maggio a Milano con un focus sulle priorità emerse dal panel di oltre 100 imprese italiane, tra le quali le aziende del Comitato Leonardo. Dallo studio emerge come nell’agenda dei ceo italiani oggi ricopra un ruolo prioritario il tema delle competenze, con una grande attenzione a formazione e upskilling delle risorse interne oltre che all’attrazione di talenti e professionisti qualificati.

Per aumentare la redditività della propria impresa, nei prossimi anni il 70% dei ceo italiani intende puntare sull’efficienza operativa, il 54% sulla crescita organica e il 46% sul lancio di un nuovo prodotto o servizio. “Questo significa che il contesto in cui si muovono i ceo è di tipo difensivo. C’è una maggiore incertezza a livello globale, che si traduce in un significativo atteggiamento di prudenza”, ha spiegato Nicola Anzivino, partner di PwC Italia che ha presentato i risultati del sondaggio.

Per crescere a livello internazionale, inoltre, il 35% dei ceo italiani guarda all’ingresso in un nuovo mercato, il 31% a nuove operazioni di M&A e il 28% ad alleanze strategiche o joint venture. “Anche il tema del perimetro aziendale sta cambiando”, ha sottolineato Anzivino. Per il manager, “questo è visto ormai come un limite. Per potersi espandere oggi bisogna essere aperti a tutte le possibilità. Non esiste più la classica concorrenza tra società, fornitori ecc, ma ‘l’altro’ è visto come un’opportunità di crescita”, ha continuato Anzivino.

La preoccupazione principale dei ceo italiani, comunque, risulta essere la disponibilità di competenze chiave (54% degli intervistati), seguita dai prezzi delle materie prime (52%), dalla prontezza di risposta in caso di crisi (46%), dal cambiamento dei comportamenti d’acquisto dei consumatori (45%), da nuovi concorrenti sul mercato (43%) e da minacce informatiche (43%). Il tema delle competenze è dunque molto sentito: per il 42 % dei ceo la principale causa della difficoltà di reclutare talenti è la carenza di personale qualificato, per il 30% il cambiamento delle competenze richieste nel settore e per l’11% il cambiamento della visione del settore da parte dei candidati.

In questo contesto emerge l’importanza di puntare sul miglioramento delle skills interne: le misure considerate prioritarie dai ceo italiani sono l’aumento di fidelizzazione e formazione del personale (58%), l’assunzione di dipendenti dalla concorrenza (16%) e l’assunzione di personale da altri settori (13%). Un altro elemento che emerge come prioritario per l’agenda degli ad italiani è poi la possibilità di disporre di dati completi e affidabili per guidare decisioni strategiche: dati relativi a preferenze e esigenze dei clienti (88%), al brand e alla reputazione aziendale (85%), a previsioni e proiezioni finanziarie (82%) o al benchmark sulle performance di aziende simili alla propria (81%).

Emerge tuttavia una difficoltà di disporre di dati affidabili e di analizzarli in modo corretto: quelli sulle previsioni finanziarie vengono considerati esaustivi dal 45% del campione e adeguati ma incompleti dal 46%, quelli su vantaggi e svantaggi delle nuove tendenze tecnologiche sono considerati esaustivi solo dal 15% del campione, inadeguati dal 29% e incompleti dal 51%. Il 46% dei CEO italiani considera la capacità della propria azienda di prendere decisioni basate sui dati sostanzialmente uguale alla concorrenza, il 44% in vantaggio e solo il 10% si considera in svantaggio rispetto ai propri competitor.

Infine, l’intelligenza artificiale viene considerata dalla maggior parte dei ceo italiani (73%) un fattore che rivoluzionerà la gestione del business, sebbene ad oggi solo il 20% del campione sostenga di aver introdotto iniziative che la implementino, il 33% pensa di iniziare ad introdurne nei prossimi 3 anni e il 44% non prevede per il momento alcuna iniziativa.

“L’incontro di oggi, che abbiamo voluto a Milano, capitale italiana dell’innovazione, è pensato come bussola di orientamento per condividere il punto di vista di chi si confronta quotidianamente con mercati sempre più globali, tecnologizzati, competitivi” ha dichiarato Luisa Todini, presidente del Comitato Leonardo. “Una riflessione necessaria nell’attuale clima di incertezza caratterizzato da tensioni commerciali e sui mercati, che impatta sulla domanda interna, sul Pil, sull’export e sulla fiducia delle imprese. L’onda del digitale rivoluziona i processi produttivi richiedendo all’impresa un investimento costante in innovazione tecnologica ma anche un deciso cambiamento culturale: agilità strategica, capacità di adattamento ai mutamenti delle tecnologie, ascolto continuo di consumatori sempre più globali, connessi, virtuali. Oltre al necessario upgrade tecnologico è quindi fondamentale investire sulle competenze, il vero nodo della sfida digitale”.

Francesca Conti
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