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Paolo Basilico, i segreti per il successo negli investimenti

Paolo Basilico, i segreti per il successo negli investimenti

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Francesca Conti
Francesca Conti

13 Giugno 2019
Tempo di lettura: 7 min
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  • Per il fondatore di Kairos, Paolo Basilico, generare alpha oggi è “nettamente più difficile”

  • Secondo Basilico esiste un’anima speculativa in ognuno di noi. Per controllarla si può limitarla a una piccola percentuale del patrimonio o investire in strumenti non agevolmente liquidabili

  • Basilico si augura che Kairos “sia preservata nella sua interezza – chiunque sia l’azionista di maggioranza”

  • Per Basilico assisteremo a un processo di concentrazione del settore del risparmio gestito in grandi realtà

I segreti di oltre 35 anni di carriera racchiusi in poco più di 200 pagine. Uomini e soldi di Paolo Basilico è un libro dallo stile chiaro e semplice, come semplici sono le regole da seguire per avere successo negli investimenti. L’intervista esclusiva al fondatore ed ex amministratore delegato di Kairos

Dalla psicologia alla finanza, il passo è breve. Specialmente se non credi che il mondo degli investimenti sia “un laboratorio di formule o di algoritmi”, ma “una materia intimamente umana”. E che siano proprio gli uomini a fare la differenza nell’universo dei numeri. È stato così fin dal primo giorno dei suoi trentacinque anni di carriera per Paolo Basilico, uno dei nomi più noti della finanza italiana. Un primo interesse verso la psicologia e il giornalismo, poi uno stage a Wall Street che lo catapulta a contatto con l’attualità. Il resto è storia, oltre che l’avventura di una vita: l’approdo in una Piazza Affari ancora indisciplinata, la prima grande ondata di privatizzazioni e infine la creazione e la guida della boutique di gestione di patrimoni Kairos, di cui ha recentemente ceduto il timone.

Anni, esperienze, riflessioni che il manager ha messo nero su bianco in un libro, Uomini e soldi (Rizzoli), a metà tra un’autobiografia e una preziosa raccolta di regole di investimento. È il racconto di un movimentato viaggio al centro della finanza, che diventa l’occasione per spiegare con estrema chiarezza e semplicità di linguaggio come funziona la macchina economica e finanziaria, come possiamo sfuggire alle trappole logiche e psicologiche in cui finiamo fatalmente per cadere quando dobbiamo prendere decisioni che toccano i soldi, quali sono i principi a cui attenersi per investire con successo.

Sì perché il punto di partenza è sempre l’essere uomini. E il gestore invita a tenere una copia dell’Odissea sulla scrivania, per ricordarci – come Ulisse – che a volte è impossibile resistere al richiamo delle sirene che cantano di facili guadagni. Così come è impossibile ignorare l’istinto primordiale che ci fa dare retta al ‘lupetto di Wall Street’, l’anima più speculativa di ogni investitore. Per investire bene, in fondo, serve solo “tanta disciplina interiore”, perché “il più grande nemico che dobbiamo affrontare sui mercati siamo noi stessi”.

Paolo Basilico in bianco e nero
Paolo Basilico, fondatore ed ex amministratore delegato di Kairos

Nel suo libro dà molti consigli agli investitori, o ai potenziali tali, ce n’è uno più importante o che potrebbe riassumerli tutti?

Il più importante è il primo: cercare di saperne sempre di più in materia di finanza e investimenti. La mia esperienza mi dice che la conoscenza finanziaria in Italia, anche da parte dei più colti o di chi ha patrimoni importanti, rimane insufficiente rispetto alle sfide che ci aspettano nei prossimi anni. L’Italia è un Paese ricco in termini di patrimonio gestito e ricchezza finanziaria, ma le incognite all’orizzonte sono molte: dall’euro, al sistema pensionistico, alla tecnologia che avanza. Secondo me è essenziale che le persone imparino a saperne di più e a capire che questo è un argomento rilevante per le loro vite, per quelle dei loro figli, dei loro nipoti e per le future generazioni. Senza questo tassello, tutte le altre regole o suggerimenti non servirebbero assolutamente a nulla. Se non siamo un minimo capaci di avere la consapevolezza di noi e degli strumenti finanziari, tutto il resto diventa o inutile o addirittura dannoso.

Come tenere a bada quel ‘lupetto di Wall Street’ che riguarda l’aspetto più umano di ogni
investitore?

Esiste una parte speculativa in ognuno di noi. Negarla è sbagliato, perché non ci porta da nessuna parte e spesso ci conduce a mettere un po’ la testa sotto la sabbia. Per chi sa di avere un’attitudine irrefrenabile verso la speculazione, io suggerisco da un lato di limitarla a una piccola percentuale del patrimonio, in modo da isolare il resto da operazioni che ne possono compromettere l’esistenza. Dall’altro di investire in strumenti con un orizzonte di medio-lungo termine, quindi non agevolmente liquidabili, che impediscano al risparmiatore-investitore di fare operazioni speculative. Sono due modi direi opposti di controllare questa parte presente in ognuno di noi. In alcuni è più sviluppata, ed è bene che ognuno ne sia consapevole.

E Ulisse?

Ulisse è una figura eroica: non combatte le sirene e non crede di essere più forte di loro, ma si fa legare per affrontarle. Omero ci racconta 2.700 anni fa come di fronte a certe situazioni la ricetta giusta sia quella di riconoscere le proprie debolezze per affrontare il nemico. Ulisse dice: “È meglio che io mi faccia legare, perché se sento il canto finirò per essere coinvolto”. E il canto delle sirene in finanza è fortissimo e molto frequente. A regolare distanza di anni ci sono infatti episodi in cui persone intellettualmente valide e preparate, si fanno coinvolgere in speculazioni fallimentari. Quindi evidentemente l’attrazione verso il denaro facile è irresistibile per molti.

Oggi ci sono molte più sirene di un tempo?

La regolamentazione creatasi negli anni protegge molto di più gli investitori dal richiamo di ‘sirene’ pericolose. Ma da un altro punto di vista, la finanza si è enormemente ingigantita e oggi ci sono molteplici strumenti e opportunità di investimento. È inevitabile che, proprio per la nostra attitudine umana, si presentino delle situazioni che puntualmente facciano cadere in errore le persone.

Generare alpha oggi è più difficile?

Nettamente più difficile. È chiaro che al crescere del numero di interlocutori si è ristretto lo spazio per la creazione dell’alpha. Quelli che io chiamo ‘i cercatori d’oro’, i gestori attivi, oggi fanno un mestiere molto più difficile, perché trovare le pepite in mezzo a tanti è diventato più complicato. In certi settori direi quasi impossibile. In mercati meno efficienti e affollati è ancora possibile, però rispetto a quando ho iniziato io è aumentata l’informazione finanziaria, sono aumentati gli interlocutori, il mercato è diventato in tutto più efficiente e quando questo accade – per definizione – l’alpha diventa più difficile da generare.

Se lei fosse uno di quei ‘cercatori d’oro’, qual è il settore in cui proverebbe a lanciarsi per trovare alpha?

L’alpha per definizione si trova nei mercati meno efficienti, quindi più piccoli e periferici. Sono gli spazi in cui gli algoritmi non riescono ad arrivare ed è più difficile standardizzare le procedure. Da un punto di vista degli strumenti, ad esempio, è chiaro che è più facile trovare alpha in certe aree del bond market rispetto all’equity, e nell’equity è più facile trovarlo in certi mercati più marginali rispetto allo S&P 500. In generale poi è più facile trovare alpha nella parte illiquida rispetto alla parte liquida.

Sarà difficile per i gestori attivi battere la concorrenza del passivo, che sta conquistando sempre più investitori?

Il passivo si può battere anche se è diventato molto più difficile di un tempo. Il passivo è per sua natura indiscriminato, quindi quanto più sottrae fette di mercato, tanto più crea inefficienze di prezzo e misallocations di capitale: un’occasione unica per il piccolo cercatore di pepite. La partita del domani in fondo sarà questa: da un lato i giganti che macinano rotative, ordini, passività e indicizzazioni e dall’altra chi riuscirà a fare l’operatore di nicchia, che vivrà anche delle inefficienze create dalle macchine.

Sarà una partita uomo-macchina?

Un po’ si, specialmente per alcuni settori. Nella parte illiquida – private equity, venture capital, private debt ecc – l’uomo rimarrà fondamentale. Sul mercato liquido, invece, si giocherà sempre di più una partita uomo-macchina. È una partita che però non si può giocare ad armi pari, altrimenti l’uomo è destinato a non vincere mai. Il gestore deve approfittare delle inefficienze create paradossalmente dalla stessa macchina. Ognuno dice di avere macchine diverse dalle altre, ma la verità è che seguono tutte degli algoritmi simili e questo crea – come è successo alla fine del 2018 – grande volatilità a volte totalmente slegata dai fondamentali. Anche il rialzo della prima parte del 2019 è per certi aspetti immotivato. Queste inefficienze offrono delle opportunità all’uomo.

In passato era solito sottoporre a esame grafologico chi si proponeva per essere assunto, come era stato fatto su di lei in gioventù. Come scegliere il consulente a cui affidarsi – visto anche che non è possibile fare a tutti il test grafologico?

È una riflessione importante. Il fai-da-te non mi convince, secondo me è una strategia pericolosa e perdente, soprattutto vista la scarsa conoscenza finanziaria delle persone. Quindi occorre affidarsi a qualcuno. Per affidarsi a qualcuno: 1. bisogna saperne di più; 2. bisogna scegliere le persone giuste. Questo è essenziale ma difficile. Nel libro suggerisco alcuni criteri. Il primo è quello di considerare l’allineamento di interessi. Nell’industria finanziaria gli unici che hanno un vero interesse per i propri clienti sono i consulenti finanziari. Sono imprenditori di loro stessi e vivono della fiducia dei propri clienti. Quindi l’allineamento di interessi di un consulente finanziario a quello, ad esempio, di un dipendente di una banca o di altre istituzioni secondo me è più forte. Questo è già un elemento positivo. Però ce ne sono altri.

Quali?

Un’altra caratteristica che deve avere un buon consulente è l’esperienza. Nel libro cito la regola delle 10 mila ore, cioè il fatto che in tutti i mestieri occorre aver macinato un sufficiente numero di ore in un certo settore. Un consulente finanziario deve quindi aver maturato una certa esperienza, ma non solo nei mercati. Deve saper valutare la tipologia di cliente che ha di fronte e quindi la sua capacità di resistere alle sirene, di non farsi coinvolgere dal gregge, di non farsi spaventare in certe situazioni: sono tutte doti che hanno poco a che fare con la tecnicalità dei mercati, ma che fanno di un consulente normale un consulente ottimale.

Quanto di questo è talento e quanto è applicazione?

Secondo me è tutta applicazione. Spesso le persone esagerano nel valutare l’importanza del talento. Per me sono più significative applicazione, perseveranza, etica, capacità di attrarre fiducia e altre doti. Il talento è marginale rispetto a queste altre cose.

Mifid 2 ha reso più facile o difficile mostrare il valore aggiunto della consulenza?

La regolamentazione è diventata oggettivamente un ‘mostro a mille teste’. In senso storico è servita: se pensiamo al mercato degli anni Ottanta rispetto a quello di oggi, non c’è dubbio che il risparmiatore sia molto più tutelato. D’altro canto, la normativa viene fatta da burocrati che a volte tendono a penalizzare alcuni aspetti importanti. Credo che il principio ispiratore della Mifid sia corretto e sacrosanto, alcune sue applicazioni invece sono e sono state delle distorsioni della realtà e peggiorano la condizione del risparmiatore-investitore. Il tema della ricerca finanziaria, ad esempio, finirà per penalizzare i risparmiatori, perché ci sarà sempre meno ricerca indipendente, un fattore fortemente negativo. Capisco il principio ispiratore di Mifid e capisco il fatto che anche nel nostro mestiere i costi debbano scendere e scenderanno, è un fattore inevitabile legato ai trend industriali. Però alcune esasperazioni della normativa secondo me tendono ad andare in direzione opposta rispetto all’interesse del risparmiatore.

Pensando alla sua esperienza, cosa ha fatto scattare in lei la scintilla per i mercati finanziari? Tornando indietro ripercorrerebbe questa stessa strada?

La rifarei, per me è stata una strada fortunata. Ho avuto una vita davvero piena, anche se stressante. Ognuno ha un suo livello di senso di responsabilità, il mio è molto forte, forse anche per l’educazione che ho ricevuto da giovane. Per questo per me la gestione del risparmio altrui ha avuto un peso psicologico molto importante. Se lo fai con coscienza, questo è un mestiere molto impegnativo dal punto di vista del coinvolgimento emotivo. La scintilla mi è scattata in una sala di Wall Street. Ai tempi avevo in testa ben altro. Ma la vicinanza con l’attualità e con quello che succedeva nel mondo, un certo livello di vivacità intellettuale, il trovarmi in un ambiente molto giovane mi hanno attratto molto. All’epoca poi era un mondo molto più destrutturato, quindi tra i tanti vantaggi e svantaggi c’era anche il fatto di essere forse un po’ più vicini ai mercati di quanto oggi la normativa non ti consenta. Si parlava per esempio con grande facilità con il management, mentre oggi è tutto extra regolato. Era un mondo per certi aspetti più divertente e coinvolgente di oggi. Per un ragazzo che comincia oggi a fare questo mestiere la vita è più dura, questo vale per tutti i settori di attività. Ma chi ha vera passione, non solo per i mercati, ma anche per le persone – perché chi fa il consulente finanziario deve averne – può trovare un tipo di carriera molto stimolante.

A chi vuole iniziare consiglierebbe quindi di seguire le proprie passioni?

Mah, io sento spesso dare questo consiglio. Sarebbe bello che ognuno potesse solo seguire le proprie passioni, ma la verità è che per la maggior parte della gente non è così: il lavoro è spesso una scelta fatta per esigenze e si lavora perché se ne ha bisogno, o per raggiungere la propria indipendenza. La passione può però nascere dopo: una volta che ti trovi a fare un lavoro, qualsiasi esso sia, puoi trovare degli angoli che ti appassionano. La finanza mi sembrava un mestiere un po’ arido, pieno di tecnicismi e di numeri, e invece col tempo ho scoperto un mestiere di uomini. E per me, che ho un animo molto legato all’aspetto umanistico, ci ho trovato un po’ la mia stella polare. Secondo me questo succede in molte professioni. Più che la passione io ricercherei la professionalità: ti puoi appassionare a quasi tutti i mestieri, se li fai con professionalità.

La sua vita è stata per anni legata indissolubilmente a Kairos. Crede che in futuro sarà inglobata nel risiko del risparmio gestito o manterrà la sua natura indipendente?

In questo momento Kairos è oggetto di un processo di vendita di cui non si conoscono ancora gli esiti finali. Il mio auspicio è che Kairos rimanga integra. Uno dei successi di Kairos dal punto di vista dei modelli di business è stata l’integrazione tra asset management e wealth management: gestori e bankers insieme per essere anche ‘fabbrica’ di prodotto e non solo consulenza. Questa è stata la sua forte idea innovativa e ancora oggi rimane un business model molto raro, anche rispetto all’estero. I numeri dicono che questa strategia ha funzionato e quindi spero che la società sia preservata nella sua interezza – chiunque sia l’azionista di maggioranza.

In generale assisteremo a un processo di concentrazione del settore in grandi realtà?

Assolutamente sì. E mi auguro che Kairos rimanga lontana da quelle logiche tipiche del mondo imprenditoriale della grande industria, che non abbiamo mai perseguito.
Questo processo potrebbe e dovrebbe escludere le boutique per le quali ci sarà sempre spazio e spero che Kairos continui a essere tra queste.

Nel suo futuro, invece, c’è Samhita. Ha un significato bello e particolare come Kairos?

Sì il significato è bello, letteralmente vuol dire ‘mettere insieme’. Io credo che alla fine qualsiasi tipo di attività si basi sull’unione e la coesione di persone: talenti, cervelli, ma anche cuori ed emozioni. Questo è ciò che mi ha spinto a scegliere il nome Samhita, pur non avendo ancora le idee chiare, una cosa è certa: non sarà ciò che ho fatto negli ultimi 20 anni. Ho in mente qualcosa di diverso e più in linea con la mia età e la mia esperienza. Sicuramente continuerò a fare l’imprenditore perché non riesco a rimanere lontano dall’attrazione di creare qualcosa dal nulla.

E farà ancora il test grafologico ai suoi dipendenti?

Il test grafologico l’abbiamo abbandonato da tempo (ride ndr), era un complemento dell’attività di selezione, una specie di prova del nove che la maggior parte delle volte ti dava conferma di quanto già avevi deciso. Chi fa il mio mestiere ritiene di essere bravo a selezionare le persone, altrimenti non potrebbe farlo. Ma, come cerco di spiegare nel libro, quando pensi di essere troppo bravo a fare una cosa è la volta che sbagli, perché questo eccesso di confidenza ti porta a fare degli errori. Nel libro cito ad esempio l’occasione in cui volevo assumere un ragazzo che faceva trading di derivati. Devo dire che mi era piaciuto, l’avevo presentato anche ad alcuni del management interno e anche loro erano entusiasti. I test grafologici davano sempre delle indicazioni generiche, ma per lui i risultati furono orrendi e inequivocabili: era un no netto, una mente criminale. Un risultato pesantissimo. Con quel test io non potetti assumerlo, ma la cosa sorprendente fu che a distanza di due anni fu arrestato. Non so se è stato un caso o meno, ma fu abbastanza impressionante.

Francesca Conti
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