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Il "made in Italy" e la nuova frontiera tecnologica

13 Giugno 2019 · Riccardo Sabbatini · 7 min

  • L’industria manifatturiera nazionale ha sempre conservato il secondo posto in Europa perfino negli anni di crisi che ha provocato un calo significativo della domanda interna

  • Il saldo commerciale manifatturiero italiano è il 5° nel mondo dopo quello di Cina, Germania, Corea e Giappone

  • Sulla base delle statistiche internazionali che coprono circa 5200 prodotti, l’Italia eccelle in 1424 prodotti, dove occupa dalla prima alla quinta posizione

Se la rivoluzione tecnologica è il perno attorno a cui ruotano i grandi megatrend del pianeta o, meglio, che ne deciderà il corso, com’è posizionato il Belpaese? Intervista a Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, e a Marco Taisch, ordinario di sistemi di produzione avanzata presso il Politecnico di Milano

Le imprese italiane stanno intercettando il vento del cambiamento e si presentano attrattive anche per grandi investitori internazionali oppure, anche per effetto di un contesto “ambientale” non favorevole, sono incamminate verso un progressivo declino? L’Italia è in ritardo nella rivoluzione digitale, è detto nell’ultima relazione della Banca d’Italia. Ai settori che compongono l’economia digitale è oggi riconducibile il 5% del valore aggiunto nazionale contro l’8%

  • E’ falso sostenere che l’economia italiana arranchi dietro gli altri paesi. L’industria manifatturiera nazionale ha sempre conservato il secondo posto in Europa perfino negli anni di crisi che ha provocato un calo significativo della domanda interna. La Francia si era avvicinata all’Italia ma poi è stata nuovamente distanziata.
  • Il saldo commerciale manifatturiero italiano è il 5° nel mondo dopo quello di Cina, Germania, Corea e Giappone. Nel 2017 abbiamo registrato un attivo di 107 miliardi di dollari. Per fare un confronto, la Francia ha un deficit manifatturiero di 52 miliardi e la GB di 130 miliardi.
  • Sulla base delle statistiche internazionali che coprono circa 5200 prodotti, l’Italia eccelle in 1424 prodotti, dove occupa dalla prima alla quinta posizione. Il nostro paese realizza la maggior parte del suo export con centinaia di prodotti di nicchia dove le Pmi italiane hanno costruito una leadership mondiale. Dal 2016, superando la Germania, l’Italia è la prima industria farmaceutica europea. E’ un primato a cui contribuiscono anche stabilimenti di imprese estere. Sono venuti ad investire in Italia perché le condizioni di produzione per le ditte farmaceutiche sono migliori che altrove. Abbiamo manodopera qualificata, centri di ricerca, macchine di imballaggio che sono le migliori del mondo. La farmaceutica mondiale ha nell’Italia il suo hub manifatturiero europeo.
  • Non essendo massicciamente presenti in settori come l’elettronica o la telefonia sembra che di ricerca se ne faccia poca in Italia. Ma, a guardare nei settori dove il Made in Italy eccelle, non è proprio così. Nella meccanica generale l’Italia è seconda in Europa nelle spese per R&S dietro la Germania e davanti alla Francia e la Spagna. Nel tessile siamo al primo posto davanti a Francia e Germania. L’area del nord est italiano è quella che detiene il maggior numero di brevetti depositati a livello europeo, precedendo la Baviera.
  • Nel numero di robot installati nelle aziende, un altro indicatore di modernità, siamo al settimo posto nel mondo preceduti soltanto dai paesi più grandi. Anche in questo caso se analizziamo i singoli settori troviamo eccellenze italiane. Nell’abbigliamento siamo il secondo paese al mondo per robot istallati dopo la Cina. Nel legno-mobile siamo secondi dopo la Germania e quinti nella metalmeccanica.
  • Un grande contributo all’ammodernamento dell’apparato industriale l’hanno dato le leggi approvate negli ultimi anni dal parlamento. Le ricadute sono state enormi. Ritengo che il super ammortamento e Industria 4.0 siano state le leggi migliori che l’Italia abbia messo in atto nella politica industriale negli ultimi 30-40 anni.
  • Le imprese italiane più competitive, sono finanziariamente indipendenti, è una realtà che il mondo finanziario si ostina a
non capire. Possono loro prestare i soldi alle banche, non riceverli. Recentemente ho visto un’azienda pagare cash 11 milioni per macchinari. Il mondo degli investimenti internazionali lambisce questa realtà senza neppure accarezzarla. C’è poi tutta una mitologia sui passaggi generazionali. Le imprese familiari che falliscono nel trapasso sono il 5% ma può accadere anche alla Bmw.
  • Non vedo a breve la possibilità di crescita enorme delle nostre aziende. Per realizzare fatturati di 30-40 miliardi ci vogliono generazioni di consolidamento delle imprese. Tutto ciò, però, non ci limita affatto. Siamo un popolo di formiche rispetto ad altri paesi che hanno 4-5 pachidermi. Peccato che quando uno di questi implode, com’è accaduto per la Nokia in Finlandia, le spese di R&S del paese si sono dimezzate in poco tempo. Quello non era un sistema, era un’azienda. Noi abbiamo un sistema.
  • Siamo alla IV rivoluzione industriale e il processo
è rapidissimo. Dopo la rivoluzione Internet sul finire del secolo scorso, sono arrivate a maturazione altre tecnologie: quella digitale, big data, cloud e l’intelligenza artificiale. Ancora negli anni ‘60-‘70 si assisteva a un processo innovativo alla volta. Adesso più tecnologie maturano contemporaneamente e il loro effetto combinato porta vantaggi enormi.
  • Se si pensa che i sensori legati a tecnologie come big data, cloud e intelligenza artificiale hanno un costo molto basso, possiamo immaginare allo sviluppo di nuovi modelli di business impensabili solo pochi anni fa. L’industria 4.0 è molto meno intensiva per capitali impiegati e dunque aumenta la competitività delle aziende e facilita il sorgere e la crescita di società innovative.
  • Vediamo due categorie di aziende: da un lato, quelle “produttrici”, ovvero quelle che vendono i big data, cloud; dall’altro quelle che di questi dati e di questi servizi si servono per applicarli all’industria tradizionale. A produrre servizi non sono più le aziende telefoniche, ma Google che possiede i dati e vende le soluzioni elaborate dai propri algoritmi.
  • In Europa siamo ancora parecchio arretrati rispetto a Usa e Cina, specie nel settore dell’intelligenza artificiale. Ci vogliono grandi masse d’investimenti economici per sviluppare questi sistemi. L’Italia è tutto sommato allineata col resto d’Europa. Se dallo sviluppo di queste tecnologie si passa al loro utilizzo, l’Italia non è il fanalino di coda. Nello sviluppo delle tecnologie c’è tuttavia ancora parecchio da fare.
  • In Italia mancano ancora competenze. Il denaro pubblico messo a disposizione è esiguo e poi è stato distribuito a pioggia tra i vari istituti universitari. La Svizzera, per esempio, ha deciso di concentrare i finanziamenti su due università: Zurigo e Losanna. Tuttavia in Italia abbiamo dei buoni centri di ricerca con un apprezzabile coinvolgimento delle aziende. Sono: il Politecnico di Mi- lano, di Torino, le università di Bologna, Padova, Genova, Pisa, Roma e Napoli. Questi istituti hanno ricevuto finanziamenti per 70 milioni in 3 anni, cui si aggiungono altri 70 milioni provenienti dalle aziende che collaborano con le università. Non è poco ed è più di quanto hanno destinato i governi tedesco e francese. Ma non è abbastanza.
  • Nel nostro non è marginale il peso dell’industria 4.0 ed è concentrato nel settore della robotica. I nostri imprenditori tengono le posizioni. A parte Comau, che è di medie dimensioni, abbiamo parecchie aziende di nicchia, forti nel settore dal packaging, robotica e meccanica ad alta tecnologia. Per lo più queste aziende sono concentrate in Lombardia, Emilia, Piemonte e Veneto ma vi sono distretti interessanti anche nel Sud. Se si pensa che nel 2018 gli investi- menti italiani in robotica sono cresciuti dell’11%, contro solo l’1% a livello mondiale, possiamo capire come il ruolo dell’Italia non sia affatto marginale.
  • Nei prossimi anni assisteremo a un processo
di crescita esponenziale per le aziende innovative, sebbene quello legato all’intelligenza artificiale non sia, di fatto, ancora partito. Per avvantaggiar- sene servono infrastrutture: banda larga, fibra, 5G. Sono l’equivalente di strade, ferrovie eccetera del secolo scorso. Ma da noi c’è ancora un deficit di competenze da colmare. Qualcosa si sta muovendo: da dieci anni a questa parte, sono decisamente aumentati gli studenti iscritti a ingegneria.
Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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