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Gender tax: a che punto siamo?

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

15 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • Tra i primi a proporre tale strumento ci furono gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino secondo i quali, vista la maggiore elasticità dell’offerta di lavoro femminile rispetto a quella maschile, l’aliquota sul lavoro femminile doveva essere inferiore

  • Per alcuni autori un sistema esplicitamente basato sul genere potrebbe essere interpretato di dubbia costituzionalità rispetto alla parità di trattamento prevista dall’art. 3 della Costituzione

  • Secondo l’Osservatorio Cpi, esistono delle alternative in grado di stimolare l’occupazione femminile. Innanzitutto, un alleggerimento fiscale per il secondo percettore di reddito. Ma anche sussidi vincolati all’occupazione

Il dibattito sulla gender tax, la tassazione agevolata dei redditi da lavoro per le donne, non ha ancora trovato applicazione pratica. L’Osservatorio conti pubblici italiani diretto da Carlo Cottarelli spiega in un’analisi quali sono le criticità e quali le possibili alternative. Anche al di là del genere

“Alla fine del giro d’incontri (con le parti sociali, ndr) proporrò un’agenda delle questioni da affrontare che tra le priorità vede, come ho espresso, ammortizzatori sociali e crisi occupazionale di donne e giovani. Questo è l’orizzonte sul quale credo sia urgente iniziare a muoverci”. Con queste parole il neo ministro del Lavoro, Andrea Orlando, chiude il pomeriggio di colloqui con i sindacati. Colloqui dai quali, spiega, “sono emerse una serie di questioni molto serie e importanti, aggravate dalla crisi economica e sociale che colpisce il Paese, e che richiedono risposte urgenti ed efficaci”. Un’occasione, dunque, per tornare sul tema della “gender tax”. Di cosa si tratta e quali sono le criticità che ne hanno bloccato, negli ultimi 15 anni, la sua applicazione pratica?

Una tassazione di genere

Come spiega un’analisi dell’Osservatorio conti pubblici italiani diretto da Carlo Cottarelli, la “gender tax” consiste in una tassazione agevolata dei redditi da lavoro per le donne. Tra i primi a proporre tale strumento ci furono nel 2007 gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino che, in un lavoro poi rivisto nel 2011, “sostennero che, vista la maggiore elasticità dell’offerta di lavoro femminile rispetto a quella maschile (dovuta nel loro lavoro a un’allocazione dei lavori domestici all’interno della famiglia che favorisce il marito), l’aliquota sul lavoro femminile dovrebbe essere inferiore, coerentemente con il principio di tassazione ottimale per cui le basi fiscali che sono più elastiche alla tassazione dovrebbero essere tassate meno”. Tra l’altro, secondo i due autori, la gender tax potrebbe contribuire a ridurre il gap di genere in termini di offerta di lavoro, salario e formazione anche attraverso altre misure, dai congedi parentali alle quote rosa, e “senza alcun effetto sul deficit, compensando una minore tassazione per le donne con una maggiore tassazione per gli uomini”.

Successivamente, nel 2013, Fabrizio Colonna e Stefania Marcassa ipotizzarono invece un gettito fiscale costante. Per gli esperti, in particolare, una contrazione dell’aliquota per le donne del 50%, “accompagnata da una riduzione dei crediti d’imposta incondizionati e per coniuge a carico, porterebbe a un aumento del tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro”, spiega l’Osservatorio Cpi. Ma, secondo i ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, tale sistema di tassazione presenta anche delle criticità. Innanzitutto, scrivono, “un sistema esplicitamente basato sul genere potrebbe essere interpretato come una forma di discriminazione e sarebbe di dubbia costituzionalità rispetto alla parità di trattamento prevista dall’art. 3 della Costituzione”. Tra l’altro, potrebbe determinare anche una perdita di equità, con uomini con redditi inferiori che finirebbero per essere tassati con un’aliquota maggiore rispetto a donne con redditi più elevati. Infine, aggiunge l’analisi, “anche se la misura venisse introdotta senza effetti sul deficit di lungo termine, ci sarebbe comunque una prima fase di perdita di gettito, poiché l’aggiustamento dell’offerta di lavoro femminile rispetto a una tassazione più bassa non sarebbe immediata”.

Le alternative sul piatto

Secondo l’Osservatorio Cpi, esistono tuttavia delle possibili alternative (indipendenti dal genere) in grado di stimolare l’occupazione femminile. Innanzitutto, il sopracitato ostacolo dell’incostituzionalità potrebbe essere aggirato con un alleggerimento fiscale per il secondo percettore di reddito (dato che solitamente si tratta di donne, questa misura “faciliterebbe comunque di fatto il lavoro femminile”, si legge nell’analisi). Una proposta che è emersa nel 2016 in un working paper degli economisti del Fondo monetario internazionale, ma similmente anche in un lavoro di Jaumotte del 2003 e di Saint Paul nel 2007. Quest’ultimo, in particolare, sosteneva che “la diversa capacità di guadagno tra i membri di una coppia genera una differenza nelle elasticità delle ore di lavoro marginali e inframarginali”. Motivo per cui risulterebbe ottimale “tassare di più le ore di lavoro inframarginali, cioè quelle del primo percettore di reddito con maggiore capacità di guadagno e applicare, invece, un’aliquota più bassa alle ulteriori ore di lavoro”, incentivando in questo modo il secondo percettore a iniziare a lavorare o a lavorare di più.

Infine, nel 2012 Colombino e Narazani proposero invece sussidi vincolati all’occupazione, vale a dire con trasferimenti indipendenti dal reddito o una combinazione degli stessi. La “misura ottimale per incrementare il lavoro delle donne sposate” sarebbe un sussidio condizionato all’occupazione del 10% del salario orario per i salari che non superino il 50% della soglia di povertà, con un’esenzione dalle tasse. La giustificazione teorica di tale strumenti “risiede nell’evidenza mostrata da alcune analisi per cui l’elasticità dell’offerta di lavoro differisce anche tra redditi alti e bassi e, in particolare, si riduce all’aumentare del reddito familiare”, spiega l’osservatorio. Poi conclude: “Il sussidio ai redditi bassi, quindi, allevierebbe il carico fiscale per la porzione più elastica dell’offerta di lavoro: vista la coincidenza frequente tra percettori di redditi bassi e donne, ciò aiuterebbe comunque a raggiungere lo scopo della gender tax”.

Rita Annunziata
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