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Donne e crisi: la fuga delle millennial

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

02 Novembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo trimestre del 2019 sono state registrate 470mila occupate in meno, per un calo del 4,7%

  • Il saldo negativo è legato a doppio filo all’elevata incidenza delle donne nei settori maggiormente interessati dalla crisi: nel sistema ricettivo e ristorativo, ad esempio, rappresentano il 50,6% dell’occupazione

  • Occhio alle giovani: il tasso di attività si è contratto del 7,3% tra le 25-29enni, del 7,2% tra le 30-34enni e del 4,2% tra le 35-39enni. Colpite soprattutto le donne con titoli di studio più bassi, ma non mancano le laureate

La crisi potrebbe mandare in fumo gli sforzi compiuti dall’Italia sul fronte dell’uguaglianza di genere. Stando a un’analisi della Fondazione studi consulenti del lavoro, il rischio di “un repentino balzo indietro è elevato” e in fuga sono soprattutto le millennial. Ecco cosa possono fare le imprese

Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto notevoli passi in avanti sul fronte dell’uguaglianza di genere: sempre più donne si sono riversate nel mondo del lavoro, andando a ricoprire posizioni centrali nella vita economica e sociale. A crescere sono state anche le imprenditrici e le professioniste, “motore a loro volta di nuova occupazione”. Ma stando a quanto rivelato dal report Ripartire dalla risorsa donna della Fondazione studi consulenti del lavoro, la Penisola continua a mantenere il primato negativo in termini di tasso di abbandono del lavoro per esigenze di cura familiare (il 13,3% contro l’8,2% della media europea) e a registrare i livelli di natalità più bassi. Insomma, spiegano i ricercatori “un Paese dove per le donne vale la formula meno lavoro, meno figli”, e la crisi epidemiologica non ha fatto altro che inasprire questo gap, soprattutto per le millennial.

Un primo bilancio parziale sugli effetti del lockdown primaverile sul mercato del lavoro, infatti, rivela che tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo trimestre del 2019 sono state registrate 470mila occupate in meno, per un calo del 4,7%. Sul versante maschile, invece, si parla di 371mila occupati, per un decremento del 2,7%. Un dato provvisorio, precisano i ricercatori, “che dovrà essere rivisto alla luce della fine del blocco dei licenziamenti e delle conseguenze sull’occupazione a tempo indeterminato, finora salvaguardata dalle misure adottate dal governo”. Ma il campanello d’allarme continua a squillare, “soprattutto alla luce dell’emergenza sanitaria che sta riesplodendo”.

L’incidenza per settori: servizi nell’occhio del ciclone

Il saldo negativo è legato a doppio filo all’elevata incidenza delle donne nei settori maggiormente interessati dalla crisi. Se l’industria, “dove il lavoro maschile è prevalente”, sembra aver retto l’urto della pandemia, i servizi ne hanno invece pagato il costo più caro. Nel sistema ricettivo e ristorativo, ad esempio, le donne rappresentano il 50,6% dell’occupazione, mentre per i servizi di assistenza domestica si sfiora l’88,1%. Due settori, spiega lo studio, che hanno contribuito al 44,2% delle perdite complessive dei posti di lavoro, il 51% dei quali riguardanti l’universo femminile. Inoltre, il rischio di espulsione dal mercato del lavoro è stato determinato anche dal maggior coinvolgimento delle donne nelle modalità di lavoro flessibile. Solo il part-time, che riguarda il 33% delle lavoratrici contro l’8,8% degli uomini, ha subito infatti una contrazione del 7,4%.

Il 74% delle donne operative durante il lockdown

Durante il lockdown primaverile, inoltre, il 74% delle donne ha continuato a lavorare, contro il 66% degli uomini. Ma la chiusura delle scuole ha finito per far pesare sulle loro spalle un “sovraccarico di lavoro, familiare e professionale, senza precedenti”, specialmente per le quasi tre milioni di mamme lavoratrici con un figlio a carico con meno di 15 anni. Di conseguenza, tra il mese di giugno 2019 e il mese di giugno 2020 è stato registrato un boom di 707mila donne inattive, in crescita dell’8,5%. Parallelamente, il tasso di attività femminile si è contratto di tre punti percentuali (dal 56,8% al 53%), “annullando così, in pochi mesi, i progressi fatti nell’ultimo decennio in termini di innalzamento dei livelli di partecipazione femminile al lavoro”, si legge nello studio.

A rischio soprattutto le millennial

La contrazione dei livelli di partecipazione al mondo del lavoro ha riguardato specialmente le fasce giovanili della popolazione, “dove la quota di donne che ha compiti di accudimento verso i figli è più elevata”. Il tasso di attività, infatti, si è contratto del 7,3% tra le 25-29enni, del 7,2% tra le 30-34enni e del 4,2% tra le 35-39enni. Un trend che ha finito per accentuarsi soprattutto tra le donne che riportano titoli di studio più bassi, ma il “rischio di fuga dal lavoro” risulta elevato anche tra le laureate, soprattutto tra le giovanissime.

Donne e crisi: la fuga delle millennial

Le imprese puntino sul welfare

Cosa possono fare, dunque, le imprese italiane affinché il vantaggio conquistato negli ultimi anni non finisca per dissolversi? Secondo la Fondazione studi consulenti del lavoro, è necessario porre in essere un mix di azioni, partendo da un’innovazione dell’organizzazione del lavoro. La crisi, spiegano i ricercatori, potrebbe “rappresentare un’opportunità eccezionale, portando le aziende a rivedere le proprie forme organizzative” in modo da costruire “un contesto più flessibile ed empatico per le esigenze delle donne”. Per le lavoratrici ancorate all’esercizio della propria attività professionale presso la sede di lavoro, in particolare, “il policy mix dovrebbe contemperare anche un riordino e potenziamento degli interventi monetari per i figli a carico, modulati sulla condizione economica del nucleo familiare”. E lo sviluppo del welfare aziendale o territoriale potrebbe rappresentare la chiave, progettando “hub di lavoro in cui far convergere spazi di co-working assieme a servizi di cura per l’infanzia e la terza età”. Per non dimenticare, infine, un orientamento delle giovani donne verso percorsi formativi ad alta spendibilità occupazionale.

Rita Annunziata
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