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Brexit: alle imprese italiane costerà 1,3 miliardi di euro

Brexit: alle imprese italiane costerà 1,3 miliardi di euro

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

25 Febbraio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Hard Brexit significa dazi per le società italiane che esportano. Questo avverrà perché senza un accordo tra Ue e Uk, il Regno Unito diventerà un paese extra Unione europea e il commercio bilaterale sarà regolato dalle regole del Wto

  • Secondo lo studio del German Economic Institute di Colonia, con l’hard Brexit, l’export italiano verso il Regno Unito potrebbe ridursi di un ammontare compreso tra 7,5 e 11 miliardi di euro l’anno

In caso di Hard Brexit la situazione per l’Italia e le sue imprese non sarà delle più facili, dato il forte legame economico che esiste tra i due paesi. Nel 2017 l’export verso il Regno Unito ha infatti raggiunto i 23 miliardi di euro

1,3 miliardi di euro. Questi i costi tariffari che le aziende italiane dovranno sostenere se vorranno continuare ad esportare nel Regno Unito, in caso di Hard Brexit. Sulla questione c’è ancora grande incertezza, e dopo la sconfitta in parlamento della proposta della premier Theresa May, l’ipotesi di un’uscita senza accordo sta diventando sempre più concreta. In questo caso, l’impatto sulle numerose aziende italiane che esportano sul territorio britannico sarebbe repentino e costoso.

Le esportazioni italiane verso il Regno Unito hanno infatti superato i 23 miliardi di euro nel 2017 (+3,4%). E un Hard Brexit significherebbe, per queste aziende, un brusco cambiamento su diversi fronti, senza alcun periodo di transizione.

I cambiamenti più impattanti saranno quelli tariffari. Gli scambi a tariffa zero tra l’Ue e il Regno Unito si interromperebbero nello spazio di una notte, e diventando il Regno Unito un paese extra-Ue, il commercio bilaterale sarebbe soggetto alle tariffe Mfn (regole dell’Organizzazione mondiale del commercio). Questo comporterebbe per l’Italia dazi elevati, in particolare per alcuni settori chiave come l’alimentare (rappresenta l’8,7% dell’export totale italiano nel Regno Unito) che avrebbe un dazio medio del 13%, l’abbigliamento (6,7% dell’export) su cui peserebbe un dazio medio dell’11%, gli autoveicoli, che rappresentano l’11,3% delle esportazioni e avrebbero un dazio medio dell’8,8%. Leggermente meglio lo scenario per il principale settore di esportazione, macchinari e apparecchiature, che nel 2017 ha rappresentato il 13,4% dell’export nel Regno Unito, e avrebbe un dazio medio relativamente basso, pari al 2,1%.

Combinando il valore dell’export dei singoli settori con i dazi medi applicabili a ciascun settore in base alle tariffe Mfn, i costi esclusivamente tariffari sarebbero vicini a 1,3 miliardi di euro per le aziende italiane che esportano nella patria di sua maestà Elisabetta II.

Ma non finisce qua perché, alle implicazioni tariffarie si aggiungerebbero anche una serie di altri elementi come i controlli e procedure doganali, che oggi non sono richieste, le autorizzazioni e certificazioni per l’utilizzo nel Regno Unito di prodotti provenienti da uno stato dell’Ue e viceversa, le modifiche alle quote di importazione e alle procedure Iva, i diritti di proprietà intellettuale, le norme di compliance, le norme sull’occupazione e molto altro.

La situazione avrebbe dunque ripercussioni pesanti a livello economico. E a parlare sono proprio i numeri dello studio del German Economic Institute di Colonia. Considerando anche le barriere non tariffarie, in caso di hard Brexit l’export italiano verso il Regno Unito nel medio termine potrebbe ridursi, nello scenario peggiore, di un ammontare compreso tra 7,5 e 11 miliardi di euro l’anno, tenuto conto delle stime dell’elasticità della domanda nei diversi settori dell’export italiano verso il Regno Unito.

Il Withdrawal Agreement bocciato dal Parlamento britannico avrebbe mitigato molte di queste barriere non tariffarie ed evitato i dazi durante il periodo di transizione corrispondente alla negoziazione delle future relazioni economiche.

“Questi cambiamenti possono rappresentare ostacoli impegnativi e onerosi per molte aziende – dichiaraAlessandro De Felice, presidente Anra – Associazione nazionale dei risk manager – al momento ci sono poche certezze e moltissime incognite, ma è proprio per questo che le imprese coinvolte non possono più posticipare un serio lavoro di risk assessment sulla Brexit, analizzando le esposizioni a breve e lungo termine in funzione del modello di business. I risk manager possono elaborare una business impact analysis che prenda in considerazione le più ampie implicazioni della Brexit: impatti su risorse umane, vendite, compliance, corporate governance, aspetti legali e tecnologici, per comprendere come i diversi esiti dei negoziati possono impattare sulla propria organizzazione e stabilire le strategie di mitigazione più idonee”.

Giorgia Pacione Di Bello
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