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State Street, le tre sfide che l'industria del risparmio deve vincere

State Street, le tre sfide che l'industria del risparmio deve vincere

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Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda

14 Luglio 2020
Tempo di lettura: 7 min
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  • Secondo un sondaggio condotto ad aprile da CoreData Research per State Street su 600 operatori istituzionali a livello globale, Il 74% degli istituzionali rimane fiducioso sulla capacità dei gestori di navigare in modo efficace attraverso la crisi e consegnare rendimenti

  • Il 71% degli investitori in Europa riconosce di aver ricevuto un adeguato flusso di informazioni e un ottimo supporto, in termini di analisi del mercato e suggerimenti operativi

  • C’è la consapevolezza diffusa che gli obiettivi di breve termine possano aver subito dei danni: la pensa così il 66% degli intervistati. Le preoccupazioni sono maggiori nel caso degli operatori italiani (70%)

L’asset management si trova a fare i conti con uno scenario complicato, stretto tra regole, redditività e rendimenti. Da una parte, la necessità di migliorare le performance. Dall’altra, i margini sotto pressione. Denis Dollaku, country head Italia di State Street Bank International racconta a We Wealth i risultati di due importanti ricerche condotte sugli investitori istituzionali di tutto il mondo

Da una parte l’economia reale, ancora zavorrata dall’onda lunga della crisi sanitaria. Dall’altra i mercati finanziari, assai più rapidi nel ritrovare il sentiero della fiducia. Questa divergenza – immortalata dall’Economist in una recente copertina, “A dangerous gap”, un divario pericoloso – si ritrova anche nella percezione dei grandi investitori, fotografata da un sondaggio condotto ad aprile da CoreData Research per State Street su 600 operatori istituzionali a livello globale, dagli Stati Uniti all’Asia Pacifico, passando per la regione Emea (250 intervistati). “Il 74% degli istituzionali rimane fiducioso sulla capacità dei gestori di navigare in modo efficace attraverso la crisi e consegnare rendimenti”, racconta a We Wealth Denis Dollaku, country head Italy di State Street Bank International, società globale attiva nei servizi finanziari a supporto dell’industria dell’asset management e del settore bancario-assicurativo, con oltre 31mila miliardi di patrimonio in custodia e amministrazione e circa 2.200 miliardi di euro di patrimonio gestito attraverso la divisione di asset management State Street Global Advisors.

Circa la metà dei soggetti coinvolti nella ricerca ritiene che i money manager abbiano in generale sottovalutato l’impatto e la gravità della crisi. Ma il 71% degli investitori in Europa riconosce di aver ricevuto un adeguato flusso di informazioni e un ottimo supporto, in termini di analisi del mercato e suggerimenti operativi.
Cè la consapevolezza diffusa che gli obiettivi di breve termine possano aver subito dei danni: la pensa così il 66% degli intervistati e le preoccupazioni sono più forti nel caso degli operatori italiani (70%). Ma al tempo stesso, le prospettive di lungo termine sono considerate incoraggianti e aumenta la propensione a voler cogliere nuove chance sui mercati, al punto che un terzo degli istituzionali vorrebbe maggiore supporto nell’identificazione di opportunità d’investimento in questa fase. Le aspettative sulla traiettoria dei mercati, d’altra parte, sono positive: il robusto rimbalzo messo a segno dalle Borse dopo la violenta caduta registrata a cavallo tra febbraio e marzo rende i grandi investitori globali ottimisti circa la possibilità che entro marzo del prossimo anno i mercati abbiano recuperato interamente i livelli pre-crisi (81%).

Due istituzionali su tre sono convinti che il traguardo verrà raggiunto prima, entro fine anno. E del resto il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici Usa – tra i favoriti negli ultimi mesi – a giugno ha già riagguantato e superato i picchi toccati alla vigilia del crollo. Tuttavia il quadro macro sembra essere meno roseo. Il 58% degli investitori globali pensa che l’attività economica non tornerà ai livelli pre-crisi prima del 2021 ed oltre, opinione condivisa dal 66% degli operatori italiani, che appaiono quindi più pessimisti, anche in ragione – è soltanto un’ipotesi – dell’impatto più severo subìto dalla penisola rispetto ad altre regioni. Analogamente gli investitori italiani sono relativamente meno fiduciosi sull’efficacia e la tempestività delle misure fiscali e monetarie adottate: solo uno su tre pensa che gli interventi di politica economica consentano una ripresa più rapida rispetto a quella osservata nel 2008, contro un 44% degli intervistati a livello europeo. La cautela degli istituzionali del Bel Paese si legge anche in una maggiore diffidenza circa la possibilità di centrare gli obiettivi di lungo termine. Il 13% ritiene probabile o estremamente probabile che questi non siano realizzati.
I rendimenti non sono però l’unica preoccupazione che emerge dai colloqui con gli investitori istituzionali

Un’arena competitiva sempre più affollata di operatori, costi in aumento a causa della regolamentazione e margini in compressione, infatti, hanno posto da tempo l’industria dell’asset management sotto pressione. Gli intermediari cercano nuove ricette per migliorare l’efficienza, proteggere la redditività, ampliare gli orizzonti del business.
“La tecnologia al servizio dei dati può essere una chiave di successo”, dichiara Dollaku. Un’altra survey condotta da State Street nel 2020 coinvolgendo 523 dirigenti in 20 paesi, Italia compresa, con ruoli di responsabilità nelle aree investimenti, operations o distribuzione di asset manager, investitori istituzionali e compagnie assicurative, aiuta a mettere a fuoco le sfide e le priorità degli operatori registrate alla vigilia della crisi. “Per il 21% dei soggetti intervistati l’obiettivo chiave dichiarato è il miglioramento della performance degli investimenti, ma una percentuale molto vicina, il 19%, punta al miglioramento dei margini operativi, attraverso la riduzione dei costi, e all’aumento delle masse in gestione (18%)”.

A fronte di questi obiettivi, gli operatori identificano una serie di minacce che potrebbero ostacolarne il raggiungimento. “Il rischio politico, in primis. La regolamentazione, che li obbliga a sostenere maggiori costi e quindi, indirettamente, complica il tentativo di difendere i margini. Un tema trasversale che riguarda la trasparenza sulle commissioni, il rischio liquidità, il tipo di investimenti che gli operatori sono autorizzati a effettuare. E poi il livello dei tassi di interesse nei paesi sviluppati, quindi la traiettoria della politica monetaria”. Un mix tossico di fattori che possono compromettere le strategie di sviluppo del business. Al punto da ridimensionare significativamente la fiducia degli investitori: gli ottimisti sulla possibilità di centrare gli obiettivi di crescita a un anno sono scesi dal 68% al 54% negli ultimi 12 mesi. Un calo analogo (12 punti percentuali) si registra sulle prospettive dei prossimi cinque anni (da 78% al 66%).

Qual è la risposta dell’industria di fronte a queste potenziali sfide? “Da una parte si gioca la carta del consolidamento: quasi la metà degli operatori si aspetta un aumento dell’attività di M&A nei prossimi 12 mesi”, spiega Dollaku, con tre obiettivi: “generare economie di scala, ampliare le competenze, e quindi la gamma prodotti, gestire i rischi in modo più efficace”. C’è un’altra strada, che è quella di una migliore efficienza. “E passa anche da un migliore utilizzo dei dati”, chiosa il manager di State Street. “Oltre la metà degli intervistati temono di perdere competitività rispetto ad altri player a causa di una mancata integrazione e armonizzazione dei dati. La diffusa presenza di sistemi informativi frammentari e non connessi tra loro a supporto dell’attività d’investimento richiede sforzi enormi in termini di riconciliazione dati, che avviene manualmente. Al contrario, una piattaforma integrata per tutte le attività di back, middle e front office, consentirebbe di migliorare in modo determinante l’efficienza nell’uso dei dati”.

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
Direttore del magazine We wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, ha coordinato la redazione di Forbes Italia da gennaio 2018 a settembre 2019. Collabora con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza. Caporedattore del Magazine AdvisorPrivate tra il 2015 e il 2017, in passato ha scritto per l’Espresso, il Mondo, il Messaggero, Capital, Patrimoni, Panorama, Mf e Wall Street Italia. È laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano
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