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Robeco, gli ingegneri dell’investimento

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Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda

11 Novembre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • “Abbiamo identificato tre forze secolari che saranno in grado di plasmare la nostra vita di oggi e di domani: la trasformazione tecnologica, i mutamenti socio-demografici e la tutela del Pianeta. Ciascuno nasconde enormi opportunità di business”

  • “Siamo attivi da 20 anni nella finanza sostenibile. 186 miliardi di euro sono investiti utilizzando criteri di esclusione, 120 miliardi sono gestiti con l’adozione di criteri Esg. Tutto il patrimonio beneficia delle nostre politiche di azionariato attivo”

Fin dalle origini, Robeco ha fondato il suo destino sulla ricerca, adottando un approccio scientifico ai processi decisionali. Oggi gestisce 186 miliardi di dollari a livello globale, con una forte expertise su cinque pilastri. Marcello Matranga, alla guida della società di gestione del risparmio fondata nel 1929 a Rotterdam, li racconta. Spiegando perché possono essere un asso vincente in questa fase di mercato

È il 1929, anno della grande crisi, spesso utilizzata come termine di paragone – a volta impropriamente – per descrivere il dopo Lehman. Sono passate poche settimane da uno dei più violenti crolli di Borsa che Wall Street ricordi. Sette uomini d’affari di Rotterdam costituiscono un sindacato d’investimento, lo chiamano Rotterdamsch Beleggings Consortium, con l’obiettivo di gestire collettivamente i risparmi di un gruppo di famiglie. Sono convinti che ormai le azioni abbiano toccato il fondo, ma si sbagliano. Infatti nei primi due anni di attività, a causa della Grande Depressione, perdono la metà del proprio denaro. Non mollano. Quella caduta sarà decisiva per gettare le basi della moderna Robeco.

Sotto la guida del primo responsabile degli investimenti, Wim Rauwenhoff, i sette soci olandesi fondano il destino della società sulla ricerca, sposando un approccio scientifico all’investimento, al punto da identificarsi nell’appellativo investment engineers, ingegneri dell’investimento. 90 anni dopo Robeco si colloca tra i primi 100 player su scala globale, con 186 miliardi di dollari in gestione, 909 dipendenti in 17 sedi distribuite in tutto il mondo (dati a giugno 2019). “La filosofia è rimasta la stessa”, ribadisce Marcello Matranga, alla guida di Robeco in Italia, dove la società è sbarcata nel 2015. “Ogni decisione d’investimento deve essere corroborata dai risultati della ricerca, il rigore e la disciplina nel tenere fede a questo approccio sono scritti nel dna dell’azienda. Non è un caso se uno dei nostri pilastri è rappresentato dalle strategie quantitative, che utilizzano l’analisi di dati, attraverso sofisticati modelli matematici – sostenuti da studi accademici e dall’esperienza maturata in decenni di gestione patrimoniale – per definire l’asset allocation e selezionare i singoli titoli da inserire in portafoglio. Con l’obiettivo di ottenere un miglioramento del rendimento potenziale corretto per il rischio e ridurre le inefficienze di mercato.

L’intervista

L’arena in cui operano gli asset manager è affollata di player. I margini dell’industria sono in compressione, anche per effetto di recenti novità normative, Mifid2 in primis. Per essere competitivi è necessario, oggi più di ieri, saper fare molto bene poche cose. Quali sono le vostre aree di competenza più avanzate?

Oltre altre strategie quantitative, il nostro business poggia su altri quattro pilastri: obbligazioni corporate, mercati emergenti, mega-trend e investi- menti sostenibili – su cui lavoriamo, da veri pionieri, fin dagli anni ’90.

Partiamo dai mega-trend. Dove si nascondono le migliori opportunità d’investimento legate alle tendenze di lunghissimo termine, che sono destinate a trasformare la società e le aziende di molti settori?


Noi abbiamo identificato tre forze secolari, che, secondo i nostri analisti, saranno in grado di plasmare la nostra vita di oggi e di domani. La trasformazione tecnologica, i mutamenti socio-demografici e la tutela del Pianeta. Ciascuno nasconde enormi opportunità di business e quindi può essere interpretato anche attraverso singoli temi d’investimento. Si pensi alla digitalizzazione, alla velocità con cui ha stravolto le nostre scelte di consumo e il modo in cui facciamo acquisti. Oppure all’invecchiamento della popolazione globale, destinato a favorire una crescita dei beni e ser- vizi dedicati alle classi di età più avanzate, dalla sanità al tempo libero. Senza dimenticare la consapevolezza via via più diffusa sull’urgenza di intraprendere azioni concrete per preservare l’ambiente, partendo dalle abitudini di consumo e dal modo in cui le aziende gestiscono il loro ciclo di approvvigionamento, produzione e vendita.

I mega-trend sono anche una buona storia d’investimento da raccontare in un momento in cui le condizioni di mercato lasciano presupporre ritorni futuri meno gratificanti e rischi in aumento…


Non è marketing, lavoriamo da oltre 20 anni su questi temi: nel 1998 abbiamo costruito una piattaforma che oggi conta dieci strategie per oltre 10 miliardi di euro in gestione: dal business dell’acqua fino alla mobilità elettrica. I mega-trend sono da molti anni per Robeco un campo di ricerca e d’investimento privilegiati. Oggi sembrano trovare terreno particolarmente fertile tra chi è a caccia di temi adatti a catturare valore. Compito non facile, in un contesto di fine ciclo economico, con valutazioni care in molte classi di attivo.

Un tema d’investimento che guarda al futuro?

Il fintech può essere un’idea interessante. Inizialmente questo settore abbracciava i nuovi sistemi di pagamento. Poi sono stati introdotti strumenti digitali innovativi che riducono i costi dei servizi finanziari. Siamo convinti che le opportunità siano destinate a crescere in modo importante, su questo fronte. Per questo motivo Robeco ha creato una strategia con un approccio trend investing focalizzato proprio sul fintech.

Significa che nelle asset class tradizionali non c’è più valore?

Il quadro di mercato è complesso, ma in ogni fase esistono delle opportunità. Se guardiamo al mondo del credito societario, per esempio, oggi possono essere rintracciate tra i subordinati finanziari, un’altra area dove vantiamo forti competenze, essendo presenti dal 2011 con una strategia dedicata. A sua volta i mercati emergenti rimangono attraenti, ma è necessario essere selettivi. Il nostro team specializzato su questo segmento si è costituito nel 1994 in Robeco. Il suo fondatore è ancora alla guida della nostra strategia di riferimento. Questa, inoltre, è un’area in cui l’integrazione tra analisi finanziaria e criteri di responsabilità sociale e ambientale offre molto valore.

Oggi molti player puntano sull’investimento sostenibile. La sensazione talvolta è che si tratti di un tema un po’ inflazionato, valido soprattutto per catturare flussi, attraverso una nuova narrazione. Come viene in- terpretato in Robeco?

Siamo impegnati in questo campo di ricerca da quasi 25 anni. Nel 2006 abbiamo potenziato questo percorso con l’acquisizione della società Sam, oggi RobecoSam, fondata a Zurigo nel ’95. RobecoSam è stata la prima società a trattare l’Esg (environment, social e governance ndr) come fattore a sé stante. Dal 1999, insieme a S&P Dow Jones Indices, la società ha sviluppato i Dow Jones sustainable indices, riconosciuti a livello globale come panieri di riferimento per l’investimento sostenibile. Sulla base del Corporate sustainability assessment (Csa), un’analisi Esg annuale su 4.700 società quotate, RobecoSam ha costruito uno dei data- base più completi al mondo in materia di informazioni sulla sostenibilità finanziaria. In aggiunta, possiamo contare su un team di 65 analisti che realizzano analisi settoriali utilizzando prevalentemente i criteri Esg e lavorano a stretto contatto con i gestori e gli altri analisti. Una squadra di altre dieci persone è impegnata a tempo pieno su attività di active ownership ed engagement, iniziative di azionariato attivo che portano Robeco ad interloquire con i manager di tutto il mondo per incoraggiarli a migliorare il profilo di responsabilità sociale e ambientale delle rispettive aziende. Essendo grandi investitori, quando chiediamo di risolvere eventuali criticità, ad esempio sul piano della tutela ambientale, dei diritti dei lavoratori o della governance, possiamo esercitare una moral suasion efficace. Sappiamo essere persuasivi.

In termini di masse, quanto vale l’investimento sostenibile?

Tutti i 186 miliardi di euro (dato a giugno 2019 ndr) sono investiti utilizzando criteri di esclusione – che estromettono dall’universo investibile determinati settori: armi controverse, aziende del settore bellico, carbone termico, tabacco e aziende che violano il Global compact, un’iniziativa delle Nazioni Unite nata per incoraggiare le imprese di tutto il mondo ad adottare politiche sostenibili, basata su 10 principi, dalla tutela dei diritti umani e dei lavoratori alla lotta contro la corruzione. 120 miliardi di euro sono gestiti con l’adozione di criteri Esg. Tutto il patrimonio che ci è stato affidato dai clienti, grandi e piccoli, beneficia delle nostre politiche di azionariato attivo. Poi abbiamo delle strategie dedicate, che ad esempio si focalizzano sui titoli con un rating di sostenibilità superiore di almeno il 20% rispetto al benchmark di riferimento. E infine lavoriamo con l’impact investing: questo approccio consiste nell’effettuare investimenti con l’obiettivo di esercitare un beneficio misurabile sull’ambiente o sulla società, ottenendo al contempo un rendimento finanziario positivo. Questo potrebbe significare investire in un fondo che mira a portare energia pulita nei mercati emergenti o a migliorare gli standard nutrizionali nei prodotti alimentari. Qui un aspetto centrale è dato dalla misurabilità. Ad esempio siamo in grado di calcolare la carbon footprint di un fondo, ovvero l’ “impronta di carbonio”: esprime l’ammontare di emissioni di gas climalteranti attribuibili, a livello aggregato, alle società che sono rappresentate in una determinata soluzione d’investimento. Per Robeco è sempre questione di ricerca. E di dati.

TRE MITI DA SFATARE SULL’INVESTIMENTO RESPONSABILE

Sono almeno tre i falsi miti sull’investimento sostenibile che sopravvivono nonostante la sempre maggiore disponibilità di informazioni su questo tema.

  1. Il primo – “l’analisi dei fattori Esg nei processi d’investimento pregiudica le performance” – è anche il più difficile da sradicare. “Eppure dovrebbe essere un dato ormai assodato: l’80% degli studi dimostra che l’adozione di processi ispirati alla sostenibilità genera un impatto positivo sulle performance, in un orizzonte di lungo termine”, spiega Marcello Matranga, alla guida di Robeco, che a questo tema ha dedicato un corso online di educazione finanziaria in nove capitoli, con test finale il cui superamento dà diritto a crediti formativi certificati Efpa Italia, ai fini del mantenimento delle qualifiche Efa, Eip ed Efp.
  2. Un secondo equivoco molto diffuso è che la sostenibilità riguardi solo le questioni ambientali. Falso. Senza ridimensionare l’importanza dell’attenzione alle pratiche green, che ricadono sotto il capitolo environment, gli altri due fattori che compongono l’acronimo Esg, ovvero l’impatto sociale e la qualità della governance, hanno pari dignità. “Anzi per alcune imprese, questi ultimi due fattori possono essere più importanti di quelli ambientali”.
  3. Il terzo mito è che l’interesse per la sostenibilità sia un’invenzione moderna, peggio: una moda diffusa soprattutto tra i millennial. In realtà, come ricorda Robeco, le sue origini risalgono al 18° secolo, quando i quaccheri (movimento protestante sorto in Inghilterra nel 1650) si rifiutarono di investire nel commercio degli schiavi. “Se è vero che i giovani hanno maggiori probabilità di credere nell’investimento sostenibile rispetto ai loro genitori o nonni”, conclude Matranga, “le ricerche provano che tutte le fasce d’età oggi sono favorevoli a questo approccio. E anche il mercato italiano ne è una prova”.

 

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
Direttore del magazine We wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, ha coordinato la redazione di Forbes Italia da gennaio 2018 a settembre 2019. Collabora con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza. Caporedattore del Magazine AdvisorPrivate tra il 2015 e il 2017, in passato ha scritto per l’Espresso, il Mondo, il Messaggero, Capital, Patrimoni, Panorama, Mf e Wall Street Italia. È laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano
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