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Eurizon, così le aziende entrano nel portafoglio

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Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda

11 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • “Tutta l’Europa è a lavoro per avviare nuovi progetti di supporto all’economia reale, nell’ambito della Capital markets union”

  • L’Italia “vanta uno sorprendente tessuto produttivo, fatto in larga parte di piccole e medie imprese, che sentono l’urgenza di rafforzare la propria struttura di capitale e al tempo stesso cercano di emanciparsi dal canale bancario”

  • Tra le strade che l’industria propone per convogliare risorse a favore dell’economia reale, le tre principali soluzioni d’investimento sono: i piani individuali di risparmio, gli eltif e i fondi alternativi

L’industria offre nuovi strumenti adatti a convogliare maggiori risorse verso le imprese, anche di piccola e media dimensione. Massimo Mazzini, responsabile marketing e sviluppo commerciale di Eurizon, racconta le strade percorribili, tra differenze e obiettivi comuni

Non è solo questione di tassi zero (o negativi), che incoraggiano gli investitori a cercare valore oltre il bacino rassicurante – perché a lungo frequentato – dei titoli di Stato.

“Il mondo delle imprese, specialmente le medie e piccole, ha sete di capitali, ha bisogno di risorse che ne favoriscano uno sviluppo dimensionale, imprescindibile per essere competitivo sui mercati internazionali”, osserva Massimo Mazzini, responsabile marketing e sviluppo commerciale di Eurizon. Non è solo un’esigenza dell’Italia. “Tutta l’Europa è a lavoro per avviare nuovi progetti di supporto all’economia reale, nell’ambito della Capital markets union”, spiega Mazzini.

Si tratta di un’iniziativa dell’Unione europea volta a perseguire una maggiore integrazione dei mercati dei capitali dei Paesi membri, con l’obiettivo specifico di offrire nuove fonti di finanziamento per il business, in particolare per le piccole e medie imprese. Questa coincidenza di interessi – la crescente domanda di finanziamenti da parte del mondo produttivo, sostenuta anche dalle istituzioni comunitarie e la ricerca di nuove opportunità d’investimento da parte di piccoli e grandi patrimoni – rappresenta un’occasione irripetibile per l’industria del risparmio.

Vale a maggior ragion e per il nostro Paese. Che da un lato dispone di un massiccio stock di ricchezza finanziaria, in buona parte – circa 1.500 miliardi di euro, un terzo del totale – parcheggiata sul conto corrente o sui depositi.

“Dall’altro, vanta uno sorprendente tessuto produttivo, fatto in larga parte di piccole e medie imprese, che sentono l’urgenza di rafforzare la propria struttura di capitale e al tempo stesso cercano di emanciparsi dal canale bancario, che a lungo ha rappresentato la loro principale fonte di finanziamento. Senza dimenticare la necessità di nuove risorse per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture, conditio sine qua non per competere ad armi pari sul piano globale”, ricorda Mazzini. Anche da questo punto di vista il risparmio privato è una straordinaria risorsa cui attingere.

Tra le strade che l’industria propone per convogliare risorse a favore dell’economia reale, le tre principali soluzioni d’investimento sono: i piani individuali di risparmio, gli eltif e i fondi alternativi. Hanno caratteristiche diverse e si rivolgono, inevitabilmente, anche a target d’investitori differenti. Un tratto comune, però, merita di essere sottolineato: tutti questi strumenti incoraggiano (nel caso dei pir, perché il beneficio fiscale è condizionato alla durata del piano) o vincolano (eltif e altri fondi chiusi) a impostare l’investimento su un orizzonte di medio lungo termine, coerente con le necessità del mondo produttivo cui sono diretti, in ultima istanza, i flussi.

Mentre i pir sono fondi aperti, disinvestibili in qualsiasi momento, pena la perdita del beneficio fiscale se il riscatto avviene prima di cinque anni dalla sottoscrizione, i fondi chiusi tipicamente hanno una durata di 5/10 anni. “I mercati privati sono illiquidi: sono adatti a investitori informati, con un bagaglio di conoscenze media- mente più sofisticate e un patrimonio di una certa entità, che consenta un adeguato livello di diversificazione.

A questo proposito la componente rappresentata, ad esempio, da eltif e fondi alternativi chiusi non dovrebbe superare il 10% del portafoglio”, calcola il responsabile sviluppo commerciale di Eurizon. Si tratta di strumenti che presentano un livello di complessità superiore, richiedono un maggiore sforzo anche in termini di formazione della rete ed educazione finanziaria dell’investitore.

“D’altra parte, la natura illiquida permette di accedere a rendimenti potenzialmente più elevati e tendenzialmente de-correlati all’andamento delle classi di attivo tradizionali”, ricorda Mazzini. Da questo punto di vista, i piani individuali di risparmio sono decisamente più accessibili anche dall’investitore retail, a fronte di asset allocation che spaziano dall’azionario puro al bilanciato, fino all’obbligazionario, adatte a rispondere a esigenze e propensioni al rischio molto diverse.

Lanciato dalla Legge finanziaria 2017, accolto con entusiasmo dall’industria del risparmio, nel 2019 il mercato dei pir è stato congelato a causa di nuovi vincoli legati all’investimento sull’Aim e su strumenti di venture capital, introdotti dalla Legge di Bilancio 2019, che hanno sostanzialmente bloccato l’apertura di nuovi pir: l’inserimento di asset illiquidi nel portafoglio di fondi aperti, infatti, avrebbe potuto creare problemi non irrilevanti sul piano della gestione. L’ultima Legge finanziaria ha però riabilitato i pir, rimuovendo i paletti introdotti alla fine del 2018 e autorizzando, inoltre, Casse e Fondi Pensione ad aprire più di un piano.

 

“Le criticità emerse sono state ampiamente rimosse. Abbiamo riaperto il collocamento a favore di nuovi clienti”, racconta Mazzini. Il recente provvedimento del Legislatore ha precisato meglio, inoltre, la composizione dei portafogli pir: se il 70% va destinato a società italiane – come previsto nella norma originaria, almeno il 25% di questa quota (17,5% dell’investimento totale) va indirizzato a strumenti finanziari diversi da quelli rappresentati nell’indice Ftse Mib o in altri indici equivalenti e un restante 5% (3,5% del totale) deve lambire imprese di piccola capitalizzazione, diverse da quelle inserite nel Ftse Mib e Ftse Mid cap di Borsa Italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati.

Viene apparentemente rafforzato quindi il collegamento con l’economia reale e le piccole e medie imprese che alcuni osservatori hanno giudicato in una fase iniziale un po’ debole. “I pir hanno stimolato un aumento delle quotazioni al segmento Aim dedicato alle pmi, favorito un incremento della liquidità nel mercato domestico e una crescita nella capitalizzazione complessiva. Siamo convinti che i pir 3.0 possano proseguire sulla stessa strada”, rileva Mazzini.

Eurizon è stata tra le società più attive a cogliere l’opportunità rappresentata dai nuovi piani, riavviando nel mese di gennaio la commercializzazione delle due gamme Eurizon Progetto Italia ed Eurizon Pir Italia, i cui cinque fondi pir a fine 2019 tornano sul mercato con un patrimonio di 2,2 miliardi di euro.

“Stiamo per lanciare un nuovo fondo pir compliant dedicato in esclusiva ai clienti di Intesa Sanpaolo. Sarà distribuito all’interno di una finestra di collocamento prestabilita”, spiega il manager, “avrà una protezione pari al 95% del capitale investito su un orizzonte di sette anni. Ferma restano la possibilità di uscire in qualsiasi momento.

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
Direttore del magazine We wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, ha coordinato la redazione di Forbes Italia da gennaio 2018 a settembre 2019. Collabora con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza. Caporedattore del Magazine AdvisorPrivate tra il 2015 e il 2017, in passato ha scritto per l’Espresso, il Mondo, il Messaggero, Capital, Patrimoni, Panorama, Mf e Wall Street Italia. È laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano
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