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ETHENEA, la boutique che non guarda alle mode del momento

11 Giugno 2019 · Riccardo Sabbatini · 7 min

  • Cicoria: “Non esiste investitore nella storia di ETHENEA che abbia perso soldi mantenendo i nostri fondi per un periodo di almeno 5 anni. Noi lavoriamo per realizzare un portafoglio d’investimento ottimale”

  • I Pir? “Non abbiamo condiviso gli entusiasmi. Va riconosciuto che forse c’è stato un problema di ipervenduto. Non sono certo che quell’investimento rappresenti un effettivo valore per tutti i clienti a cui è stato proposto. Si è venduto il vantaggio fiscale più che quella proposizione d’investimento”

  • “Il Btp ha sempre rappresentato per gli italiani un porto sicuro in grado di offrire una efficiente protezione contro l’inflazione. Oggi invece è diverso. Lo spread dei titoli pubblici misura il rischio emittente di quell’investimento. È inevitabile andare alla ricerca di alternative”

ETHENEA è sempre rimasta fedele a uno stile di gestione tradizionale con l’obiettivo di proteggere il patrimonio dei clienti e assicurare ritorni stabili. Non crede nei benchmark ma nel valore espresso da una gestione attiva e in solide convinzioni d’investimento. Intervista a Michele Cicoria

Una boutique controcorrente, con un solido approccio tradizionale agli investimenti e che non si lascia sedurre dalle tante mode della finanza. È ETHENEA Independent Investors, società lussemburghese di asset management fondata nel 2010, dando continuità a una storia gestionale con più di 17 anni di track record, coincidenti con la partenza del fondo Ethna-AKTIV nel 2002, da due navigati manager della finanza europea, Luca Pesarini e Arnoldo Valsangiacomo che ancora oggi ne detengono assieme l’intero capitale. Nel corso degli anni ha tenuto la barra dritta sulla sua filosofia aziendale che si riassume in alcune solide convinzioni: la missione di un asset manager è in primo luogo quella di proteggere il patrimonio dei clienti, si investe soltanto in asset ed aree geografiche che ben si conoscono, la cura e l’eccellenza del servizio va di pari passo con la capacità di proporlo con semplicità e costanza di risultati nel tempo. Da gennaio 2019 a declinare nel concreto le “regole della casa” c’è FENTHUM, società facente capo ai medesimi azionisti e partner ufficiale per la distribuzione dei fondi multi asset di ETHENEA, gli Ethna Funds. A capitanarla nel Belpaese c’è Michele Cicoria, BDS Head of Retail and Wholesale Italy.

Quando si parla di mode, in realtà, ci si riferisce al processo incessante di innovazione finanziaria. Cos’è che non va? “A volte – spiega Cicoria – rappresentano solo scorciatoie, unicamente acceleratori di processi commerciali, storytelling che affascinano gli interlocutori. Quello che invece noi facciamo è dare la possibilità di scegliere la “tradizione”, cioè offrire un approccio tradizionale che significa semplicità dei sottostanti senza venir meno all’efficienza. Significa semplicità di comprensione e, assieme, grande profondità di informazioni, perché semplice non vuol dire essere superficiali ma spiegare bene ciò che alla fine risulta facilmente comprensibile. Tradizione è anche grande prossimità, relazione intensa con il cliente”.

Sembra un manifesto, che significa nel concreto?
Per spiegarlo mi lasci tornare alle nostre origini. Nel 2002 i mercati finanziari attraversavano un periodo molto difficile, c’era stata l’onda lunga della bolla tecnologica aggravata dall’attentato alle torri gemelle. Pesarini era ai vertici di Julius Bear in Germania e Valsangiacomo di ING Bank a Lugano. In quel periodo l’industria del risparmio offriva una buona diversificazione ma legata quasi esclusivamente al famoso parametro di riferimento, cioè al benchmark. I nostri fondatori ebbero l’intuizione, cogliendo anche l’insegnamento di quel periodo difficile per i mercati, di dar vita ad un fondo comune con cui poter gestire i patrimoni familiari propri e di un ristretto entourage dandosi come linee guida il perseguimento della salvaguardia e della crescita del patrimonio affidatogli. Senza vincolarsi alla rigidità del benchmark. Gli stessi principi alla base dell’Ethna-AKTIV hanno poi ispirato la nascita delle altre due strategie. Nel 2010, poi, nacque l’esigenza di fondare una società di asset management, per gestire gli Ethna Funds.

Quindi ETHENEA è nata per contrastare un primo luogo comune, il mito del benchmark?
Sì, c’era pochissima offerta di prodotti flessibili e comunque di delega nel risparmio gestito. I due fondatori hanno così deciso di creare una storia di investimento propria, di cui sono ancora oggi gestori, conferendo come capitale iniziale i loro risparmi. Nel tempo hanno voluto aprire questa esperienza a chi era interessato a una gestione del patrimonio familiare secondo i principi del buon padre di famiglia avendo come primo obiettivo la conservazione del patrimonio e in seconda battuta il raggiungimento di una certa performance.

E come è andata in termini di performance dal 2002, avete centrato i vostri obiettivi?
Il fondo Ethna-AKTIV, il flagship di casa ETHENEA, ha avuto una performance molto positiva se lo si considera dalla partenza. In alcuni anni è stato anche un fondo blockbuster europeo anche se non sempre siamo sotto i radar. Ma questo non ci spaventa perché quando i risultati generati non sono stati in linea con le aspettative di breve dei nostri investitori abbiamo preferito aumentare l’attenzione e rivedere il nostro modus operandi, per ritornare a essere efficienti, piuttosto che accantonare il prodotto e crearne uno nuovo. In questo modo nel medio-lungo termine il nostro lavoro e il risultato dell’investitore si riallineano. Lo stesso approccio vale per gli altri due fondi che hanno fatto seguito al primogenito. Vale a dire Ethna-DEFENSIV, che ha un focus flessibile sui bond, nato a cavallo delle prime avvisaglie di crisi del debito e la bolla dei sub-prime del 2007, intercettando e interpretando la sfiducia e al contempo il bisogno di delega nel segmento obbligazionario da parte dei risparmiatori; e non da ultimo il più “ambizioso” Ethna-DYNAMISCH che dal 2009 (quindi quest’anno al suo decimo anno)gestisce attivamente la componente investita in azioni mantenendo al contempo la volatilità sotto controllo. I dati di performance ad oggi conseguiti non sono ovviamente una garanzia delle performance future ma non esiste investitore nella storia di ETHENEA che abbia perso soldi mantenendo i nostri fondi per un periodo di almeno 5 anni. Noi lavoriamo per realizzare un portafoglio d’investimento ottimale. L’idea che vogliamo dare al nostro investitore è che la delega al gestire sia fondamentale, a patto che sia chiara e trasparente. Se la delega riguarda una componente quasi completamente obbligazionaria c’è il fondo Ethna-DEFENSIV. Se invece vogliamo una gestione diversificata ma con un approccio prudente c’è appunto l’Ethna-AKTIV, che aumenta la componente azionaria quando l’economia va bene e la riduce quando il ciclo si inverte. Se infine l’investitore è più propenso ad una strategia dinamica, c’è il fondo Ethna-DYNAMISCH in cui la quota azionaria può arrivare al 70% (da luglio 2019 l’equity max sarà portato al 100%), con un orizzonte di investimento coerente con quello azionario, ma con meno ansia da volatilità, poiché il beta, che fa soffrire tutti nelle fasi avverse, viene gestito tatticamente con strumenti efficaci e liquidi come i derivati.

Utilizzo di derivati, quota dei gestori nel portafoglio del fondo. Ci sono tratti di ETHENEA che ricordano modalità tipiche di un hedge fund.
No, non è proprio così. Facciamo ricorso ai derivati principalmente per esigenze di copertura e inoltre non utilizziamo la leva finanziaria che, sebbene in forma limitata, sarebbe consentito dalla normativa. I fondi non vanno mai a debito. Cioè se noi abbiamo una quota del 30% di azioni in titoli e vogliamo ridurre il beta al 10%, quel meno 20% sul mercato è sempre controgarantito da liquidità o da strumenti del fondo stesso. La gestione del risparmio delle famiglie e la leva finanziaria sono cose che non si devono incontrare. Il derivato assume, pertanto, un ruolo per esigenze di protezione o per cogliere opportunità tattiche, ma mai per speculare, garantendo al contempo un’elevata liquidabilità e flessibilità operativa su mercati trasparenti e liquidi.

Dove investono i vostri fondi, vi concentrate sui mercati sviluppati o anche quelli emergenti rientrano nella sfera di quelli che scrutinano i vostri gestori?
Sono fondi che investono globalmente, con un focus sui mercati sviluppati, quelli cioè dove meglio possiamo mettere a frutto le nostre competenze e la nostra esperienza, gestendo circa 5 miliardi di Euro di patrimoni affidatici. Poniamo al centro la responsabilità nei confronti dei nostri investitori e per questo adottiamo un approccio disciplinato per minimizzare i rischi delle scelte di investimento. I nostri Portfolio Manager, tutti professionisti di lungo corso, mettono a fattor comune in un lavoro di team la conoscenza dei mercati e degli strumenti finanziari per assumere le decisioni più appropriate. L’universo investibile è quello dei Paesi OCSE, in particolare Europa, USA e in parte in Asia (Cina e Giappone), mentre osserviamo per un’analisi ampia dello scenario, senza investirci, i mercati emergenti e le asset class illiquide. Preferiamo un approccio discrezionale rispetto ad altri, come ad esempio quello quantitativo, poiché ci consente di adattare meglio la gestione dei portafogli in base ai mutamenti di mercato. Questo è particolarmente importante in contesti come quello attuale, dove la performance è influenzata da variabili politiche, geopolitiche e sociali molto più che in passato e questi fattori sono difficilmente gestibili con un modello matematico. Per quanto riguarda invece gli strumenti di investimento passivi come gli ETF possono avere una loro collocazione tra le opzioni disponibili, ma noi ci definiamo ambasciatori della gestione attiva.

Come collocate i vostri prodotti, attraverso reti bancarie, reti private?
Abbiamo tutte le tipologie di distributori, dalla SIM di consulenza finanziaria, alla Private Bank, alle reti di Consulenti e Private Banker o anche Casse di Risparmio particolarmente evolute nel risparmio gestito e interessate ad inserire un brand nuovo. Chi ci sceglie lo fa non soltanto per la qualità dei prodotti ma anche del servizio. Il nostro punto di forza è la coerenza tra ciò che serve al nostro distributore e quello che abbiamo da offrirgli.

In questi anni il mercato è molto cresciuto con i Pir, oggetto di un recente intervento regolatorio del Governo molto criticato dall’industria. Avete creduto anche voi in questi prodotti e condividete i timori attuali?
Non abbiamo condiviso gli entusiasmi. Va riconosciuto che forse c’è stato un problema di ipervenduto. Non sono certo che quell’investimento rappresenti un effettivo valore per tutti i clienti a cui è stato proposto. Si è venduto il vantaggio fiscale più che quella proposizione d’investimento. Ma vorrei fare un discorso più generale. Quando noi ci troviamo di fronte a un “successo” nel nostro settore automaticamente c’è qualcosa che non va. Se c’è stato il successo dei Pir, o delle polizze unit linked, se c’è stato il successo dei liquid alternative, dei fondi hedge, dei long-short, etc. è il segnale di qualcosa che non ha funzionato. Il nostro settore non deve vivere di successi. La diversificazione deve rendere anonima la novità. Ecco perché, per esempio, la nostra comunicazione non è rivolta al mass market. Perché non vogliamo anteporci a chi si relaziona con il cliente che è il distributore. Non dobbiamo avere una riconoscibilità per il cliente finale. Noi siamo un elemento di costruzione di un portafoglio di investimenti di risparmio e quindi non dobbiamo metterci davanti a chi, come banca, SIM o singolo consulente, si relaziona invece con l’investitore.

Qual è la vostra struttura in Italia, che rapporto c’è tra ETHENEA e FENTHUM?
FENTHUM è partner ufficiale ed esclusivo di ETHENEA e Main – First Asset Management, l’altra casa di gestione che fa capo alla medesima proprietà. Per mantenere la nostra identità di boutique sono stati identificati diversi brand, ognuno indipendente dall’altro, ma per avere un’interfaccia unica con i nostri distributori e investitori istituzionali, è stata creata un’unica entità, FENTHUM appunto. Ci mettiamo dal puto di vista del cliente professionale e cerchiamo di capire se siamo in grado di soddisfare i suoi bisogni. La nostra offerta è limitata a tre fondi per ETHENEA ma, così facendo, siamo in grado di mantenere un alto profilo qualitativo. È un’offerta semplice, facile da trasferire a chi fa consulenza e a sua volta all’investitore finale. Dietro però c’è una grande competenza tecnica ed esperienza perché i fondi hanno un track record molto lungo con professionisti che vantano un’esperienza ultradecennale. Puntiamo sulla qualità del servizio. Ad esempio noi offriamo una formazione dedicata alle nostre reti distributive, e solo a loro. Si chiamano ETHENEA Masterclass e sono rivolte a chi si occupa di consulenza finanziaria. Oggi è un servizio, quello formativo, proposto da diverse case di gestione ma, in effetti, siamo stati tra i pionieri in Italia e certamente per contenuti rimaniamo distintivi. In questo modo riusciamo a trasferire competenze fondamentali a chi si occupa di relazione con il cliente investitore a vantaggio di chi distribuisce i nostri prodotti.

Prossimità al cliente, relazioni dirette da intensificare anche attraverso strumenti di formazione. La rivoluzione digitale, riducendo le occasioni di contatto fisico, sembra però andare in un’altra direzione.
In effetti la tecnologia sta allontanando l’aspetto relazionale. Invece quando si parla di soldi è fondamentale il senso di vicinanza nella relazione. È per questo che, pur rappresentando una boutique, in Italia abbiamo un team dedicato di ben 5 persone. Un numero che dice poco di per sé, ma che se rapportato ai più grandi player operanti sul mercato italiano, corrisponderebbe in quelle strutture a team di centinaia di professionisti. Cosa che ovviamente non è. E mi piace sottolineare che ogni professionista di FENTHUM Italia apporta esperienze e specializzazioni che ci permettono davvero di soddisfare ogni esigenza informativa, di sviluppo e supporto per ogni canale di business.

Allora siete diffidenti verso la tecnologia, come chi rifiuta i vaccini?
No niente affatto. In termini generali la tecnologia ci ha permesso un enorme vantaggio. Mentre prima le grandi case internazionali d’investimento avevano un vantaggio competitivo nel disporre di sedi distaccate in tutti i mercati, oggi la tecnologia permette anche alle boutique di migliorare notevolmente l’efficienza perché le informazioni sono disponibili e possono essere processate in tempo reale grazie alle tecnologie digitali. Che siano big data, ricerche o analisi di mercato, abbiamo grande libertà a costi molto più contenuti nell’accedere alle informazioni. Di tutto questo si avvantaggiano i risparmi dei nostri clienti.

Preferisce parlare di risparmi o di investimenti? I due termini identificano due diverse realtà o sono sinonimi?
Credo facciano riferimento a realtà diverse, o meglio, ad approcci distinti. Il risparmio dà l’idea di un accumulo che cresce nel tempo e la cui finalità è controintuitiva per chi fa il nostro mestiere. Per spiegare meglio mi piace sempre citare un manager di grande esperienza di una primaria rete di consulenza finanziaria italiana: il nostro obiettivo finale, a ben guardare, è quello di perdere le risorse che ci vengono affidate, quando hanno raggiunto gli obiettivi fissati dal cliente: la pensione, pagare l’università ad un figlio, acquistare una macchina. Noi accompagniamo le sue aspettative, gestiamo i suoi soldi per poi riconsegnarglieli. L’investimento invece, anche se nella mente di chi impegna i propri soldi c’è sempre l’idea della finalità per obiettivi, poiché fa riferimento generalmente a capitali precostituiti, è maggiormente esposto alla trappola della scommessa, del rendimento attraente senza tener conto del rischio derivante. La vera differenza nel risultato finale non la fa quindi solo il prodotto, ma anche il consulente che guida nell’approccio migliore. Una società di gestione del risparmio deve essergli vicino per riuscirci. È questo il motivo per cui esiste FENTHUM.

Il Btp è stato per decenni lo strumento principe dei risparmiatori/investitori italiani, percepito come un investimento privo di rischio. Come lo considera, oggi?
Quell’investimento ha sempre rappresentato per gli italiani un porto sicuro in grado di offrire una efficiente protezione contro l’inflazione. Oggi invece è diverso. Lo spread dei titoli pubblici misura il rischio emittente di quell’investimento. È inevitabile andare alla ricerca di alternative.

È una valutazione che può essere estesa al resto del paese? Come valutate il rischio Italia?
Sullo sfondo di un governo populista che mostra qualche fragilità, del più alto livello di indebitamento in Europa e di un’economia cronicamente debole, l’attuale rendimento effettivo dei titoli di Stato italiani pone più di qualche dubbio. Tuttavia è possibile considerare il BTP come un’opportunità tattica. Non appena si verifica un catalizzatore di mercato (disputa sul deficit di bilancio con l’UE, eventuale crisi di governo, etc.) siamo disposti e in grado di assumere una posizione corrispondente.

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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