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Chauchat (Dorval Natixis): Vive l'Italie!

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Walter Riolfi
Walter Riolfi

20 Maggio 2019
Tempo di lettura: 5 min
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Una chiacchierata con François-Xavier Chauchat, gestore e capo economista di Dorval Am, società di fondi del gruppo francese Natixis per capire a cosa guardare nei prossimi mesi

Abbiamo toccato il fondo e il ciclo del settore manifatturiero ha ripreso a crescere un po’ ovunque nel mondo, specie in Cina dove è ripartito il processo di reflazione», esordisce François-Xavier Chauchat, gestore e capo economista di Dorval Am, società di fondi del gruppo francese Natixis. Non c’è dubbio che Chauchat si collochi tra gli ottimisti. «Di certo non appartengo alla categoria dei pessimisti», precisa, aggiungendo che un buon investitore deve adattarsi all’evoluzione degli eventi, come del resto suggerisce il logo di Dorval: Né orso, né toro, ma camaleonte. «Puntiamo sui titoli di stato italiani e sulle azioni giapponesi», prosegue. Al che si ha quasi un sobbalzo.

Capisco l’interesse sulle azioni del Sol Levante, ma non le sembra un po’ azzardato quello per i Btp?

Non sono l’unico a pensare così. Guardi che a comprare i titoli italiani non sono solo le banche domestiche, ma anche hedge fund americani e altri investitori stranieri. Del resto, questi flussi sono già stati segnalati dalla Banca d’Italia. Infatti, Bankitalia ha rilevato acquisti dall’estero per 22 miliardi a gennaio e la banca americana State Street conferma che i flussi sono proseguiti nel primo trimestre. Segno che Chauchat non è solo in questa apparentemente azzardata scommessa sull’Italia. Ci interessa, dunque, capire le motivazioni di questa scelta dopo due trimestri di recessione (tecnica) è un primo quarto dell’anno con un timido segno positivo. Il capo economista di Dorval parte proprio dai dati macro. In Italia c’è un’economia domestica che sostiene la crescita, migliora il clima di fiducia nel settore delle costruzioni e l’indice composito di Markit è salito a 51,5, grazie alla componente servizi, allo stesso livello di quello tedesco. Inoltre, il paese sta recuperando redditività grazie a un processo di svalutazione interna: infatti da oltre 4 anni si sta riducendo, rispetto alla Germania, il costo del lavoro.

Il tutto accompagnato dalla continua riduzione delle sofferenze bancarie (Npl) e da un sensibile aumento delle compravendite di abitazioni, che potrebbe preludere a una prossima crescita dei prezzi. La recessione tecnica nel secondo semestre del 2018 è il risultato di una debole domanda estera, non interna. Infine, non si parla più di austerità fiscale che tanti danni ha creato ovunque. E non solo non se ne parla in Italia ma nemmeno nel resto del mondo.

Non a caso in Italia s’è deciso di spendere ancor più per pensioni e sussidi con denaro preso a debito, mentre si pensa addirittura di ridurre le entrate fiscali, con gravi conseguenze su deficit e debito dello stato. Non le pare una politica insana?

Non sto difendendo l’azione del governo che potrebbe essere giudicata sbagliata, poiché non tocca i problemi strutturali, e non nego che l’Italia abbia grossi problemi. Dico soltanto che le riforme attuate, per quanto populiste siano, vanno a sostegno del ciclo economico. Inoltre, non vedo troppa differenza tra un deficit al 2%, anziché al 3%, e nemmeno credo che il rapporto tra debito e Pil possa salire troppo.

Intanto quel debito sta volando verso il 135%, anche a causa di deficit più alti e di oneri finanziari in crescita. E’ sostenibile questa situazione?

La sostenibilità del debito, come insegna il Giappone, dipende soprattutto dai tassi d’interesse e se questi rimangono prossimi allo zero non è il caso di preoccuparsi.

Se fossero veramente a zero, come in Germania. Ma il nostro Btp decennale rende il 2,60% e lo spread sul Bund è a 260 punti: circa il doppio di quanto s’era visto all’inizio del 2018. E se lo spread salisse nuovamente attorno ai 300 punti?

Non crescerà. Anzi credo che scenderà sotto 200. Guardi ai titoli di stato portoghesi, ossia a una nazione che ha lo stesso rating dell’Italia, ma non un comparabile sistema economico. Le sembra ragionevole un differenziale col decennale portoghese di quasi 150 punti? No, non lo è. Gli investitori hanno esagerato nel considerare così gravi i problemi economici dell’Italia e si sono accaniti eccessivamente nel punire i titoli di stato. Se lo spread tra Btp e Bund è salito oltre i 300 punti è anche per una questione di liquidità del mercato.

Problemi di liquidità in un mercato del debito pubblico che è il più grande d’Europa e il terzo al mondo?

Sì, perché lo scorso anno gli investitori esteri hanno venduto pesantemente i Btp che in buona parte sono stati acquistati dalle banche domestiche. Il risultato è che gran parte dello stock di debito resta congelato nei portafogli istituzionali e il mercato s’è rarefatto, ampliando, così, i movimenti speculativi. Ora il debito pubblico è essenzialmente in mani domestiche.

Ma cosa accadrà davanti a una nuova recessione? Nel 2010, prima della grande crisi, il debito era al 100% del Pil. Ora ha superato il 132%.

Quella del 2011- 2012 fu una recessione provocata dalla crisi dell’euro che si aggiunse, esasperandola, a quella mondiale del 2008-2009. Credo che in Europa tutte le istituzioni siano memori di quel disastro che non dovrebbe ripetersi.

Immagini, dopo ottobre, una Bce a trazione tedesca con Jens Weidmann (l’attuale numero uno della Bundesbank) alla presidenza della banca. Si sentirebbe tranquillo con un portafoglio pieno di Btp?

Sarei davvero sorpreso nel vedere un tedesco alla guida della Bce. Penso che il candidato più probabile sarà un francese o, meglio, un finlandese. Guardi che, in ogni caso, la politica monetaria della Bce non potrà cambiare molto e qualunque uomo sia alla guida della banca centrale si adopererà per non creare ulteriori problemi di liquidità all’Italia. Nel 2010 si di- ceva che la Bce non avrebbe mai potuto fare un quantitative easing, come la Fed o la BoJ. E, invece, quattro anni dopo, l’idea venne abbracciata e il Qe vide la luce nel 2015. Anche l’economia è soggetta a mode: dieci anni fa la tendenza dominante era il rigore dei conti pubblici. Oggi si fa un gran parlare del denaro a pioggia, come teorizzò Ben Bernanke o, peggio, come suggerisce la cosiddetta Modern Monetary Theory.

Walter Riolfi
Walter Riolfi
Laureato in storia si è avvicinato ai mercati finanziari lavorando in borsa prima di diventare, nel 1992, giornalista economico. Dalle pagine de «Il Sole 24Ore», ha scritto di mercati finanziari e politica monetaria. Non credendo alla teoria dei mercati efficienti, ha sempre cercato di analizzare i comportamenti degli investitori, convinto che il sentiment del mercato giochi un ruolo prevalente nelle scelte d'investimento. Dal 2017 collabora anche all'inserto economico de «Il Corriere della Sera».
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