PREVIOUS ARTICLE NEXT ARTICLE

CrowdFundMe, l’equity crowdfunding sbarca in Borsa

04 dicembre 2018 · Francesca Conti · 5 min

  • Il 35% degli investitori della società negli ultimi 5 anni ha investito meno di 10mila euro, il che vuol dire che verosimilmente non ha un portafoglio titoli

  • CrowdFundMe è la prima piattaforma di crowdfunding in Italia a permettere agli investitori di beneficiare della rubricazione delle quote

  • Il mercato dell’equity crowdfunding ha raccolto 11 milioni nel 2017 e per il 2018 si stima una raccolta di poco meno di 40 milioni

Da startup autofinanziata a società quotata in Borsa: la corsa di CrowdFundMe, società di equity crowdfunding fondata nel 2013 dal ceo Tommaso Baldissera Pacchetti, sembra inarrestabile. Ecco come la società è riuscita a diventare in pochi anni uno tra i portali di riferimento per gli investitori retail e non solo

È la prima piattaforma di equity crowdfunding italiana a sbarcare in Borsa. Negli ultimi quattro anni ha chiuso con successo 41 campagne e ha raccolto 11.580.000 euro, raggiungendo 5.470 investimenti da parte della sua community. Numeri che l’hanno spinta al primo posto tra le società italiane in termini di numero di investitori. Stiamo parlando di CrowdFundMe, società di equity crowdfinding fondata nel 2013, che si impegna a proporre agli investitori a caccia di nuove idee una ponderata selezione di start-up e Pmi ad alto potenziale alla ricerca di fondi per la loro crescita. La società ha recentemente avviato la procedura per la quotazione sul segmento Aim di Borsa Italiana. Tommaso Baldissera Pacchetti, amministratore delegato e attuale azionista di maggioranza della società, spiega il segreto del successo di questa realtà

Siete la prima società di equity crowdfunding a quotarvi, cosa vi ha spinto a farlo?

Per noi quest’operazione chiude il cerchio di una ‘equity story’ quasi perfetta. Siamo partiti con capitali propri nel 2015, nel 2016 abbiamo avviato il primo round di equity crowdfunding, poi nel 2017 per 400 mila euro sono saliti a bordo 126 nuovi soci e adesso puntiamo a finire questo ciclo di crescita con un’Ipo. Abbiamo scelto di percorrere questa strada e non un round di finanziamento tradizionale perché pensiamo che la complementarietà tra finanza tradizionale e il fintech – in particolare l’equity crowdfunding – sia assoluta. Vogliamo far conoscere l’equity crowdfunding alla finanza tradizionale perché pensiamo che attori istituzionali possano beneficiare anche di questo mercato.

Crede che ci saranno altre società che sceglieranno questa strada?

A livello di società di equity crowdfunding non saprei, ma tra quelle che hanno raccolto capitali attraverso CrowdFundMe ce n’è già una che sta pianificando un’Ipo nel 2019. Questo valida ulteriormente il modello e la selezione che la società fa delle sue startup.

Non siete spaventati dalle attuali turbolenze dei mercati?

Certamente, ma questa operazione è talmente particolare visto che saremo la prima fintech quotata in Italia e il primo portale di equity crowdfunding quotato al mondo, da andare al di là degli andamenti di mercato. C’è tantissimo interesse intorno a questa quotazione appunto perché è unica nel suo genere. Bisogna esserci, anche solo in termini di differenziazione. Insomma, c’è più interesse che timore.

Quanto vi aspettate di raccogliere e come pensate di utilizzare il capitale?

L’operazione va dai 3 ai 5 milioni di euro. Pensiamo di investire in tre filoni principali. Il primo è la struttura aziendale, che fino ad oggi ha avuto bassi costi fissi. Nel 2018 abbiamo lanciato oltre 30 società, nel 2019 vogliamo crescere in maniera significativa e lanciare oltre 60 società, dobbiamo quindi strutturarci sia in termini di organizzazione che di personale. Il secondo è il marketing: per noi è fondamentale comunicare all’esterno le nostre campagne e le società che raccolgono con noi. Punteremo anche su una comunicazione di medio-lungo periodo, per far sì che quando qualcuno pensa all’equity crowdfunding pensi a CrowdFundMe. Il terzo filone sarà quello dell’implementazione tecnologica, dato che il nostro portale è il cuore pulsante di tutta la società e può e deve essere continuamente migliorato, sia nella veste online che per quanto riguarda la pagina portfolio, dove gli investitori possono rimanere in contatto con le società in cui hanno investito e avere un’idea della composizione del proprio portafoglio.

State pensando in particolare a qualche sezione aggiuntiva?

Sì, nel 2019 ci sarà inoltre una nuova piattaforma per facilitare lo scambio quote post acquisto sul mercato primario. L’equity crowdfunding oggi ha un fortissimo limite che è l’illiquidità del mercato. Abbiamo capito che per aiutare la crescita della piattaforma primaria e per dare maggiori opportunità di uscita ai nostri investitori bisogna creare una ‘bacheca’ dove gli acquirenti di quote sul mercato primario può vendere le sue quote. Sarà una piattaforma di facilitazione di scambio.

Questo senza passare da notai o commercialisti?

Esatto. Grazie alle modifiche dell’art. 100-ter del Testo Unico della Finanza oggi con il regime di rubricazione delle quote gli investitori possono trasferire le quote senza passare da un notaio o da un commercialista, qualora aderiscano a questo regime alternativo. Regime che per CrowdFundMe è gestito da Directa Sim, la quale crede talmente tanto nell’equity crowdfunding e nella nostra società in particolare che nel nuovo cda abbiamo Gabriele Villa, head of international business development di Directa Sim. C’è una grande sinergia

Come sono cambiati i vostri investitori negli anni?

Per rispondere parto da una spiegazione del nostro metodo. Ai nostri investitori chiediamo, prima di procedere, di rispondere a un questionario online di 12 domande. Una delle più significative è: ‘Quanto avete investito, considerando tutti gli strumenti finanziari, negli ultimi 5 anni?’. Quello che ci rende particolarmente orgogliosi è il fatto che il 35% dei nostri investitori negli ultimi 5 anni ha investito da 0 a 10mila euro, il che significa che verosimilmente non ha un portafoglio titoli. CrowdFundMe, nel suo piccolo, è riuscito quindi ad attirare su 2.900 investitori unici, circa 1.000 investitori nuovi al campo della finanza e degli investimenti finanziari. Dove non sono arrivate le grandi banche o le Poste, è arrivata CrowdFundMe.

E il resto degli investitori?

Il 18% dichiara di aver investito oltre 100mila euro negli ultimi 5 anni, addirittura il 12% oltre i 200mila euro. Il che vuol dire che se da un lato attiriamo i neofiti del mondo finanziario, dall’altra richiamiamo anche persone molto ‘sofisticate’. Questo ci rende ancora più orgogliosi, abbiamo un’eterogeneità di investitori che molte società non riescono ad avere. CrowdFundMe può essere davvero complementare rispetto agli investimenti tradizionali.

Continuerete a rivolgervi a target differenti?

Assolutamente sì, non vogliamo porci un solo target di riferimento. Per noi è importante far conoscere l’equity crowdfunding a tutto il pubblico retail. Certo è che oggi, tramite la quotazione, vogliamo raggiungere anche gli investitori professionali che – un po’ per scelta e un po’ perché non avevamo ancora le spalle abbastanza larghe – ci snobbavano. Con i numeri che faremo nel 2018 e nel 2019 riusciremo sicuramente a creare delle sinergie con la nostra società.

Quali cambiamenti ci sono stati dopo l’apertura del settore alle Pmi tradizionali?

Siamo stati i primi a raccogliere capitali un’attività italiana di tipo tradizionale, ovvero per l’Osteria Rabezzana. Si tratta di un ristorante con un terreno vinicolo, che oggi ha come obiettivo quello di aprire un secondo ristorante a tema musicale. Siamo riusciti a raccogliere più di 100mila euro e abbiamo capito che l’investitore italiano non è soltanto dedito alle società innovative – sicuramente un tassello importante per questo mercato – ma in Italia questo genere di attività è la colonna portante del sistema-Paese più che l’innovazione. Questo ci ha fatto comprendere che c’è spazio anche per tutte le decine di migliaia di società di questo tipo che andremo ad accogliere sulla nostra piattaforma.

Quanto è importante per voi selezionare le campagne presenti sulla vostra piattaforma?

E’ importantissimo, soprattutto nel lungo periodo. Per noi non è significativo tanto che la società raccolga denaro con successo, ma che poi realizzi il suo business plan. Fortunatamente ancora nessuna delle nostre 50 e passa emittenti è ancora fallita. Succederà, è questione di tempo, ma il fatto che ad oggi non sia ancora così, nonostante le statistiche mondiali dicano che il 50% delle startup falliscono entro il primo anno vuol dire che probabilmente stiamo facendo un buon lavoro di selezione e messa online dei progetti. Non dobbiamo fermarci qui, ma fare in modo che queste società possano creare dei ritorni reali per gli investitori. La quotazione può essere un mezzo.

Come si è evoluto il mercato dell’equity crowdfunding in Italia?

Per rispondere partirei dal quadro legislativo. Nel 2014 l’Italia è stato il primo Paese a regolamentare il mercato dell’equity crowdfunding con un regolamentato molto deficitario: per investire più di 500 euro (5.000 euro per una persona giuridica ndr) si doveva andare in banca per la compilazione del questionario MiFid. E’ un po’ come comprare delle scarpe su Amazon da ritirare in un negozio. Il regolatore ha poi saputo evolvere il regolamento facondo in modo che gli investitori potessero investire qualsiasi cifra direttamente dal portale senza passare da un intermediario. Sono state inoltre allargare le società in cui investire: dalle startup alle Pmi innovative e poi alle piccole società di capitale. Sono state anche alzate le detrazioni fiscali dal 19% al 30%, la stessa quota a cui ha diritto chi investe nella nostra Ipo (dato che siamo una Pmi innovativa).

Qual è la situazione attuale?

Nella nuova legge di Bilancio è previsto che i portali di equity crowdfunding possano proporre il debito agli investitori istituzionali, quindi aprirsi ai mini bond. E’ un mercato dove il legislatore è il primo a crederci e di questo sono molto soddisfatto e anche in cui – 11 milioni raccolti nel 2017, poco meno di 40 le stime per il 2018, 60 per la crescita solo dell’equity crowdfunding nel 2019 – ci sono amplissimi margini di manovra per far sì che possiamo diventare uno strumento efficiente per finanziare le società.

Ha citato i mini bond, ci state pensando?

Assolutamente sì, sarebbe da folli non farlo. Il mercato dei mini bond vale circa 1,7 miliardi di euro (2017). Se noi riusciamo ad acquisire anche solo l’1% di questo mercato andremo a doppiare la raccolta di quello che abbiamo fatto fino ad oggi. Rispetto all’implementazione organica della società, ci sarà sicuramente una filiera specializzata che andrà a trattare questo argomento perché non siamo esperti del settore. Certo, qualora passasse l’emendamento, come sembra che sia, nella legge di Bilancio.

Francesca Conti
Francesca Conti