Private equity: gestire i rischi operativi è vitale (e vantaggioso)

Gloria Grigolon
Gloria Grigolon
22.3.2022
Tempo di lettura: '
Gestire i rischi operativi, spesso sottovalutati, non solo mette in sicurezza, ma soprattutto consente di ottenere importanti vantaggi. Ne parliamo con gli esperti di Strategica Group
“La massimizzazione del valore di un investimento è proporzionale alla capacità dell'operatore di gestire i rischi ad esso correlati, con accortezza e lungimiranza. Talvolta in ambito private equity, in relazione ai rischi operativi, si rileva una sottovalutazione di questo aspetto ”. È il primo messaggio di Piero Palmisano, Director di Strategica Insurance Management, nell'affrontare un tema delicato quanto complesso, oltre che attuale: i rischi e le soluzioni assicurative per l'ambito del private equity.
Un segmento, questo, che ha registrato una concreta crescita nel corso degli ultimi anni. Secondo i dati Bain & Company contenuti nel 13° Report annuale sul Private Equity globale 2021, il valore delle operazioni di buyout è cresciuto di oltre il 90% rispetto al 2020, superando i 1.100 miliardi di dollari. Un trend quasi proporzionale si è registrato anche sul mercato italiano, che nel 2021 ha registrato un controvalore di deal pari a 30 miliardi di dollari, con un incremento del 75% rispetto ai 17 miliardi circa del 2020.

La complessità del private equity


È utile, per inquadrare meglio l'argomento, ricordare la definizione che di Private Equity dà Borsa Italiana: “Attività di investimento istituzionale in capitale di rischio di aziende non quotate caratterizzate da un elevato potenziale di sviluppo”. Vale a dire, il private equity è una forma di investimento di medio-lungo termine in imprese non quotate ad alto potenziale di sviluppo e crescita, effettuata prevalentemente da investitori istituzionali con l'obiettivo di ottenere un consistente guadagno in conto capitale dalla vendita della partecipazione acquistata o dalla quotazione in borsa.
È un comparto caratterizzato da una forte complessità e numerosi rischi – continua Palmisano – dipendenti dal gran numero di player coinvolti, dalla diversificazione delle attività, e dalla frequenza dei cambiamenti insita nel private equity, che è decisamente maggiore rispetto ad altri settori e dunque richiede un aggiornamento continuo dei profili di rischio. Purtroppo spesso ciò non viene compreso, manca una cultura della gestione dei rischi operativi, evidenziata dalle divergenze importanti che spesso riscontriamo tra il reale profilo di rischio, le aspettative di trasferimento assicurativo e il contratto effettivamente in essere. Vale a dire: si pensa di essere tutelati, ma quando sorge un problema si scopre che non è così”.

Pluralità di player, pluralità di rischi


Un primo elemento da tenere in considerazione è dunque la pluralità di player coinvolti. Paola Radaelli, Senior Risk Consultant di Strategica Group, spiega come da una parte ci siano gli operatori di private equity, cioè le Società di Gestione, gli investitori, che sono fondi d'investimento o società, dall'altra le società target. Fanno parte delle prime categorie i Fondi di investimento alternativi (Fia), le Società di investimento a capitale fisso e variabile (Sicav e Sicaf), le Società di gestione fondi (Sgr), le Special purpose vehicle (Spv) e le Special purpose acquisition companies (Spac). Ognuna di queste strutture ha delle proprie peculiarità che ne determinano le esposizioni. A queste considerazioni vanno aggiunte quelle relative alla tipologia di investimento, che può variare dal seed financing al venture capital, dal development capital in società esistenti al buy in – buy out, fino a situazioni speciali come ristrutturazioni. Infine, i destinatari finali: le cosiddette “società target”.
Analizzare i rischi di un quadro così complesso non è semplice. “Le tipologie di rischio che caratterizzano gli investimenti in private equity – spiega Radaelli – vanno dai rischi finanziari (correlati a credito, liquidità, tassi, cambi) a quelli di mercato (relativi a concorrenza, margini, evoluzioni tecnologiche, etc), strategici, cioè dipendenti dall'andamento dell'economia e dei mercati, e operativi, legati allo svolgimento delle operazioni e fattori esterni. È importante ricordare che sono rischi intrinsechi all'attività di private equity, e dunque non eliminabili solo con la diversificazione degli investimenti”.

Perché gestire i rischi operativi è vitale, e vantaggioso


Se gli operatori di private equity solitamente possono contare su competenze finanziarie, di mercato e strategiche, meno frequenti sono le competenze legate ai rischi operativi. Sono i rischi legati allo svolgimento delle operazioni, alle perdite derivanti da fallimenti o inadeguatezza dei processi interni, legati alle risorse umane e ai sistemi tecnologici oppure derivanti da eventi esterni, come le catastrofi naturali, per citarne alcuni. “Spesso sono sottovalutati – spiega Radaelli – ed è pericoloso, perché possono avere conseguenze importanti anche sul breve termine. Ricordiamo che mediamente in queste operazioni il tempo di recupero dell'investimento è di 5 anni: il concretizzarsi di un rischio operativo può comportare perdite significative impossibili da recuperare in quell'arco temporale”.
Gestire i rischi operativi non solo mette in sicurezza, ma soprattutto consente di ottenere importanti vantaggi. Lo spiega Radaelli: “Si riduce la volatilità dell'Ebitda durante il periodo di possesso, si massimizzano i margini, e di conseguenza il valore dell'investimento e le opportunità di business percorribili, si tutela il management, e ovviamente gli stakeholder sono più soddisfatti”.

Le attività pre e post acquisizione


Nel processo di consulenza agli operatori di private equity, “l'attività che compiamo si divide in due momenti: prima dell'acquisizione della target e dopo la sua acquisizione” continua Radaelli. Nella fase pre acquisizione si effettuano analisi preliminari dei rischi e delle coperture eventualmente in essere, e si valutano soluzioni assicurative M&A. Ad acquisizione avvenuta si effettua una Risk Analysis di primo livello e si adatta il portafoglio assicurativo al reale profilo di rischio aziendale. Possono essere inoltre condotte successive analisi di rischio per approfondimenti, si effettua un reporting periodico integrato di tutte le società target e si struttura una gestione assicurativa coordinata, per avere una visione complessiva – a livello Fondo o Società di Gestione - dello stato di trasferimento del rischio al mercato assicurativo di tutte le società target. “Uno dei punti di forza di Strategica – aggiunge Palmisano – è la nostra competenza tecnica: utilizziamo procedure specifiche per la mappatura dei rischi, svolgiamo analisi attuariali, applichiamo tecniche di simulazione per calcolare le probabilità annue di perdita”.
Per ogni situazione va costruito il programma assicurativo più adatto ed efficace. Lo esemplifica Palmisano: “Prendiamo ad esempio un fondo con 5 società target differenti che operano in settori differenti. Ognuna delle società target generalmente necessita di una copertura per i propri rischi di responsabilità civile. Il fondo può facilmente creare valore per le proprie target organizzando al meglio l'acquisto del capitale di rischio offerto dal mercato assicurativo passando dall'usuale acquisto non coordinato di massimali per singola società e mediante assicuratori differenti, alla completa re-ingegnerizzazione della struttura di trasferimento”.
I maggiori vantaggi in termini di risparmio economico e miglioramento delle coperture si otterranno acquistando un massimale di polizza (cosiddetta “primary") d'importo determinato per singola società, per poi integrare tale massimale con ulteriori capitali operanti in eccesso alla polizza sottostante (“excess layers”) acquistati in forma consortile e pertanto disponibili a tutte le società target del fondo.

Non (solo) assicurare: l'importanza della cultura del rischio


Fare consulenza in Risk e Insurance Management, lo ricordiamo sempre, non vuol dire solo trovare soluzioni assicurative – ribadisce Palmisano – significa soprattutto trasmettere e diffondere una cultura del rischio, facendo comprendere l'importanza delle azioni di prevenzione e protezione, definendo il risk appetite e bilanciando ritenzione e trasferimento dei rischi, spiegando che sono spesso i rischi con accadimento meno frequente a poter avere il maggiore impatto, mentre solitamente riscontriamo una forte propensione ad assicurare rischi più comuni con maggiore possibilità di accadimento ma impatto minore”. Per questo Strategica Group supporta gli operatori di private equity in tutte le attività del percorso di consulenza, dal risk assessment alla due diligence assicurativa, all'implementazione di programmi di risk e insurance management nelle imprese target.

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti