Mercati: lo spettro recessione fa meno paura agli emergenti. Le 5 ragioni

We Wealth
Valeria Panigada
27.6.2022
Tempo di lettura: 3'
Il rischio di un rallentamento dell’economia soprattutto negli Stati Uniti e nell’Eurozona pesa sui mercati azionari. Secondo gli analisti di NN Investment Partners, il peggio deve ancora arrivare. Ma con qualche eccezione

Mercati sotto shock, ormai a un passo dalla fase orso (ribassista). E le cose per l’azionario potrebbero mettersi anche peggio nei prossimi mesi. L’avvertimento arriva da NN Investment Partners, che ha deciso di sottopesare le azioni globali, ma con qualche eccezione. 


A preoccupare è innanzitutto un’inflazione elevata e che potrebbe non avere ancora raggiunto il picco con la spirale salari-prezzi all’orizzonte e il conflitto Russia-Ucraina ancora in corso. I prezzi negli Stati Uniti hanno sorpreso al rialzo, accelerando ulteriormente a maggio, e anche nell’Eurozona le attese per il dato di giugno vedono una nuova spinta dell’inflazione all’8,4% su base annua dal precedente 8,1%, complice le componenti energia e beni alimentari. 


Difficilmente, dunque le banche centrali, come Federal Reserve e Bce, potranno diventare meno aggressive nei prossimi mesi. Intanto dal fronte macroeconomico giungono segnali di debolezza. Gli indici Pmi in Europa sono scesi ben oltre le attese a giugno, dando una conferma ai mercati di un rallentamento pronunciato della crescita nei prossimi mesi. 


“A nostro avviso – avverte Maarten-Jan Bakkum, senior emerging market strategist di NN IP - il rischio di recessione è aumentato negli Stati Uniti e in particolare nell'Eurozona, dove la crisi energetica sta avendo un forte impatto sul potere d'acquisto delle famiglie”. Insomma, il peggio deve ancora arrivare. 


Cautela sull’azionario globale, ma con qualche eccezione 

Considerato il contesto, in particolare le deboli prospettive di crescita economica, e il fatto che le aspettative sugli utili societari non rispecchino ancora sufficientemente questo outlook, la casa di gestione olandese suggerisce una maggiore cautela sulle azioni globali. Ma con qualche eccezione: i mercati emergenti. 


Nell'ambito delle azioni, uno degli sviluppi più notevoli di recente è stata la resilienza dei mercati emergenti”, sottolinea l’esperto che indica ben 5 ragioni a supporto di questa tesi. 


In primo luogo, lo slancio della crescita delle economie emergenti sembra più forte di quello delle economie sviluppate, soprattutto grazie alla ripresa cinese, dopo la battuta di arresto causata dai lockdown di aprile e maggio in scia alla nuova ondata di Covid. A maggio il dato relativo alla produzione industriale della Cina è salito dello 0,7% su base annua, facendo meglio delle attese degli analisti, che si aspettavano un calo pari a -0,7%, e recuperando terreno rispetto alla flessione precedente del 2,9%. 


In secondo luogo, la dinamica dell'inflazione nei mercati emergenti sembra aver già raggiunto il picco a contrario di quanto sta succedendo negli Stati Uniti e in Europa, dove i prezzi continuano a salire. “Ciò può essere spiegato dalla debole domanda nei mercati emergenti causata da un inasprimento aggressivo della politica monetaria”, aggiunge Bakkum. 


In terzo luogo, le banche centrali dei mercati emergenti hanno iniziato ad aumentare i tassi di interesse già all'inizio del 2021, muovendosi per tempo, tanto che alcune sembrano destinate a porre fine ai loro cicli di inasprimento già nei prossimi mesi. Al contrario, la Fed e la Bce hanno aspettato e solo ora stanno accelerando la loro stretta monetaria. 


In quarto luogo, molti dei paesi emergenti, che normalmente soffrono quando i tassi di interesse negli Stati Uniti e in Europa salgono, stanno attualmente beneficiando dei prezzi elevati delle materie prime. Questo è uno dei motivi principali per cui le valute emergenti non si sono deprezzate molto dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina. 


Infine, la quinta e ultima ragione riguarda la bassa presenza di stranieri tra i detentori di obbligazioni dei mercati emergenti in valuta locale. Gli investitori stranieri hanno infatti gradualmente liquidato le loro posizioni per oltre dieci anni e questo spiega perché i deflussi di capitali da questi assets sono stati oggi più gestibili.

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