Transizione climatica: monitorare i costi per cogliere le opportunità

Gloria Grigolon
Gloria Grigolon
26.7.2021
Tempo di lettura: 3'
La transizione climatica non è esente da rischi e costi, ma monitorarli potrebbe aiutare nell’identificare i settori che più si avvicinano agli obiettivi sostenibili
La transizione climatica rappresenta un'importante sfida per i governi che la promuovono ma anche per le aziende, tenute a cambiare le proprie strategie operative per adattarsi agli obiettivi sostenibili. Il cambiamento climatico è dunque necessario, ma non è esente da rischi e costi, misurati attraverso il Climate Value Impact (CVI).

Climate Value Impact, di che cosa si tratta


“Il CVI fornisce una nozione quantificata della probabilità che le aziende siano esposte positivamente o negativamente agli effetti reali e politico-economici della transizione climatica” spiegano Thomas Höhne-Sparborth e Michael Urban, Senior sustainability analysts di Lombard Odier Investment Managers (LOIM). Il CVI comprende dunque rischi transitori, fisici e di responsabilità.
Tra questi rischi, gli esperti di LOIM ne hanno individuati quattro principali: l'impatto dovuto alla regolamentazione, che se non rispettata potrebbe far perdere ad alcune aziende la licenza di operare; l'aumento sia delle spese in conto capitale, che dei costi operativi legati alla riduzione delle emissioni attraverso l'utilizzo di tecnologie di decarbonizzazione; l'aumento delle spese legate alle emissioni del carbonio (carbon pricing) e della tassazione per chi non rispetta parametri sostenibili (sono questi due dei punti sui quali si basa la proposta Fit for 55 promossa dalla Commissione Europea lo scorso 14 luglio, pronta per l'avvio dell'iter di approvazione definitiva); infine, la “distruzione” della domanda da parte dei consumatori verso quei settori più inquinanti, tra cui i combustibili fossili, i viaggi aerei, i motori tradizionali e la carne.

Principali categorie di aziende rispetto al loro profilo CVI


La valutazione CVI permette di effettuare anche una profilazione delle aziende in base all'impatto del loro operato sull'ambiente.

Un primo cluster appartiene a quelle realtà con bassa esposizione al carbonio, ovvero “aziende di settori in cui si prevede che la transizione climatica avrà un impatto finanziario limitato”, sia in positivo, che in negativo, spiegano gli esperti di LOIM. “Questa categoria include la maggior parte dei settori a ridotte emissioni di CO2, dove i costi di transizione sono generalmente bassi”.

Un secondo cluster, più interessante, riguarda quelle aziende positivamente correlate con l'impatto climatico, come ad esempio le società di energie rinnovabili o i produttori di veicoli elettrici. “Le aziende facenti parte di questi settori sono generalmente esposte positivamente alla transizione climatica, ovvero tendono a offrire prodotti e servizi che trarranno vantaggio dall'aumento della domanda con il progredire della transizione” affermano dalla società.

Infine, la categoria che più è di supporto nel raggiungimento degli obiettivi dell'Accordo di Parigi è quella delle aziende che operano in settori ad alto impatto di transizione. Fanno parte di questa categoria industrie che producono energia, acciaio, vetro o cemento. “Queste società sono altamente esposte al CVI e, se questa esposizione è positiva o negativa, dipenderà in gran parte dalle loro strategie di transizione” commentano gli esperti.
“Quest'ultima categoria” concludono “rappresenta forse la categoria più importante da comprendere per gli investitori” in un'ottica di investimento di portafoglio a medio-lungo termine.

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