L’inflazione alimentare impenna: corsa al discount o al bio?

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
18.7.2022
Tempo di lettura: 3'
Con l’inflazione alimentare in crescita, come stanno reagendo i fornitori e i rivenditori di generi alimentari? E che impatto hanno le loro strategie sui clienti?

Il costo dei generi alimentari in Europa cresce inesorabilmente. Secondo Eurostat, l’inflazione alimentare nel vecchio continente a maggio 2022 è aumentata del 10,0% su base annua, quasi due punti percentuali in più rispetto al mese precedente, quando aveva toccato l’8,6%. Se è vero che l’incremento preoccupa da tempo i consumatori, il suo l’apice potrebbe non essere raggiunto prima del prossimo trimestre. “La crisi non inizierà ora, ma partirà in autunno, dopo che le persone saranno tornate dalle vacanze estive, avranno speso i loro soldi e non sarà rimasto nulla nel loro piatto” ha preannunciato Archie Norman, presidente del colosso britannico della vendita al dettaglio Marks & Spencer (M&S). Ma quali gli effetti dell’aumento dell’inflazione? Legal & General Investment Management (LGIM) li spiega sia sul piano europeo che su quello americano. 

Inflazione alimentare in Europa: sarà corsa ai discount?

I fornitori e i rivenditori di cibo non sono rimasti immuni all’aumento dell’inflazione e tanto meno al potere di determinazione dei prezzi delle aziende. Tuttavia, la maggior parte di questi ha mantenuto performance solide durante il primo trimestre dell’anno, sostengono gli analisti di LGIM: nonostante il forte aumento dei prezzi, sembra che essi non abbiano subìto un forte impatto. Un fenomeno che parrebbe essere stato supportato da una continua innovazione e dalla premiumisation, ovvero la migrazione dei consumi verso prodotti di fascia superiore. 

Ci si aspetta, tuttavia, che nella seconda parte dell’anno i costi continueranno ad alzarsi, con i fornitori che saranno costretti ad affrontare una maggiore pressione sui margini rispetto a quanto preventivato durante la redazione dei bilanci 2021 lo scorso febbraio. Per mitigarla, le soluzioni potrebbero essere due: da un lato, aumentare il prezzo finale; dall’altro, portare avanti iniziative di tagli dei costi operativi. “Ciononostante, entrambe le strategie sono di sempre più difficile implementazione” continuano da LGIM. 

Per quanto riguarda i rivenditori, invece, la situazione non è diversa rispetto a qualche mese fa: “per loro il focus resta sullo stabilizzare la propria quota di mercato e sul proteggere il potere d’acquisto dei propri clienti con prezzi più bassi. La competizione rimane però razionale, e tutti gli attori stanno monitorando i concorrenti rispetto alle politiche di prezzo per allinearsi con i discount il più velocemente possibile”. 

Dal punto di vista dei consumatori, poi, “i rivenditori non hanno notato un cambiamento finora: niente scelta di prodotti di categoria inferiore, né una più veloce preferenza di marche private o ridotta domanda per prodotti salutari e di fascia premium”. Tuttavia, le incertezze persistono riguardo a come i consumatori potranno reagire all’inflazione: sarà l’ascesa dei discount?

A livello di posizionamento, infine, le società che potranno beneficiare dell’attuale contesto “saranno i fornitori capaci di innovare e creare delle fasce di prodotti premium, così come quelli che sono esposti a beni la cui domanda è anelastica; i rivenditori dovranno avere capacità di scala e marche private molto forti”. 


Usa: continua la scelta del bio

Negli Stati Uniti la situazione è molto più incerta. Da un lato, le vendite di prodotti biologici continuano a salire: ad esempio, Procter & Gamble, multinazionale americana di beni di largo consumo, ha visto un aumento delle vendite in questo ambito del 10%. 

Dall’altro, invece, a causa del rapido aumento dei costi della benzina (che secondo l’Amministrazione americana sulle informazioni energetiche è da 0,87 dollari al litro di inizio anno a 1,30 dollari al litro), di inefficienze organizzative e di costi sempre più alti nella catena di fornitura, lo scorso maggio Walmart non è ad esempio riuscita a generare utili a sufficienza rispetto al numero di azioni emesse, fatto che ha portato il titolo a un crollo del proprio prezzo di circa il 20%. Per sopperire a tale situazione, “il management ha continuato a sostenere il proprio focus sull’economicità dei prodotti man mano che i consumatori iniziano ad acquistare beni di marche private, specialmente in categorie come i latticini o la salumeria”. 

Gli analisti di LGIM concludono dicendo che “se da un lato abbassare i prezzi sembra una strategia accattivante, dall’altro il futuro è ancora incerto e non tutte le aziende sono ancora pronte a ridimensionare i prezzi”.

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