Titoli di Stato cinesi: il nuovo tema da includere in portafoglio

Gloria Grigolon
Gloria Grigolon
12.4.2021
Tempo di lettura: 3'
Titoli di stato cinesi, nuovo tema da includere di portafoglio. Capiamo il perché con gli esperti di Goldman Sachs Asset Management
Ma più senza titoli di stato cinesi. Sembra essere questa una delle tendenze 2021, dopo l'inclusione delle obbligazioni sovrane cinesi nel Bloomberg Barclays Global Aggregate Index e nel JPMorgan GBI-EM Global Diversified, e in attesa (questo mese) della conferma di inserimento nel Ftse World Government Bond Index (WGBI) entro la fine del 2021. Una volta inclusi, i governativi cinesi avranno un peso, secondo le stime Goldman Sachs Asset Management, di circa il 6% dell'indice globale WGBI.

La Cina e i nuovi afflussi di capitale


Il potenziale successo del Dragone sul segmento dei titoli di Stato si deve anzitutto al recente (e tuttora in corso) processo di liberalizzazione finanziaria intrapreso dal governo locale, tradottosi non solo in un aumento dei pesi nei principali panieri, ma anche in nuovi afflussi di capitale. Si tratta di una revisione estremamente significativa di uno dei principali benchmark obbligazionari del mondo. In base al volume delle attività indicizzate al WGBI, proseguono da Goldman Sachs, “possiamo calcolare che l'inclusione nell'indice porterà a circa 100 miliardi di dollari di investimenti che confluiranno nelle obbligazioni governative cinesi”.

Oltre alla rilevanza negli indici mondiali, un secondo fattore a spingere verso i titoli cinesi in portafoglio è il contesto di riferimento. I tassi obbligazionari continuano ad essere bassi, così come i rendimenti dei bond più solidi sul mercato. Dal canto loro, gli investitori sono alla ricerca di titoli ad alto rendimento, con una bassa correlazione, limitata volatilità e solide basi macroeconomiche. I governativi cinesi sembrano rispondere a queste caratteristiche.

Il potenziale dei titoli di stato cinesi


In termini nominali, spiegano da GS, “il titolo cinese a 10 anni offre circa 200 punti base (pb) di più rispetto ai Treasuries e quasi 350 pb di più rispetto ai Bund. In termini reali, il paragone è analogamente convincente: la Cina è una rara eccezione, poiché offre un rendimento reale fortemente positivo senza dover diminuire il rating creditizio. Ovviamente” proseguono, “bisogna sempre tenere conto dell'esposizione valutaria in qualsiasi decisione d'investimento, ma l'eccedenza delle partite correnti della Cina, la sua posizione fiscale gestibile e le solide previsioni di crescita (che descriveremo più avanti) sono di buon auspicio, a nostro avviso, per un orizzonte d'investimento strategico”.

Inoltre, “l'esposizione ai rendimenti delle obbligazioni cinesi non è facilmente replicabile” vista la bassa correlazione del mercato obbligazionario cinese con l'andamento degli altri mercati. Il Ftse China Government Bond Index mostra che i rendimenti vengono offerti “con una volatilità simile o inferiore a quella dei rendimenti dei Treasury statunitensi o dei Gilt britannici”.

A convalidare infine il potenziale dei governativi cinesi è lo scenario di riferimento: una Cina viva, intenzionata a crescere, con ambiziosi piani di consolidamento, pronta a festeggiare (luglio 2021) il centenario del partito comunista (pcc). E se le prospettive ufficiali del Dragone per l'anno 2021 si attestano al momento “sopra il 6%”, secondo Bloomberg, a metà febbraio il consenso dei partecipanti al mercato mostrava un'aspettativa di crescita cinese dell'8,4%.

Emergenti in portafoglio: lo stato cinese


Le obbligazioni sovrane cinesi “hanno la capacità di offrire una fonte di reddito ad alto rendimento, a bassa volatilità e con bassa correlazione. Questi rendimenti possono essere sostenuti sia da una componente ciclica (la probabilità di una crescita più forte del previsto nel 2021) sia da un riallineamento strutturale (inclusione nell'indice e sempre maggiore rilevanza macroeconomica globale fondata su un modello di crescita più stabile e sostenibile)”.

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