I capolavori diventeranno tutti pezzi di arte digitale?

Cristina Riboni
Cristina Riboni
13.1.2022
Tempo di lettura: 3'
Dal Tondo Doni al Colosseo, passando per i capolavori degli Old Masters: si inaugura l'era del patrimonio pubblico digitalizzato?
La risposta è: “forse”.

È indubbio che anche l'arte pubblica sia stata toccata dall'avvento dei non-fungible tokens, in Italia e all'estero, con soluzioni che spaziano in (quasi) tutte le possibili direzioni.
C'è chi dichiara di voler sovvertire il settore dell'arte museale, trasformando i dipinti di maestri antichi e contemporanei in nft; chi, all'estremo opposto, critica a prescindere gli “esperimenti” di digitalizzazione delle opere delle collezioni istituzionali, ritenendo che essi sviliscano la natura primaria e intrinseca del patrimonio nazionale; chi - come sempre - ne vuole approfittare, malcelandosi dietro presunti fini di mecenatismo o non lucrativi.

Nella primavera del 2021, un collettivo di animatori e artisti dal nome autoesplicativo - Global Art Museum - ha rilasciato sull'ormai nota piattaforma commerciale OpenSea una serie di nft che riproducevano capolavori di rinomati musei pubblici, europei e non, quali il Rijksmuseum, il Musée d'Orsay, l'Art Institute of Chicago, l'inglese Birmingham Museums e il Cleveland Museum of Art.

Le opere selezionate e digitalizzate erano tra le più famose di ciascuna delle collezioni sopra menzionate: si andava dalla Donna in blu che legge una lettera di Johannes Vermeer, al Pomeriggio di domenica sull'isola de La Grande Jatte di Georges Seurat, per arrivare al ritratto di George Washington at the Battle of Princeton di Charles Willson Peale.
Tutto tokenizzato e caricato su marketplace, ove comparivano le riproduzioni digitali animate di queste tele, oltre ad altre di autori dal XVI al XIX secolo: in molti hanno creduto si trattasse di nft offerti in vendita come “pezzi unici”, anche perché la pagina OpenSea dedicata dal Global Art Museum a questa iniziativa indicava che il 10% del ricavato delle vendite sarebbe stato destinato ai musei, per aiutarli nel difficile periodo di pandemia.

In realtà - come il collettivo GAM ha avuto poi modo di chiarire attraverso il proprio account Twitter - si trattava di un “esperimento sociale”, tuttavia non particolarmente apprezzato dalle istituzioni museali proprietarie delle opere originali, le quali, anzi, si sono immediatamente affrettate a chiarire che l'operazione non era stata realizzata con la loro collaborazione o autorizzazione.

Di fatto, oggi GAM dichiara (sempre via Twitter) che: “Il nostro primo esperimento social nft si è concluso. Finalmente si è avviata col botto una discussione a livello globale sugli nft. Grazie per le migliaia di tag e menzioni su Twitter. Permetteteci di spiegare cos'è successo veramente”. Segue immagine gif che riporta la scritta: “You have been PUNKED” (“vi abbiamo fatto uno scherzo”). Direi non esattamente il genere di umorismo apprezzato da direttori o frequentatori di musei …
Sicuramente più solida e riuscita, invece, l'esperienza italiana condotta dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze: qui l'accordo di partnership era effettivamente stato stilato e sottoscritto, e ciò ha consentito la creazione di una versione ibrida (digitale e tokenizzata + fisica, per quanto concerne la cornice), in serie limitata (9 esemplari), del celeberrimo Tondo Doni di Michelangelo; l'opera d'arte è stata peraltro realizzata sfruttando un brevetto esclusivo dell'azienda partner degli Uffizi, la Cinello S.r.l., denominato DAW - Digital Art Work.

La vendita del primo “Nft Doni” ha fruttato 240.000 euro: dedotti i costi dell'operazione, gli Uffizi e Cinello hanno guadagnato 70.000 euro ciascuno.

Con buona pace delle critiche dei “puristi”, un ottimo modo per conciliare le esigenze di diffusione e conoscenza delle opere pubbliche e quelle di finanziamento delle istituzioni museali.

Il tutto sorretto da un solido accordo preliminare di collaborazione, che ha contribuito alla riuscita dell'operazione e a evitare conseguenze simili a quelle verificatesi nella vicenda GAM, sopra vista.

L'Italia non sembra essere l'unico paese virtuoso (con svariate proposte, tra cui quella di un collettivo di artisti digitali, ricercatori e curatori, che, nel luglio 2021, ha lanciato l'idea di tokenizzare il Colosseo e vendere gli nft così creati - idea per ora rimasta solo sulla carta): anche l'arcinoto museo russo dell'Ermitage si è avventurato (con successo) nell'esperienza della criptoarte.

A luglio dell'anno scorso, il museo ha annunciato di voler organizzare un'asta di cinque versioni tokenizzate - ciascuna in due esemplari, una destinata alla vendita e una al museo - di altrettanti suoi capolavori: la Madonna Litta di Leonardo da Vinci, una Giuditta di Giorgione, i Lillà di Vincent Van Gogh, la Composizione VI di Wassily Kandinsky e il dipinto Angolo di giardino a Montgeron di Claude Monet.

L'Ermitage ha dichiarato di voler dare, con questa iniziativa, sempre maggiore accessibilità alle opere della sua collezione, allo stesso tempo enfatizzando l'importanza della digitalizzazione. Partner dell'operazione il marketplace Binance, attraverso cui sono stati coniati e commercializzati gli nft delle cinque opere, ciascuno provvisto della firma digitale del direttore generale del museo.

Nonostante la rigida legislazione russa in tema di criptovalute, secondo i dati forniti dal gestore della piattaforma, l'asta ha generato ricavi per più di 440.000 BUSD (Binance US dollar), registrando l'aggiudicazione più alta (150.000 BUSD) sulla Madonna Litta di Leonardo. L'Ermitage ha tenuto tuttavia a specificare che tutti i proventi dell'asta, dedotti i costi indicati nell'accordo di partnership, sono stati destinati al museo, e pagati in valuta corrente, dunque rubli russi.

Ultima nota: non risulta che nell'operazione italiana, né in quella russa, siano state fornite indicazioni specifiche circa eventuali diritti di sfruttamento economico spettanti ai singoli compratori degli nft venduti. La disciplina (o non disciplina) di tali aspetti, pertanto, sembrerebbe essere stata demandata alle sole condizioni generali del marketplace rispettivamente impiegato nell'una o nell'altra compravendita.

Forse, per il futuro, questo ultimo punto andrebbe regolamentato con più attenzione: è bene che le istituzioni pubbliche esplorino nuovi mezzi e tecnologie di diffusione delle loro collezioni, ma non possono essere tralasciati o minimizzati elementi di diritto fondamentali per garantire la corretta tutela dell'opera, anche nella sua versione digitalizzata.
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Cristina Riboni è entrata a far parte dello Studio Legale CBM & Partners nel 2008. Dal gennaio 2020 è partner dello Studio.
Sin dai tempi della pratica professionale segue il settore del contenzioso civile, nell’ambito del quale si è
specializzata nelle controversie inerenti il mercato dell’arte, il diritto d’autore e la proprietà intellettuale.
Affianca all’attività svolta in sede contenziosa l’attività stragiudiziale, assistendo collezionisti privati,
gallerie, case d’asta ed operatori del settore dell’arte, per conto dei quali cura, in particolare, la predisposizione della relativa contrattualistica.

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