Big Tech e Antitrust: i comportamenti che non piacciono a Usa e Ue

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
11.8.2020
Tempo di lettura: 3'
Alleata nella quotidianità ma anche ‘nemica' della privacy. Tra rivoluzioni e scandali, la tecnologia attraversa sempre più spesso le montagne russe della reputazione. Forza innovatrice o intrusiva? Leader dei cambiamenti o artefice di concorrenza sleale? Il punto di vista di BNP Paribas Asset Management
Techlash: forte e ampia reazione negativa al crescente potere e influenza delle grandi società tecnologiche, in particolare verso quelle della Silicon Valley. Una parola coniata solo sette anni fa dal The Economist che è ora entrata a regime nel nostro quotidiano, anche inconsapevolmente. E talmente discussa da essere candidata a parola dell'anno dall'Oxford Dictionary nel 2018 (n.b. è stata poi battuta da ‘toxic').

Pro e contro della tecnologia


Se è facile riconoscere i benefici che il digitale ha introdotto nella quotidianità, semplificando e velocizzando la maggior parte delle attività personali e professionali, sono spesso i comportamenti “scorretti” delle grandi società tecnologiche a far attraversare loro le montagne russe della reputazione. Sorge allora una domanda: se si è pienamente consapevoli dei benefici, qual è il costo reale del digitale? In un mondo in cui i dati sembrano essere la valuta più potente da scambiare, la propria sfera privata può essere messa a repentaglio.

“Più abbracceremo la tecnologia, più condivideremo i dati personali. Alcune delle conseguenze le vediamo ogni giorno, quando i nostri pensieri e le nostre esigenze sono ‘indovinati' dai motori di ricerca e dai siti web – utili, ma invadenti e talvolta addirittura sinistri”, sottolinea BNP Paribas AM. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, però. Infatti “il possesso di una vasta quantità di dati può consentire l'abuso di informazioni, l'interferenza nei processi politici e la diffusione maliziosa di notizie false”.

La “New Gilded Age”


Rapida crescita economica, speculazione, spostamenti di capitale, ma anche forte immigrazione, povertà e disuguaglianza sociale. Così Mark Twain descriveva (e denunciava) l'America di fine Ottocento nel suo romanzo “The Gilded Age: A Tale of Today” (L'età dell'oro). Ma se la storia si ripete con le stesse dinamiche ma attori diversi, la Gilded Age non fa eccezioni, riproponendo le sue peculiarità anche nell'attuale periodo storico. Con una differenza: se nella prima Gilded Age le regole erano fatte dai grandi industriali, nella New Gilded Age sono i giganti della tecnologia a scadenzare le agende.

“Con il ruolo dei giganti tecnologici nella nostra società in movimento, è prudente tenere d'occhio queste aziende [anche] da una prospettiva d'investimento”, afferma BNP Paribas AM. “Negli ultimi anni, gli aspetti giuridici, economici e ambientali associati alle grandi società tecnologiche hanno a volte alimentato reazioni negative forti e diffuse” che, se da un lato contribuiscono ad aumentarne il successo, dall'altro minano la loro stabilità in quanto investimenti.

Le cause? Perlopiù lo spregiudicato dribbling normativo da parte delle Big Tech che punta a “ridurre l'imposizione fiscale in maniera talmente rilevante da risultare iniqua nei Paesi in cui operano”. Ancora, una scarsa attenzione all'impatto negativo sul cambiamento climatico dovuto alla frequente mancanza di politiche attive e a enormi quantità di dati immagazzinati nei server che contribuiscono ad aumentare il riscaldamento globale. In ultima, anche il timore di un controllo dei mercati volto ad ostacolare la concorrenza.

Se le Big Tech si presentano al Congresso


Proprio per evitare il perpetrarsi di comportamenti scorretti da parte delle Big Tech – e limitarne il potere – i governi di tutto il mondo si stanno muovendo con indagini e azioni sempre più frequenti.

L'ultimo caso? Mark Zuckerberg (Facebook), Tim Cook (Apple), Jeff Bezos (Amazon) e Sundar Pichai (Google) chiamati a testimoniare davanti alla Commissione Antitrust americana lo scorso 29 luglio. Cinque ore di udienza, migliaia di ore di interviste alle spalle, 1,3 milioni di documenti riguardo alle quattro società in esame. Accusate di aver soffocato la concorrenza e danneggiato i propri consumatori, le società si sono difese tramite i loro Ceo, affermando di essere solamente delle “partecipanti in un mercato digitale enormemente competitivo e in continuo mutamento” (fonte: The New York Times).

Anche l'Europa non perdona le Big Tech


Quelle difese al Congresso americano, però, non sono le uniche accuse che i giganti della tecnologia si sono trovati ad affrontare. “In Italia le autorità stanno mettendo in discussione gli algoritmi di Amazon che favorirebbero i venditori affiliati al servizio logistico del marchio. E, dopo che Google ha pagato €2,4 miliardi per abuso di posizione dominante, il Commissario Europeo dell'Antitrust ha annunciato azioni più dure per il futuro”, commenta BNP Paribas AM.

Le ultime notizie, infatti, riportano l'incarico a Margrethe Vestager, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea, di rivedere il regolamento antitrust creando nuovi strumenti pro-concorrenza entro la fine del 2020. E anche la riapertura della discussione sulla digital tax sembra essere prossima nelle agende dell'Unione.

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